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PIANETA SICUREZZA. Polizia e Forze armate: un contratto firmato perché non si ha scelta

di Nicola Rossiello


Il rinnovo contrattuale delle Forze di Polizia appena chiuso mi lascia, come dirigente sindacale, un'amarezza che credo vada raccontata con precisione, senza scorciatoie e senza sconti a nessuno, anche verso la mia stessa Organizzazione. Il Silp Cgil ha firmato quell'accordo. Lo ha fatto, non perché lo ritenga adeguato, ma perché il sistema di relazioni sindacali previsto dalla legge 121 del 1981 non lascia, di fatto, alternative praticabili. Non so se avrei fatto la stessa cosa, ma non è rilevante. Chi rifiuta la firma esce da una contrattazione di secondo livello che, a dirla tutta, determina poco o nulla, specie sul piano economico, e perde ogni possibilità di intervenire sui tavoli dove si decide qualche cosa di marginale che riguarda la vita lavorativa di agenti, sovrintendenti, ispettori e commissari. È una scelta obbligata, e trovo giusto averlo detto con la chiarezza che abbiamo avuto, perché la trasparenza su come si arriva a una decisione conta quanto la decisione stessa. Ma proprio perché è una firma di necessità, e non di condivisione, credo sia doveroso continuare a dire con la stessa fermezza che nel merito quell'accordo resta inadeguato.

Gli aumenti netti mensili discussi, che si fermano attorno ai settanta, ottanta, novanta euro a seconda del grado, non reggono il confronto con un'inflazione proiettata oltre il sei per cento nel prossimo triennio. Non è un dettaglio contabile, è la misura concreta di quanto le famiglie di chi lavora in divisa vedranno assottigliarsi ulteriormente il proprio potere d'acquisto – già profondamente attaccato nei decenni passati con una perdita complessiva superiore al 20-25% - mentre si continua a raccontare pubblicamente un rinnovo come un risultato. Vedo documenti trionfanti di alcune organizzazioni di rappresentanza che definire farneticanti è un eufemismo. Anche sul lavoro straordinario, dove era stata promessa una revisione sostanziale, l'aumento resta sotto l'euro per ora feriale, e permane la norma che consente di liquidare quelle spettanze a distanza di due anni dalla prestazione, una condizione che definirei semplicemente incompatibile con il rispetto dovuto a chi presta un servizio che lo Stato stesso definisce essenziale. Resta la stortura inaccettabile secondo la quale ogni tre lavoratori che svolgono 50 ore di straordinario mensili (stima ordinaria) l’Amministrazione, ovvero lo Stato, guadagna un lavoratore, al quale non corrisponde gran parte della retribuzione e della previdenza giacché l’ora di straordinario è sensibilmente inferiore all’ora ordinaria (caso più unico che raro nella pubblica amministrazione).

E i numeri, da soli, raccontano solo una parte della fatica. Dietro ogni cifra c'è un turno che si allunga perché mancano colleghi, un riposo che salta perché il servizio non può fermarsi, una famiglia che aspetta a casa qualcuno che rientra tardi e stanco, senza che quella fatica trovi un riconoscimento economico proporzionato. Le carenze di organico, soprattutto legate ad una organizzazione dissennata dell’intero comparto, fatto ancora di quattro forze di polizia e una pletora di organismi correlati o meno tra loro, certamente non coordinati, che da anni segnalo non sono un tema separato dal rinnovo contrattuale, ne sono anzi la causa profonda: quando uomini e donne sul territorio non sono sufficienti e male organizzati, il carico si scarica su chi resta, e chi resta lo fa con uno stipendio che oggi, con questo accordo, si allontana ancora di più dal costo reale della vita. Chi lavora per la sicurezza degli altri ha il diritto di vedere tutelata, prima di ogni altra cosa, la sicurezza economica della propria famiglia, ed è proprio questo, a mio giudizio, il punto che l'amministrazione continua a non voler affrontare con la serietà che meriterebbe.

C'è però un punto che considero più grave di ogni singola cifra, ed è la ragione per cui scrivo questo articolo all'interno della rubrica settimanale "Pianeta sicurezza". Il rinnovo di questi contratti avviene sempre, sistematicamente, in una condizione di squilibrio strutturale, perché il personale delle Forze di Polizia e delle Forze Armate non dispone del diritto di sciopero, sancito invece dall'articolo 40 della Costituzione per la generalità dei lavoratori, e derogato per il nostro comparto proprio dalla legge 121 del 1981 in ragione della natura del servizio svolto. Una ratio che non ha più alcuna ragione di esistere. La continuità dei servizi di sicurezza è un valore che riguarda tutta la collettività, ma se si nega uno strumento di pressione, la Costituzione stessa impone, a mio giudizio, che si offra in cambio una tutela reale, un meccanismo capace di riequilibrare la trattativa quando la parte pubblica si presenta con stanziamenti già decisi altrove e non negoziabili nella sostanza. Oggi quel meccanismo non esiste, e la conseguenza è che ogni rinnovo si trasforma in una sottoscrizione sotto condizione, con la pistola alla tempia, non in una trattativa vera.

