Ebola, il Continente nero che l'Occidente preferisce dimenticare
- Alberto Scafella
- 24 ore fa
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Aggiornamento: 3 ore fa
di Alberto Scafella

C’è una regola non scritta del nostro umanitarismo contemporaneo: una tragedia esiste finché riesce a entrare nel telegiornale. Poi, quando l’emergenza smette di fare audience, anche la solidarietà torna comodamente in ufficio. In Repubblica Democratica del Congo il virus Ebola continua invece il suo macabro percorso e continua a uccidere, indifferente alle nostre statistiche, alle nostre frontiere, ai nostri comunicati. E soprattutto non conosce la distanza morale che noi abbiamo costruito tra la morte di un africano e quella di un europeo. E sì, perché non legge i giornali, non guarda i sondaggi, non aspetta che l’Occidente abbia un minuto libero. E soprattutto non sa che, secondo le nostre rassicuranti mappe epidemiologiche, il rischio per l’Europa è molto basso.
In Congo, oltre duemilatrecento vittime del virus
Il problema è che mentre noi celebriamo il basso rischio europeo, in Congo si muore. Al 17 agosto 2026 si contano 4.945 casi e 2.325 morti: questa epidemia è diventata la seconda più letale nella storia dell’Ebola e la più grave mai registrata nella Repubblica Democratica del Congo.[1] Ed è qui che entra in scena l’ECDC, acronimo che probabilmente ai più dice poco. È il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, l’agenzia scientifica dell’Unione europea che sorveglia le malattie infettive e valuta i rischi per i cittadini europei. Il suo radar ci dice che, oggi, come abbiamo ricordato sopra, il rischio per l’Europa è molto basso.[2]
Molto basso non significa zero. E soprattutto non significa che una vita africana valga meno di una vita europea. È questo il piccolo capolavoro della nostra morale a geometria variabile. Quando il virus può arrivare a Roma, Parigi, Berlino o Bruxelles, improvvisamente scopriamo l’emergenza internazionale. Quando invece resta a Ituri, tra villaggi, foreste, povertà, guerra e ospedali senza risorse, l’emergenza diventa progressivamente un fatto locale. Un fatto locale con migliaia di morti.
E qui bisogna fare una domanda scomoda. Dove sono finite le grandi ONG? Dove sono finite le campagne di solidarietà? Dove sono finiti i grandi appelli internazionali?* Sia chiaro: non è mia intenzione mettere sullo stesso piano chi lavora realmente sul terreno e chi gestisce la macchina umanitaria. Esistono medici, infermieri, volontari e operatori che rischiano ogni giorno la vita e che, in molte crisi, rappresentano l’unica presenza concreta dello Stato e della comunità internazionale. A loro va tutto il rispetto possibile. Il punto, però, è distinguere con precisione tra ciò che funziona e ciò che non funziona, tra intervento sanitario e apparato amministrativo. Perché il sistema degli aiuti internazionali non è un blocco unico: è un insieme eterogeneo di attori.

