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La Stanza del pensiero Critico. La guerra non è normalità è solo follia

Commento al discorso di Leone XIV a Rimini

di Savino Pezzotta

Non è irrilevante che Leone XIV abbia scelto Rimini, dentro lo spazio della fiera, luogo che evoca gli scambi, il capitalismo, il commercio, per dire che il riarmo è una follia. È come se avesse portato un frammento di deserto dentro la macchina delle relazioni pubbliche, un’interruzione, una fenditura che incrina la superficie levigata dell’evento. Ma proprio per questo il suo discorso, così limpido, così evangelico, così disarmato, rischia di essere addomesticato, reso innocuo, trasformato in un gesto simbolico che non disturba nessuno.

La sua denuncia del riarmo riguarda infatti non solo la quantità delle armi, ma la forma del mondo che stiamo costruendo che tende a basarsi su: la governance algoritmica del conflitto, la militarizzazione dei dati, la delega alle macchine del calcolo strategico. Quando il Papa parla di élite indifferenti al bene comune, non allude soltanto a gruppi umani o politici, ma ai consorzi (corporation) di potenza che includono infrastrutture digitali, piattaforme, sistemi di sorveglianza, apparati che producono guerra anche quando non sparano.

La follia del riarmo è strutturale: riguarda il tipo di realtà che accettiamo come inevitabile. E quando Leone XIV invita i politici cattolici a non essere complici della cultura della morte, richiama a una soglia morale interna alla politica. Tenere conto di questa indicazione oggi significa vedere come la politica si stia trasformando in un dispositivo che funziona per estrazione, non per rappresentanza: estrae consenso, estrae dati, estrae lavoro vivo, estrae perfino immaginazione. È proprio questa situazione che rende il suo appello più urgente, perché invita a recuperare il senso della libertà, della solidarietà, dell’umano che la politica, molte volte, rischia di perdere. Non è un richiamo moralistico: è un tentativo di riaprire lo spazio del possibile dentro un sistema che tende a chiuderlo.

Il discorso diventa davvero interessante quando il Papa smette di parlare come un sovrano spirituale e prende la parola come un uomo che vede il mondo scivolare verso una forma di guerra permanente, diffusa, capillare, una guerra che non ha bisogno di dichiarazioni ufficiali perché si insinua nelle economie, nei linguaggi, nelle tecnologie. La sua frase “La pace è possibile, se noi la vogliamo” è bella e impegnativa, ma oggi la pace non dipende solo dal desiderio e dalla volontà: dipende dalla disattivazione dei dispositivi che producono guerra, dalla sottrazione di potere alla finanza, all’economia fondata sulla competizione infinita, all’ossessione del profitto, alle macchine del calcolo che trasformano il mondo in un campo di battaglia permanente. La pace non è un sentimento: è una pratica di sottrazione, una forma di resistenza.

Il Papa denuncia il riarmo e indirettamente le  logiche che lo rendono quasi inevitabile: il capitalismo come struttura bellica, la tecnoscienza come acceleratore del conflitto, l’idea di progresso che giustifica ogni sacrificio. Il suo discorso è un faro, sì, ma un faro acceso dentro una tempesta che non si placa con le parole. E proprio meditando su quanto ha detto, mi confermo nell’idea che ai cristiani serva oggi una teologia della diserzione, non solo della pace: diserzione dai ruoli, dai dispositivi, dalle economie che ci chiedono di essere ingranaggi. Una teologia che non si limiti a dire “non armatevi”, ma che osi dire “non servite ciò che vi arma”, che abbia il coraggio di sottrarsi alle logiche che producono la guerra come normalità.

Molti sono stati gli applausi a Rimini. Ma dopo quel discorso e dopo la Magnifica Humanitas, mi pongo una domanda che non è retorica: chi avrà il coraggio di prendere sul serio la follia del riarmo fino a mettere in discussione la follia più grande, quella che chiamiamo normalità della guerra? Chi saprà disertare davvero, non per fuga ma per fedeltà all’umano.

 

 

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