Ed è qui che arrivo al punto che più mi preoccupa, e che riguarda il Governo in carica in particolare, nonostante sia una tendenza che attraversa da anni, con sfumature diverse, gli esecutivi che si sono succeduti. Troppo spesso, a mio parere, chi indossa una divisa viene trattato non come lavoratore titolare di diritti pieni, ma come soggetto da lusingare a parole, celebrato nelle cerimonie e nelle dichiarazioni pubbliche, e poi lasciato con un potere d'acquisto in caduta nella realtà delle buste paga. È una retorica che seduce e disarma insieme, perché rende difficile protestare senza apparire ingrati verso chi ti ha appena elogiato, e trovo che sia proprio questo il meccanismo da smontare, con chiarezza e senza polemica personale verso nessuno. Ma di questo devono acquisire consapevolezza soprattutto le nostre lavoratrici e i nostri lavoratori che, nonostante tutto, percepiscono maggiore rassicurazione da chi li priva delle dignità di lavoratori dela sicurezza pubblica.

C'è un'altra narrazione che, a mio giudizio, andrebbe finalmente abbandonata, ed è quella che descrive la Polizia come una grande famiglia, con l'amministrazione nel ruolo di madre premurosa verso i propri figli in divisa. È un'immagine che scalda il cuore nei discorsi ufficiali, ma che nella pratica indebolisce chi lavora, perché in una famiglia i rapporti si reggono sull'affetto e non sui numeri, mentre qui parliamo di un rapporto di lavoro, con obblighi contrattuali precisi che vanno rispettati indipendentemente da quanto affetto si dichiari a parole. Chi lavora in Polizia non ha bisogno di essere considerato figlio, ha bisogno che l'amministrazione rispetti, come qualunque datore di lavoro dovrebbe fare, gli impegni economici e normativi assunti, e li rispetti nei tempi e nelle cifre concordate, non quando lo ritiene politicamente conveniente farlo. Chi lavora in Polizia ha bisogno di operare in un contesto di garanzie costituzionali autentiche e coerenti, non di essere piegato, nella percezione pubblica prima ancora che nei fatti, al ruolo di una milizia politica chiamata a ripristinare un ordine di comodo anziché a tutelare i diritti di tutti.

E mi permetto un'osservazione severa anche verso il fronte sindacale nel suo complesso, comprese le rappresentanze militari. Troppe organizzazioni, a mio giudizio, tendono in questi frangenti a un allineamento acritico con la posizione del Governo di turno, qualunque esso sia, più preoccupate di mantenere un canale di dialogo istituzionale che di misurarsi con il malcontento reale della base. È una tendenza che indebolisce tutta la rappresentanza di categoria, perché quando la maggioranza delle sigle firma nelle stesse condizioni di necessità obbligata, senza dirlo con altrettanta chiarezza, il problema smette di essere la debolezza di un singolo sindacato e diventa la prova che l'intero sistema di relazioni sindacali del comparto sicurezza va ripensato. Sono rimasto sconcertato quando ho udito qualche sindacalista sostenere la supremazia delle politiche del proselitismo su quelle contrattuali. È il segnale inequivocabile del fallimento.

Per questo credo che il passo utile, oggi, non sia la sola denuncia, ma la proposta. Serve un fronte unito che superi le divisioni politiche tra le diverse sigle, per una riforma della legge 121, non in segno peggiorativo come ha sostenuto alcuni giorni fa una rappresentanza dei Carabinieri, che introduca un meccanismo arbitrale indipendente o una procedura di conciliazione vincolante, capace di restituire un reale potere negoziale a chi non può scioperare. Senza questo, ogni rinnovo continuerà a somigliare a quello appena chiuso, una firma dovuta, accompagnata da un dissenso che rischia di restare parola, mentre la sostanza economica resta nelle mani di chi la trattativa la controlla da una posizione di forza che nessuna legge, oggi, corregge.

Scrivo tutto questo da sindacalista di una sigla che ha firmato quell'accordo per necessità e non per convinzione, e lo scrivo con la coscienza di chi sta, senza ambiguità, dalla parte di chi ogni giorno indossa una divisa e torna a casa più povero di quanto meriterebbe. Non è un'appartenenza di comodo, è la ragione stessa per cui esiste un sindacato di polizia dentro la Cgil: rappresentare lavoratrici e lavoratori, non fare da megafono a un'amministrazione che continua a chiedere sacrificio e disciplina restituendo, in cambio, cifre e condizioni di lavoro che non reggono il confronto con la vita reale. Il rispetto che chiediamo per chi lavora in sicurezza dovrebbe iniziare proprio da qui, dal rispetto degli impegni economici assunti, prima ancora che dalle parole spese nelle cerimonie ufficiali.

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