"Cosa stiamo diventando?", ebrei contro ebrei a New York
- Maria Teresa Fenoglio
- 2 giorni fa
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Cronaca di una manifestazione avversa al sindaco Zohran Mamdani
di Maria Teresa Fenoglio

In un articolo pubblicato il 28 luglio 2026 sulla newsletter Shaul’s Substac, lo studioso americano Shaul Magid racconta in prima persona la sua partecipazione al raduno “United Against Hate” svoltosi a New York il 26 luglio 2026, formalmente organizzato contro l’antisemitismo, che nella sostanza si è trasformato in una manifestazione contro il sindaco Zohran Mamdani.
I manifestanti lo accusavano di alimentare un clima ostile agli ebrei. In particolare gli contestavano le critiche a Netanyahu, l’affermazione che il premier israeliano non fosse il benvenuto a New York e il fatto di non aver definito subito come antisemita una recente aggressione a due persone, delle quali una era ebrea. Alcuni arrivavano ad attribuirgli una responsabilità morale negli attacchi contro gli ebrei, esposta nei cartelli con la scritta “Mamdani has blood on his hands” (“Mamdani ha il sangue sulle mani”).
Il passaggio dalla rabbia all'odio, secondo Shaul Magid
Tuttavia l'obiettivo dell’articolo non è discutere se Mamdani sia o meno antisemita, bensì descrivere un fenomeno molto più inquietante, ossia come si sviluppa il passaggio dalla rabbia all’odio e la progressiva perdita di ogni limite morale all’interno di una parte dell’ebraismo americano, e come il fenomeno sia generalizzato.
Nella manifestazione, che riuniva circa 150 persone, le prese di posizione del Sindaco vengono interpretate dai partecipanti come conferme di un giudizio già formulato: se una persona è ritenuta antisemita, qualsiasi sua parola verrà letta attraverso quella lente, indipendentemente dal contenuto.
Il cuore dell’articolo è il racconto di ciò che accade durante il raduno. Dall’altra parte della strada manifesta infatti un piccolo gruppo di ebrei ultraortodossi, i Neturei Karta, antisionisti e oppositori della stessa legittimità dello Stato di Israele. Pur senza provocare, essi diventano rapidamente il bersaglio dell’ostilità dei partecipanti. Magid, a sua volta di origini ebraiche, assiste a scene che lo colpiscono profondamente: i manifestanti si scagliano verbalmente contro di loro definendoli “falsi ebrei”, infiltrati e “Amalek”(male assoluto), arrivando a urlare che dovrebbero sparire dalla faccia della terra. Quando in lingua ebraica Magid prova a dire a una di essi che si tratta comunque di ebrei, anche se con idee diverse, viene insultato e accusato a voce alta di essere “uno di loro”, percependo per un momento il rischio concreto di un’aggressione fisica.
La rimozione della violenza dei coloni in Cisgiordania
Un’altra donna, israeliana, con cui interloquisce afferma di odiare Netanyahu perché, in quanto primo ministro, va ritenuto responsabile del 7 ottobre. Alla domanda su Gaza, la manifestante risponde senza esitazione che “tutti quelli di Gaza se lo meritavano”.
Per Magid è il punto di rottura: la sofferenza di un’intera popolazione viene giustificata in modo assoluto, senza alcuna distinzione tra civili e combattenti.
Pur riconoscendo che il raduno non fosse ufficialmente “kahanista” (Meir Khane è stato un ideologo dell’estremismo ebraico), vi ritrova elementi che ne ricordano il linguaggio e la mentalità: la spersonalizzazione del nemico, la convinzione che ogni critica a Israele sia espressione di antisemitismo e la tendenza a dividere il mondo in amici e nemici assoluti.
Anche se la manifestazione si svolge mentre, in Cisgiordania, gruppi di coloni incendiano moschee, devastano villaggi palestinesi e provocano nuove vittime, di questo, durante il raduno, non si parla mai. Secondo Magid, la mobilitazione contro Mamdani può essere addirittura letta come un modo per evitare di confrontarsi con le aggressioni israeliane nei territori occupati.
Anche in base alla violenza percepita sulla propria pelle, il problema per Magid non sono le diverse opinioni politiche, ma il crollo della capacità di riconoscere l’umanità dell’altro. Richiamando il concetto di contrapposizione “amico-nemico” che si deve a Carl Schmitt, mette in guardia contro il rischio che qualsiasi comunità, quando identifica completamente la propria identità con uno Stato, possa scivolare verso forme di pensiero autoritario. Ricordando l’assassinio dell’ebreo antisionista Jacob Israël de Haan nel 1924 per mano di militanti sionisti, avverte che la storia dimostra come l’odio interno possa trasformarsi in violenza.
Una polarizzazione sempre più profonda e pericolosa
L’interrogativo conclusivo, rivolto innanzitutto agli ebrei, riguarda ogni società polarizzata: “Che cosa stiamo diventando?”. Per Magid, il pericolo maggiore non proviene dall’antisemitismo esterno, ma dalla normalizzazione dell’odio all’interno della stessa comunità ebraica. Quando la rabbia si trasforma in odio, scrive, ciò che un tempo appariva moralmente inaccettabile può diventare non solo accettabile, ma persino doveroso.
L’odio non nasce mai all’improvviso, ma si costruisca lentamente a partire da una rabbia percepita come giusta e necessaria. Nel momento in cui quella rabbia smette di interrogarsi e si irrigidisce in una narrazione unica, il mondo si semplifica: le sfumature scompaiono, le persone diventano categorie, e chi è “dall’altra parte” smette di essere un interlocutore per diventare un nemico.
È in questo passaggio che la polarizzazione si trasforma in qualcosa di più profondo e pericoloso. Non si tratta più solo di opinioni contrapposte, ma di uno sguardo che non riesce più a riconoscere l’umanità dell’altro. E quando questo sguardo diventa normale, anche ciò che un tempo sarebbe apparso inaccettabile finisce per sembrare inevitabile.
L’odio non è un’eccezione, ma il possibile esito di una rabbia che non trova più limiti. E proprio per questo, il primo passo per contrastarlo non è scegliere da che parte stare, ma imparare a non perdere di vista la complessità di chi sta dall’altra parte.