La qualità del funzionamento delle organizzazioni internazionali
Accanto a ONG operative e missioni mediche sul campo, esistono anche strutture di coordinamento, consulenze, programmi multilaterali e apparati logistici complessi. In alcuni casi questo livello organizzativo è indispensabile; in altri può diventare ridondante o poco trasparente. Non si tratta quindi di una condanna generale, ma di una constatazione: la qualità e l’efficacia degli interventi variano enormemente da contesto a contesto e da organizzazione a organizzazione. Lo dico anche per esperienza personale. Ho vissuto per alcuni anni in Africa, in Angola, lavorando in un contesto istituzionale e diplomatico. Ho visto direttamente come funziona una parte della macchina internazionale. Non sto dicendo che ogni ONG sia inefficiente o che ogni funzionario internazionale sia distante dalla realtà. Sarebbe una semplificazione ingiusta e falsa. Sto dicendo qualcosa di più circoscritto ma rilevante: in alcuni contesti ho riscontrato una distanza significativa tra la narrazione dell’aiuto e la sua effettiva ricaduta sul terreno.
Questa distanza non è solo percezione individuale. È un tema che emerge anche in numerosi rapporti indipendenti e audit internazionali, che segnalano criticità ricorrenti nella gestione degli aiuti umanitari: problemi di coordinamento, inefficienze, costi amministrativi elevati e, in alcuni casi documentati, episodi di cattiva gestione o uso improprio delle risorse.[3] Non è quindi una questione ideologica, ma di governance e trasparenza. Per questo non accetto che ogni interrogativo venga liquidato come “populismo”. Anzi. La vera domanda umanitaria è proprio questa: quanto di ogni euro destinato all’Africa arriva realmente all’Africa? Quanto viene speso per medicine? Quanto per laboratori? Quanto per ambulanze? Quanto per dispositivi di protezione? Quanto per pagare gli operatori sanitari? E quanto invece serve a mantenere in piedi la struttura amministrativa e logistica che dovrebbe garantire tutto questo?
Graodi di efficienza, coordinamento e trasparenza dell'ONU
Perché, mentre oggi in Congo gli operatori sanitari lavorano spesso in condizioni difficili e con risorse limitate, l’epidemia continua a diffondersi.[4] È allora il tema non è soltanto quanto denaro viene stanziato. È come viene distribuito, controllato e verificato nel suo impatto reale. È una domanda legittima, soprattutto quando si parla di sistemi finanziati da fondi pubblici e contributi internazionali. Nemmeno quando riguarda l’ONU. Anzi, soprattutto quando riguarda l’ONU. Perché l’ONU non è un soggetto astratto, ma una struttura complessa composta da agenzie, programmi, missioni e livelli amministrativi differenti. In alcuni casi ha dimostrato un ruolo essenziale nella gestione delle crisi; in altri è stata oggetto di critiche e revisioni proprio per problemi di efficienza, coordinamento e trasparenza.[5] E proprio perché gestisce risorse pubbliche e contributi degli Stati membri, ha il dovere di garantire la massima tracciabilità possibile dell’uso dei fondi.
Non basta dire “abbiamo stanziato”. Bisogna poter dimostrare quale impatto concreto hanno avuto quegli stanziamenti sul terreno. Perché mentre nelle capitali africane si possono trovare strutture e infrastrutture di livello internazionale, a poche centinaia di chilometri di distanza possono esistere ospedali privi di strumenti essenziali. Questa disuguaglianza non è una provocazione: è una realtà strutturale di molti contesti fragili. E l’umanitarismo non può trasformarsi in un sistema autoreferenziale in cui la parte amministrativa cresce più rapidamente della capacità di risposta sul campo.
La solidarietà non dovrebbe essere una polizza assicurativa contro ciò che potrebbe accadere a noi. Dovrebbe essere una scelta morale verso ciò che sta accadendo agli altri. Altrimenti non è solidarietà. È previdenza. Però, e non è un monito, dobbiamo sempre considerare una verità certificata da secoli di epidemie: i virus hanno la pessima abitudine di non rispettano le distanze che gli uomini si ostinano a considerare insuperabili.
Note
[1] Aggiornamenti epidemiologici OMS/WHO Africa Region e report situazionali su Ebola outbreak in DRC, agosto 2026; dati di sorveglianza sanitaria pubblicati nei “Disease Outbreak News” dell’OMS e nei bollettini del Ministero della Salute congolese.
[2] ECDC, “Communicable disease threats report” e risk assessment su Ebola virus disease, aggiornamenti periodici 2026.
[3] Transparency International – report su corruption in humanitarian aid; U4 Anti-Corruption Resource Centre, “Costs of corruption during humanitarian crises”; audit interni e report di accountability di agenzie ONU e ONG internazionali come WFP, OCHA e Global Fund.
[4] OMS/WHO situation reports su Ebola response in DRC; MSF – Médecins Sans Frontières field reports su carenze operative e logistiche nelle aree colpite.
[5] UN Board of Auditors reports; OIOS – Office of Internal Oversight Services; rapporti di accountability su UN system performance in humanitarian operations.
[6] ECDC risk assessment Ebola virus disease, 2026.











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