Addio a Franco Baresi, figlio del calcio romantico delle vere bandiere
- Luca Rolandi
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di Luca Rolandi

La morte di Franco Baresi, 66 anni, capitano storico del Milan degli invincibili da Sacchi a Capello, ma anche prima dei turbolenti anni Settanta con i presidenti che si succedevano a ripetizione, la retrocessione in B, e non ultimo gli scandali che avevano appannato l'immagine del Diavolo. In tutta questa temperie il piscinin Franco, fratello di Beppe, sponda nerazzurra, era il simbolo di quel Milan ante berlusca che univa il mondo meneghino popolare a quello del sud che aveva trovato fortuna e lavoro, ma anche sofferenza e difficoltà nella grande metropoli del nord.
Era il Milan erede dei Rizzoli che con lo svedese naturalizzato italiano Liedholm aveva conquistato la stella ed era tornato alla vittoria dopo i fasti del Paron Rocco con il Golden Boy Gianni Rivera, che la penna corrosiva di Gianni Brera aveva bollato come l'abatino, ma supportato da Lodetti, Prati, Cudicini, Anquilletti solo per fare alcuni nomi. Franco Baresi era l’ultima bandiera. Ha giocato solo con il Milan e ha conquistato l’Europa, e il mondo, con i rossoneri, imponendosi come uno dei liberi più forti della storia del calcio. Non a caso lo paragonavano al "Kaiser" Franz Beckenbauer (1945-2024) e allo juventino Gaetano Scirea (1953-1989), al quale lo accomunava la correttezza, la lealtà e il rispetto degli avversari.
Senza fare i nostalgici e i passatisti di un mondo superato e lontano anni luce dal sistema calcio attuale più simile ad un luna park che ad un gioco, quel calcio quello del Mundial '82 e fino al rigore di Baggio del 1994 negli Usa aveva un sapore diverso. Proprio in quella partita storica la finale dei mondiali '94 Baresi, che aveva sollevato ogni possibile coppa con il suo club in Europa e nel mondo, lo si vide piangere per il rigore sbagliato e per il fatto che comprendeva che quella sarebbe stata l’ultima occasione della sua vita sportiva per trionfare in maglia azzurra che aveva onorato e rispettato al pari di quella rossonera.
Chiusa l'attività agonistica si era poi defilato con la sua tipica discrezione, anche se alcuni episodi legati alla cronaca giudiziaria l'avevano coinvolto e amareggiato, dedicandosi alla crescita del settore giovanile, sempre fedele a mantenere un profilo di grande rispetto per i compagni di un tempo e dei suoi successori. Franco Baresi era soprattutto amato profondamente dal popolo rossonero che ne ammirava lo stile e l'umiltà di grande campione, qualità che contagiavano anche i tifosi avversari.
Di quella generazione si è persa traccia. Alla gente vera, di campo e di spogliatoio si è preferito fare avanzare i furbi e gli scaltri. E forse per questo che oggi la situazione è degenerata e si raccolgono i cocci, nell'attività di club e nella nazionale. Baresi ha vinto tutto nel calcio. Ma le sue vittorie non lo hanno messo al riparo da un addio prematuro e sofferto. Nel gennaio scorso, quando insieme a Beppe Bergomi ha portato la fiaccola olimpica a San Siro, sofferente ma fiero, ha fatto piangere in tanti. Ricordare e ispirarsi a persone di questo lignaggio umano e sportivo, in un contesto dove le bandiere sono ammainate e il dio denaro domina sui sentimenti più veri della passione, rimane l'ultima possibilità che ha il nostro calcio per salvare il salvabile e ricominciare a sperare nel futuro.







