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Srebrenica, sempre nuove croci raccontano il genocidio nei Balcani

di Marco Travaglini

Il 10 luglio di 31 anni fa, nella calda estate del 1995, nel cuore del Balcani sconvolti dalla guerra, la città di Srebrenica cadde nelle mani criminali del generale Ratko Mladić e dei suoi miliziani serbo-bosniaci la città di Srebrenica. Il giorno dopo, in quella cittadina tra le montagne della Bosnia nord-orientale, enclave musulmana a pochi chilometri dalla Drina, iniziò la caccia all’uomo e più di ottomila musulmani bosniaci maschi, tra i 12 e i 76 anni, vennero catturati, torturati, uccisi e sepolti in fosse comuni dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache e dai paramilitari serbi. Fu un genocidio, riconosciuto tale dal Tribunale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia dell’Aia, l’ultimo grande e terribile massacro nell’Europa del “secolo breve”.

Qualche giorno fa migliaia di cittadini, familiari delle vittime e numerose autorità nazionali e internazionali hanno preso parte alla cerimonia commemorativa al memoriale di Potočari, sobborgo a circa 6 km a nord-ovest di Srebrenica, luogo di sepoltura ufficiale per le vittime del genocidio del 1995. Nell’occasione, seguendo una dolorosa tradizione che si perpetua da decenni, altre dieci vittime recentemente identificate sono state sepolte con gli onori oggi nel cimitero-memoriale di Potočari, dopo aver fatto tappa davanti alla presidenza della Bosnia a Sarajevo. La più giovane al momento dell’uccisione aveva 20 anni, la più anziana 56. Finora, delle 8.300 persone che si stima siano state trucidate nel luglio del 1995, 6.772 sono state sepolte nel memoriale di Potočari e circa 250 sono state inumate in altri luoghi secondo la volontà delle loro famiglie.


I parenti delle vittime hanno ribadito che la ricerca dei dispersi non è ancora terminata e che si stanno ancora cercando i resti di oltre mille vittime. Un impegno arduo, così come sarà complicata l’eventuale identificazione. Durante la commemorazione, è stato sottolineato con forza come la memoria, la verità e la giustizia rimangano un obbligo permanente della società, opponendosi ai reiterati tentativi di negazione del genocidio. Davanti al Tribunale internazionale dell'Aia sulla Bosnia, sette tra i più alti funzionari della Republika Srpska durante la guerra sono stati condannati per genocidio per Srebrenica, cinque dei quali all'ergastolo, tra cui il Presidente della Republika Srpska, Radovan Karadžić, e il Comandante in Capo dell'Esercito della Republika Srpska, Mladić. Altre 16 persone sono state condannate all'Aia per vari crimini legati a Srebrenica e Žepa, commessi nel luglio del 1995, con pene detentive che vanno dai cinque ai 35 anni.

Allo stesso tempo, il Tribunale della Bosnia ed Erzegovina ha condannato 61 persone per genocidio e altri crimini di guerra commessi a Srebrenica e dintorni, e sta conducendo una serie di procedimenti contro decine di imputati. Ma sarà mai una giustizia piena? Oltre sei lustri dopo rimane l’amara sensazione di ingiustizia e di impotenza nei sopravvissuti e un pericoloso messaggio di impunità per parecchi dei carnefici di allora, in molti casi ancora a piede libero e considerati dagli ultranazionalisti alla stregua degli “eroi”. Ci sono persone che non hanno pagato per i loro crimini e, con il tempo, si tende a rimuovere, dimenticare. Restano però le tombe, il ricordo di uccisioni, saccheggi, violenze, torture, sequestri, detenzione illegale e sterminio. La speranza è che il grido di madri, mogli e figlie di chi venne ucciso nella città “dell’argento e del sangue” non resti inascoltato.


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