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Trump e la guerra del "bancomat" sulla pelle del popolo iraniano


di Alberto Scafella

La strategia economica di Donald Trump verso l’Iran può essere descritta, in tono satirico, come una guerra combattuta con il “bancomat americano”: sanzioni finanziarie e commerciali usate per trasformare l’accesso al denaro in uno strumento di pressione politica. Forse, a prima vista, questa soluzione può sembrare preferibile ai missili e alle bombe. Le sanzioni non producono esplosioni, non distruggono immediatamente edifici e non mostrano immagini di città colpite. La differenza rischia però di diventare soltanto apparenza.

Secondo Reuters, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha annunciato nuove misure contro circa sessanta entità iraniane, estendendo la pressione ai settori della navigazione, dell’aviazione, della tecnologia, dell’oro e della finanza. Washington intende inoltre ampliare il ricorso alle sanzioni secondarie contro soggetti stranieri che continuino a fare affari con Teheran. La logica è ridurre le entrate iraniane, limitare l’accesso ai mercati e aumentare i costi per le aziende straniere che collaborano con gli ayatollah.

Ma ogni strategia economica ha anche un costo umano, e spesso quel costo ricade soprattutto sulla popolazione. Il petrolio è centrale perché rappresenta una delle principali fonti di entrate dell’Iran. Le sanzioni possono ridurre le risorse disponibili e rendere più costose le attività economiche di Teheran, ma non dimostrano automaticamente quale sarà l’effetto sulle capacità militari o sulle scelte politiche del regime. La pressione sul settore energetico è dunque una componente della politica di “massima pressione”, non una garanzia di indebolimento strategico del potere. Il rischio più grave è che la riduzione delle entrate statali si trasformi in una riduzione delle risorse essenziali per la società: medicine, alimenti, energia, servizi pubblici e occupazione. Dunque, una guerra indiretta. Infatti, i morti causati dalla fame, dalle malattie non curate e dal collasso dei servizi sanitari non sono meno reali di quelli provocati dai missili. In alcuni casi, possono essere persino più numerosi.

Il principale problema internazionale è la Cina. Pechino è il principale acquirente del petrolio iraniano e alcune raffinerie cinesi continuano a utilizzare greggio iraniano attraverso circuiti destinati ad aggirare le sanzioni. La questione può quindi trasformarsi da controversia con Teheran in una disputa più ampia tra Washington e Pechino. Sanzionare soggetti cinesi potrebbe ampliare il conflitto economico, ma l’esito di una simile escalation non è prevedibile sulla base delle fonti citate. Una pressione eccessiva potrebbe inoltre aumentare il prezzo dell’energia e aggravare le difficoltà economiche non soltanto dell’Iran, ma anche di altri Paesi. Come prima conclusione: una crisi economica non implica automaticamente il crollo del sistema spietato che opprime da 47 anni l'Iran.

Ora, Washington sembra cercare di trasformare la pressione economica in una leva negoziale. Non è però possibile affermare che tale strategia sia destinata a provocare il collasso del regime o che sia vicina al successo. È possibile, invece, che produca una ulteriore tragedia sociale senza raggiungere l’obiettivo politico dichiarato. Un Paese può essere impoverito, isolato e stremato senza essere convinto a cambiare linea. La sofferenza della popolazione, da sola, non garantisce la caduta di un governo.

Un ulteriore punto critico riguarda il petrolio e lo Stretto di Hormuz. Le news riferiscono che l’Iran ha minacciato di bloccare le esportazioni petrolifere attraverso il Golfo Persico e il traffico nello Stretto. Minacce appunto, non un piano operativo concreto. Tuttavia, in questo scenario, appare evidente che la popolazione iraniana si trova stretta tra due forme di violenza che provocano vittime innocenti: quella diretta di un eventuale conflitto militare e quella lenta delle sanzioni, della fame e della povertà.

Conclusione finale. Il popolo iraniano rischia di pagare il prezzo più alto di una strategia decisa da governi stranieri e da élite politiche che raramente subiscono direttamente gli effetti delle proprie scelte. La questione decisiva è se la pressione possa produrre risultati senza provocare una crisi energetica, un conflitto economico più ampio con la Cina o una nuova escalation militare. Ma è altrettanto importante chiedersi quale sia il costo umano di questa politica e se sia accettabile sacrificare una popolazione nella speranza di ottenere un regime change. La differenza tra indebolire un Paese e convincerlo a firmare ciò che si vuole resta centrale: il "bancomat" può chiudere molti conti. Può anche svuotare le tasche di un popolo. Ma non può, da solo, scrivere l’ultima riga della diplomazia e soprattutto non può illudere che sia la soluzione migliore per ogni problema conflittuale.

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