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TACCUINO MEDIORIENTALE. Raid israeliani sul Libano del sud: morti, feriti e ondate di sfollati

Le forze armate israeliane affermano di aver ucciso un alto comandante di Hezbollah in risposta a tre soldati feriti sabato scorso da un'incursione dell'organizzazione politico-militare. Intanto, prosegue, raccontano i media libanesi, un'intensa attività militare di droni israeliani su Iqlim Al-Tuffah, nel sud del Libano. Secondo Hezbollah, le forze israeliane hanno colpito la cresta di Ali al-Taher nel sud del Libano con artiglieria, fuoco di mitragliatrici e sparato proiettili al fosforo.

Sono gli ultimi episodi di un ritorno in grande stile degli attacchi israeliani sul Libano meridionale, dopo la tregua raggiunta nel giugno scorso a Washington, che ha causato la morte di undici persone. I raid aerei israeliani, che hanno colpito il distretto di Nabatieh, ha provocato l'ennesimo fuga di migliaia di persone, che si sommano alle centinaia di migliaia di sfollati verso il nord del Paese dei mesi precedenti. Un "esodo" drammatico che sta trascinando il Libano in una delle più gravi crisi economico e sociale che si possa ricordare dal Novecento in avanti. In Libano è alle corde. Lo denuncia da mesi la Croce Rossa. Su questo tasto insistono le organizzazioni umanitarie, cercando di alleviare le condizioni di vita del popolo libanese, stretto la pressione israeliana che devasta e uccide senza reale contrasto dell'opinione pubblica internazionale, e l'attività di Hezbollah, che nei fatti mina l'attività diplomatica del legittimo governo libanese.

Un'altra escalation è dietro l'angolo. Lo paventa il quotidiano L'Orient le-jour che cita fonti iraniane di una probabile reazione agli attacchi israeliani per sostenere Hezbollah. Lo stesso quotidiano di Beirut rileva come la nuova offensiva di Tel Aviv miri a stabilire il controllo totale sulle aree lungo la linea gialla — che si estende per diverse centinaia di chilometri quadrati lungo la linea blu e comprende decine di città e villaggi del Libano meridionale — conducendo operazioni sistematiche di demolizione, distruzione e livellamento volte a cancellare qualsiasi forma di vita e impedire ai residenti il ritorno. In secondo luogo, si legge ancora, Israele cerca di espandere la propria occupazione oltre la linea gialla (la zona cuscinetto militare stabilita dalle Forze di difesa israeliane a una decina di chilometri dal confine), incorporando nuovi villaggi, tra cui Mansouri, Majdal Zoun, Haddatha e Braasheet, spingendosi più avanti verso Tibnin e Beit Yahoun. Questo estenderebbe l'occupazione oltre la linea esistente prima del 2000.

Da parte sua, il governo libanese ha condannato con fermezza la ripresa unilaterale delle ostilità. Il presidente del Parlamento Nabih Berri, vicino a Hezbollah, ha parlato di una guerra di sterminio perpetrata dalla macchina israeliana di morte e distruzione continua nel sud del Libano. Non diversa comunque la posizione del Primo Ministro Nawaf Salam che sul suo account X è condannato gli attacchi alla città di Nabatieh, ai villaggi di Ansar, Deir Zahrani e altri che ostacolano "gli sforzi per stabilizzare la situazione nel Sud", ricordando che l'attacco israeliano sul villaggio di Ansar non ha colpito infrastrutture militari, ma donne e bambine.

Un "dettaglio" evidentemente per il governo Netanyahu che persegue nella sua campagna di espansione dei confini per raggiungere il sogno del Grande Israele. Indifferente anche alle proteste che sabato scorso, come racconta il quotidiano Haaretz, hanno occupato le piazze in tutto il Paese, con la richieste d'apertura di un'indagine per il 7 ottobre e garanzie elettorali.

Il raduno principale, scrive Haaretz, si è svolto in Piazza Habima a Tel Aviv, attirando circa 400 manifestanti. Tra i relatori Eyal Eshel, la cui figlia Roni fu uccisa nell'attacco del 7 ottobre al posto militare di Nahal Oz, che ha rinnovato la richiesta di una commissione statale d'inchiesta, affermando: "Un paese che non indaga sul più grande fallimento della sua storia non può davvero risolverlo. Un paese che non ascolta nemmeno dopo il 7 ottobre sta mettendo in pericolo il proprio futuro." L'ex comandante della polizia Yossi Sedbon, che si è unito a un'iniziativa volta a proteggere l'integrità elettorale, aggiunge Haaretz, ha accusato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir di tentare di "compiere un'ostile presa di controllo della polizia israeliana e trasformarla in una milizia privata." Ha anche avvertito che "c'è preoccupazione per un danno prima, durante e dopo le elezioni."


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