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Tina Anselmi, un ricordo a dieci anni dalla sua scomparsa

10 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Prima donna ministra della Repubblica nel 1976. Una riflessione sul lavoro, sulla parità e sulle soprattutto sulle conquiste sociali da lei sostenute e difese che non possiamo considerare definitive


di Luisella Fassino


«Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci».

Mi piace partire da questa frase di Tina Anselmi, scomparsa il 1* novembre del 2016 a Castelfranco Veneto, dov'era nata 89 anni prima, perché racconta il senso della sua vita. Esserci: non aspettare che altri decidano, ma partecipare e assumersi la responsabilità di cambiare le cose. Era il 1976 quando diventava la prima donna ministra della Repubblica italiana. E non una ministra qualsiasi: le veniva affidato il Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale. Un avvenimento. Non a caso ricevette in un breve arco di tempo 7mila lettere, telegrammi e messaggi.

Io, allora, ero un'adolescente, lontanissima dall'immaginare che il lavoro sarebbe diventato, un giorno, il “mio lavoro”. Non potevo sapere che i principi che quella donna contribuiva a tradurre in norme sarebbero entrati nella mia quotidianità professionale. A quell'età le trasformazioni politiche sembrano appartenere al mondo degli adulti. Eppure, mentre i giovani immaginavano il loro domani, Tina Anselmi stava contribuendo a renderlo diverso.

 

Una donna al Ministero del Lavoro

Oggi appare naturale che una donna sieda al tavolo del Governo. Nel 1976 non lo era affatto. Erano trascorsi trent'anni dal voto alle donne e la Costituzione, all'articolo 37, aveva già sancito il diritto alla stessa retribuzione dell'uomo a parità di lavoro. Ma tra i principi e la realtà restava un'enorme distanza. Tina Anselmi, non era una delle 21 Madri Costituenti: apparteneva alla generazione successiva, chiamata a rendere concretamente esercitabili i diritti scritti nella Carta. Il quotidiano La Stampa nel presentare i nomi delle sette "matricole" del III governo Andreotti ne fece questo breve schizzo: Tina Anselmi, ministro del Lavoro, morotea. E' la prima donna, in Italia, che diventa titolare di un dicastero. E' nata a Castelfranco Veneto nel 1927 ed è laureata in lettere. Ha partecipato alla Resistenza nelle brigate autonome. Insegnante, iscritta al partito democristiano fin dal 1944. Deputato nel 1968, rieletta nel 1972, è stata sottosegretario al Lavoro nel governo Rumor e nel quarto e quinto governo Moro.

Le donne avevano sempre lavorato, dentro e fuori casa, ma il loro contributo era spesso considerato secondario. Il Novecento aveva conosciuto un paradosso: le guerre, con il loro carico di dolore, avevano aperto spazi di autonomia inattesi. Mentre gli uomini erano al fronte, le donne lavoravano nelle fabbriche e nei campi, negli uffici e nei servizi. Alla pace, molte furono spinte a tornare in famiglia, quasi fosse stata una parentesi. Ma avevano dimostrato capacità e assunto responsabilità che non potevano essere cancellate. Con Tina Anselmi, anche a livello di direzione di un Paese, non fu più così.

 

Il 1977: una legge che apre una strada

Tina Anselmi conosceva le difficoltà delle lavoratrici e sapeva che l'uguaglianza scritta nelle leggi non diventa automaticamente uguaglianza nella vita. Il 9 dicembre 1977 fu approvata la legge n. 903 sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. Riconosceva, tra l'altro, il diritto alla stessa retribuzione per prestazioni uguali o di pari valore. L'iniziativa non nacque da una visione unanimemente condivisa, ma da un confronto vivace fra politica, sindacati confederali e società civile. Le donne non chiedevano soltanto di lavorare: rivendicavano pari retribuzione, accesso alle professioni e opportunità di carriera. Una parte del femminismo guardava oltre la parità giuridica e contestava una società che attribuiva soprattutto alle donne la cura familiare. Anche i sindacati, protagonisti di importanti conquiste, si confrontavano con il passaggio dalla protezione della lavoratrice al riconoscimento di opportunità effettivamente uguali.

In quel clima la ministra del Lavoro seppe costruire una mediazione tra sensibilità diverse. La sua formazione cattolica e democratica non le impedì di comprendere che la parità doveva trovare riscontro nella concretezza dei rapporti professionali.

