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Sui funerali di Stato per Mladić l'ombra di sommosse in Kosovo

Aggiornamento: 3 ore fa

In quel Paese dei Balcani, che si è reso autonomo da Belgrado nel 2008, opera come forza di pace un contingente KFOR formato da un Reggimento di carabinieri


di Antonio Nicolosi*


La morte di Ratko Mladić, avvenuta il 27 agosto nel carcere dell'Aia dove stava scontando l'ergastolo per genocidio e crimini contro l'umanità, non è una notizia di cronaca giudiziaria. È un evento politico dirompente che rischia di riaccendere la tensione nei Balcani.

Le notizie che giungono in queste ore dalla capitale serba Belgrado sono estremamente preoccupanti. L'ipotesi, ventilata da ambienti politici e mediatici della Serbia, di tributare funerali di Stato o onoranze pubbliche solenni all'ex comandante dell'Esercito della Republika Srpska, sarebbe un atto dal fortissimo e devastante impatto simbolico. Sarebbe l'equivalente di riaprire a mani nude una ferita mai rimarginata.

Non parliamo di un'area qualsiasi. Parliamo del confine più sensibile d'Europa. In Bosnia-Erzegovina, la glorificazione di Mladić nella Republika Srpska è da sempre il carburante del secessionismo di Dodik e della negazione del genocidio di Srebrenica. In Serbia, il suo culto è lo strumento con cui il nazionalismo tiene coesa una parte dell'opinione pubblica, alimentando la sfiducia verso l'Occidente e la NATO.

In Kosovo, tutto questo si traduce immediatamente in "elettricità" sul terreno. Non è casuale che il principale quotidiano kosovaro Koha Ditore on line abbia evidenziato nel titolo l'enfasi serba nel voler glorificare la figura di Mladić e riferito delle critiche del Presidente Vučić al Tribunale dell'Aia per avere impedito al generale di morire in patria e non in carcere. Un trattamento che il Capo dello Stato serbo ha definito «incivile, senza precedenti e ingiustificabile». Un'aggettivazione che nella capitale Priština viene letta come l'ennesima celebrazione nazionalista di Belgrado e, per effetto transitivo, come una minaccia diretta all'indipendenza. kosovara.

Le comunità serbe del nord del Kosovo potrebbero soggiogate dalla propaganda, le proteste potrebbero riesplodere, la fragile stabilità costruita in oltre 25 anni di KFOR - la forza militare internazionale guidata dalla Nato con il compito di mantenere la pace nel Kosovo che ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008 - potrebbe essere messa in discussione in 24 ore. In quell'area operano i nostri Carabinieri.

Dispositivo dei Carabinieri di KFOR MSU, di guardia al ponte sul fiume Ibar, in Mitrovica (Kosovo). Estate 2019@Allions-Opera propria in Wikipedia
Dispositivo dei Carabinieri di KFOR MSU, di guardia al ponte sul fiume Ibar, in Mitrovica (Kosovo). Estate 2019@Allions-Opera propria in Wikipedia

Il Reggimento MSU - Multinational Specialized Unit - e il contingente italiano di KFOR sono composti quasi interamente da uomini dell'Arma. Sono loro che gestiscono l'ordine pubblico, la protezione delle minoranze, il pattugliamento nei villaggi più isolati. Sono un'eccellenza riconosciuta da tutta la NATO, il punto di riferimento per tutti i contingenti alleati. E oggi più che mai, sono in prima linea. Dunque, non possiamo permetterci di considerarli un presidio ordinario. In caso di escalation simbolica come un funerale di Stato, sarebbero i primi a trovarsi davanti a manifestazioni, provocazioni, tentativi di strumentalizzazione. Quindi, è fondamentale innalzare immediatamente delle misure di Force Protection per tutto il personale italiano schierato in Kosovo. Bisogna senza indugio procedere ad una costante e dinamica valutazione del rischio (Threat Assessment), tenendo conto non solo del rischio cinetico, ma anche di quello informativo e simbolico legato alle celebrazioni per le esequie di Mladić.

Un flusso informativo continuo e trasparente verso le famiglie: mogli, genitori e figli dei nostri colleghi schierati, che oggi restano in ansia. Loro hanno il diritto di sapere che lo Stato sta facendo tutto il possibile per tutelarli. L'incertezza è un peso che non possiamo lasciare solo sulle loro spalle. Bisogna altresì valorizzare il ruolo italiano. L'Italia è l'unico Paese che può parlare sia a Belgrado che a Priština. Il nostro modello di Carabinieri come forza di polizia a ordinamento militare è l'unico che può davvero disinnescare le tensioni.

Compito delle Istituzioni è garantire che possano farlo in sicurezza. Non lasciamoli soli. Neanche per un minuto.

*Segretario Generale - Unarma Associazione Sindacale Carabinieri

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