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Trent'anni fa moriva Ugo Pecchioli capo partigiano e dirigente del Pci

14 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 53 minuti fa

Da sinistra: Pecchioli, Giuliano Pajetta, Sandro Curzi, Luigi Pintor, Pietro Ingrao ed Enrico Berlinguer (1965).                                        Pubblico dominio Wikipedia
Da sinistra: Pecchioli, Giuliano Pajetta, Sandro Curzi, Luigi Pintor, Pietro Ingrao ed Enrico Berlinguer (1965). Pubblico dominio Wikipedia

"Un comunista coerente", pubblicò La Stampa il 14 ottobre 1996, all'indomani della morte di Ugo Pecchioli, aggiungendo nell'articolo firmato dal compianto Alberto Papuzzi, la sottolineatura di un «berlingueriano» che ha creduto nel pds.

Pecchioli, scomparso a Roma all'età di 71 anni, sepolto nel cimitero di Alpette, in provincia di Torino, era stato un giovanissimo comandante partigiano e un altrettanto giovane dirigente del Partito comunista italiano, un militante sempre in prima fila nelle manifestazioni di partito e dell'Anpi, a testimoniare le sue idee e i suoi ideali al servizio delle classi meno abbienti. Era nato a Torino il 14 gennaio del 1925. Dopo l'8 settembre 1943, uscito dal liceo classico D'Azeglio, si trovava in Valle d'Aosta. Luogo propizio per aiutare antifascisti ed ebrei ad oltrepassare il confine francese ed entrare nelle file della Resistenza, e al 25 aprile 1945 sfilare nelle strade liberate dal fascismo con il grado di Capo di stato maggiore della 77a brigata Garibaldi.

L'ingresso nel Pci non fu del tutto automatico. Educazione famigliare, sentimenti personali, visioni liberali, lo portarono a riflettere con grande serietà, come era suo costume, prima di accettare la proposta del Partito comunista di cominciare la "carriera" di rivoluzionario di professione a Torino nel Partito nuovo di Palmiro Togliatti. Presa la decisione, imboccò con coerenza, appunto, quella strada politica che negli anni Cinquanta del Novecento lo portò a Roma nella segreteria della Fgci, la federazione giovanile comunista, accanto a Enrico Berlinguer al vertice dell'organizzazione, e ad assumere la direzione del periodico Pattuglia, stampato fino al 1953. Grande ammiratore di Palmiro Togliatti, dal Migliore aveva appreso nella lunga esperienza a Botteghe Oscure la capacità d'ascolto. E la pazienza. Salvo che nei momenti in cui l'interlocutore si mostrava restio a comprendere le sue argomentazioni, allora, come raccontò Gianni Alasia, sbottava con il celebre adagio "Un'aquila può scendere nel cortile di una gallina, ma non s'è mai vista una gallina salire alle vette dell'aquila"».

Dopo gli anni Sessanta trascorsi a Torino come responsabile della Federazione comunista, ritornò a Roma con la segreteria di Enrico Berlinguer. Un vecchio legame e intesa politica ritrovati, in un gruppo di lavoro politico di nuovo conio, che rappresentò una forma di discontinuità con il Pci erede di Togliatti e Longo, in cui erano presenti Paolo Bufalini, Armando Cossutta, Fernando Di Giulio, Carlo Galluzzi e Giancarlo Pajetta.

Deputato, senatore dal 1976, Pecchioli fu un punto di riferimento per decenni nei rapporti con le Forze Armate per il suo impegno nel processo di rinnovamento democratico di quello che allora si definiva "un corpo separato dello Stato", e nell'attenzione riversata ai servizi segreti in quel drammatico periodo della Strategia delle tensione e delle stragi nel nostro Paese, e sulle questioni che investivano la sicurezza, in una posizione politica che lo vede Responsabile della Sezione problemi dello Stato del PCI.

La vulgata dell'epoca amava presentarlo come il ministro dell'Interno ombra del Partito comunista, con discutibili sottolineature dell'estrema sinistra e dei gruppi della sinistra extraparlamentare. E il suo rigore etico, confuso con la rigidità, e forse lo era anche in alcuni casi, ne fecero un nemico dichiarato dai terroristi rossi.

Fisico del ruolo, alto, slanciato, autorevole, freddo e misurato, ma con un carisma che gli derivava dall'eco del coraggio mostrato in battaglia, era anche un facile bersaglio di insinuazioni sui suoi rapporti con l'intelligence, cui non seppero resistere né il segretario del Psi Bettino Craxi, sospinto dalla sua inarrestabile vena anticomunista declinata sulla presunta Gladio Rossa, né l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, mentre nel contempo si alimentavano le più disparate voci all'apertura degli archivi dell'ex Unione Sovietica su presunte collaborazioni tra dirigenti comunisti e Kgb.

Di Pecchioli rimane l'epitaffio che gli dedicò Sandro Curzi, dirigente della Fgci e giornalista e direttore del Tg3, che riassume la coerenza di cui all'inizio: «Forse, molti giovani di oggi non lo conoscono ed è questa una delle tante colpe di un'epoca di facili revisionismi. Per me è stato un amico ed un ottimo maestro. Un ricordo: nel 1951, a poche ore dall'alluvione del Po, si mise alla guida di migliaia di giovani per dar vita alle brigate di soccorso "Eugenio Curiel". Nel Polesine sommerso quei volontari portarono concretissima solidarietà. Questo, e tanto altro, era Ugo Pecchioli. E Dio sa quanto l'Italia avrebbe bisogno di uomini come lui»


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