La legge lasciava tuttavia aperta una domanda ancora attuale: è vera uguaglianza professionale se la famiglia e la cura restano responsabilità prevalentemente femminili? Le leggi aprono strade, ma i comportamenti e la cultura devono percorrerle.

Dopo tanti anni, trascorsi ad affrontare problemi di lavoro, ho imparato che le discriminazioni raramente si presentano dichiarandosi tali. Si nascondono nelle consuetudini aziendali, nelle occasioni offerte ad alcuni e negate ad altri, nelle carriere che rallentano. E talvolta anche nella difficoltà delle donne stesse a riconoscere pienamente il valore del proprio lavoro.

 

Le parole di ieri, i problemi di oggi

Anselmi denunciava una disoccupazione femminile superiore a quella maschile, il lavoro nero, la concentrazione delle donne in attività marginali, stagionali o temporanee. Sono parole di cinquant'anni fa. Da allora molto è cambiato: sono cresciuti gli spazi professionali, le responsabilità e l'autonomia economica delle donne. Ma alcune disuguaglianze ritornano con forme nuove: difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, ostacoli alla carriera, percorsi discontinui. E l

e conseguenze non finiscono con la vita lavorativa: retribuzioni inferiori, part-time e interruzioni possono tradursi, ancora oggi, in pensioni insufficienti a garantire una vecchiaia serena.

 

La forza delle convinzioni, il rispetto delle istituzioni

Un altro episodio racconta la statura istituzionale di Tina Anselmi. Nel 1978, da ministra della Sanità, firmò la legge n. 194 sull'interruzione volontaria della gravidanza. In una intervista rilasciata sul finire del 1976, alla domanda sulla legge di cui era iniziata la discussione disse: "Penso che la strada che si è imboccata, nel nome di una presunta liberalizzazione della donna, farà pagare alla stessa molta pena e dolori. Si dovrebbe mirare a provvedimenti che scoraggiano l'aborto e che aiutino la donna in gravidanza (qualsiasi donna) a superare i problemi economici, psicologici e sociali. Inoltre si deve diffondere in modo capillare l'educazione alla contraccezione".

Profondamente cattolica e personalmente contraria, rispettò il voto del Parlamento e le responsabilità della propria carica, nonostante le pressioni del mondo ecclesiastico. Mi colpisce questa capacità di restare fedele ai propri valori senza pretendere di farne una regola per tutti. Anche questo significa esserci: assumersi responsabilità pubbliche, perfino quando richiedono decisioni difficili sul piano personale.

 

Cinquant'anni dopo, una nuova sfida

Nel 2026, a dieci anni dalla sua scomparsa e a cinquanta dalla nomina a ministro, l'Italia ha recepito la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva con il decreto legislativo n.96 del 2026. Vedo un filo ideale tra le due riforme. All'epoca si affermava il diritto delle donne a non essere discriminate nella retribuzione e nel trattamento economico. Oggi si cerca di rendere quel diritto effettivamente verificabile, attraverso criteri retributivi trasparenti e strumenti capaci di misurare e far emergere le ingiuste differenze.

E non è soltanto una questione di adempimenti. Significa interrogarsi su come si valorizzano le competenze, si attribuiscono responsabilità e si costruiscono le carriere. Non credo che la parità nasca soltanto dalle leggi, ma senza leggi coraggiose molte trasformazioni culturali non avrebbero neppure avuto inizio. Tina Anselmi lo aveva compreso.

 

Esserci per cambiare il mondo, sempre

Ripenso a me ragazza nel 1976, ignara del futuro che mi attendeva. E penso a lei che, nello stesso momento, assumeva la guida di un ministero portandovi l'esperienza della resistenza, dell’insegnamento, del sindacato e della politica. Non ci siamo mai incontrate, eppure una parte importante della mia vita professionale si è svolta nel solco delle conquiste alle quali lei ha contribuito.

Forse è questo il significato più profondo dell'impegno pubblico: lasciare un segno nella vita futura di persone che non conosceremo mai. Perché le conquiste individuali acquistano il loro valore più grande quando diventano opportunità collettive. La storia ci insegna che le conquiste individuali acquistano valore quando diventano opportunità collettive, e ci ricorda che i diritti non sono mai definitivamente al riparo. Devono essere conosciuti, presidiati, esercitati, difesi e ripensati alla luce dei cambiamenti della società.

Cinquant'anni fa, «per cambiare il mondo bisognava esserci». Oggi credo che questa frase conservi intatta la sua forza.


 

 

"La nostra storia di italiani ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che ha bisogno di un terreno costantemente fertilizzato.  Tina Anselmi

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