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Quando la politica si limita a sopravvivere e non a governare

11 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 1 ora fa

A margine della nuova legge elettorale


di Antonio Nicolosi*


La recente analisi di Giancarlo Rapetti su L'Editoriale della Domenica[1] coglie un punto essenziale sull'uso del potere in finale di partita, cioè di legislatura, ma c’è un aspetto che merita ulteriore attenzione. La nuova legge elettorale non riguarda soltanto il rapporto tra Governo e Parlamento, ma anche gli interessi di una classe politica che sembra avere trasformato la propria sopravvivenza in una priorità. Le opposizioni hanno votato contro, ma resta una domanda. Quanto di questa contrarietà è espressione di una reale volontà di cambiare il sistema e quanto risponde alla necessità di salvaguardare la propria immagine davanti agli elettori?

Non occorre ipotizzare accordi segreti. Basti osservare una dinamica ricorrente della politica italiana. Si può essere avversari nelle dichiarazioni e avere, nei fatti, un interesse comune a conservare leadership, candidature ed equilibri interni. In questo scenario, l’obiettivo rischia di non essere vincere o perdere, ma limitare i danni e preservare le proprie posizioni. Anche il proporzionale, pur essendo uno strumento legittimo di rappresentanza, non costituisce da solo una garanzia di pluralismo. Se inserito in un sistema che favorisce la concentrazione del potere, può diventare una concessione parziale, senza modificare sostanzialmente gli equilibri voluti dai suoi promotori.

La questione non è soltanto chi vincerà le prossime elezioni, ma quanto i cittadini potranno incidere realmente sulla scelta dei propri rappresentanti. Una legge elettorale approvata a ridosso del voto alimenta inevitabilmente il sospetto che le regole vengano adattate alle convenienze del momento. E la responsabilità non riguarda soltanto la maggioranza, ma anche un’opposizione che spesso denuncia il sistema senza mettere in discussione i meccanismi che garantiscono la sopravvivenza dei propri gruppi dirigenti.

Comandare non significa governare. Vincere le elezioni non autorizza a svuotare il Parlamento, così come perdere non dovrebbe diventare un alibi per conservare rendite politiche e leadership ormai consolidate. Il problema, dunque, non è soltanto una legge elettorale. È un sistema nel quale la competizione pubblica rischia di nascondere una comune esigenza di autoconservazione.

La democrazia non si indebolisce soltanto quando si riducono formalmente i poteri delle istituzioni. Si indebolisce anche quando i partiti antepongono la propria sopravvivenza alla partecipazione dei cittadini. La politica dovrebbe governare il Paese, non amministrare la propria sopravvivenza.


*Segretario generale UNARMA-Associazione sindacale carabinieri


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