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L'appuntamento di oggi. In piazza a Torino per la messa al bando delle armi nucleari nel giorno di Hiroshima

Manifestazione alle 21 in piazza Carignano

Il 6 agosto 1945, alle 8.15, il "gran sole" apparve in tutta la sua devastazione sulla città giapponese di Hiroshima. Gli Stati Uniti, presidente Harry Truman, a tre mesi dalla resa della Germania, e a un mese da sanguinosi combattimenti per la conquista dell'isola di Okinawa, scelsero di chiudere in maniera radicale il conflitto con l'Impero del Sol Levante. Un bombardiere B-29 denominato Enola Gay dal nome della madre di chi lo pilotava, il colonnello Paul Tibbets, sganciò su Hiroshima l'atomica Little Boy, della potenza pari a circa 13-18 chilotoni (kT), ovvero l'equivalente di 13.000-18.000 tonnellate di tritolo. L'esplosione nucleare provocò la morte immediata di 70-80mila persone, cifrà che salì tra le 140-160mila nei mesi successivi per le ferite causate delle radiazioni. Circa il 90% degli edifici venne completamente raso al suolo e tutti i 51 templi della città vennero completamente distrutti dalla forza dell'esplosione.

Testimone oculare del bombardamento di Hiroshima fu il padre gesuita e futuro generale dei gesuiti Pedro Arrupe, all'epoca in missione in Giappone presso la comunità cattolica della città. Questa la sua testimonianza: «Ero nella mia stanza con un altro prete alle 8:15, quando improvvisamente vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un'esplosione formidabile simile al colpo di vento di un uragano. Allo stesso tempo porte, finestre e muri precipitarono su di noi in pezzi. Salimmo su una collina per avere una migliore vista. Da lì potemmo vedere una città in rovina: di fronte a noi c'era una Hiroshima decimata. Poiché ciò accadde mentre in tutte le cucine si stava preparando il primo pasto, le fiamme, a contatto con la corrente elettrica, entro due ore e mezza trasformarono la città intera in un'enorme vampa.

Non dimenticherò mai la mia prima vista di quello che fu l'effetto della bomba atomica: un gruppo di giovani donne, di diciotto o venti anni, che si aggrappavano l'un l'altra mentre si trascinavano lungo la strada. Continuammo a cercare un qualche modo per entrare nella città, ma fu impossibile. Facemmo allora l'unica cosa che poteva essere fatta in presenza di una tale carneficina di massa: cademmo sulle nostre ginocchia e pregammo per avere una guida, poiché eravamo privi di ogni aiuto umano. L'esplosione ebbe luogo il 6 agosto. Il giorno seguente, il 7 agosto, alle cinque di mattina, prima di cominciare a prenderci cura dei feriti e seppellire i morti, celebrai Messa nella casa. In questi momenti forti uno si sente più vicino a Dio, sente più profondamente il valore dell'aiuto di Dio. In effetti ciò che ci circondava non incoraggiava la devozione per la celebrazione per la Messa. La cappella, metà distrutta, era stipata di feriti che stavano sdraiati sul pavimento molto vicini l'uno all'altro mentre, soffrendo terribilmente, si contorcevano per il dolore».

Tre giorni dopo, il 9 agosto, gli americani sganciarono una seconda bomba su Nagasaki, la città storicamente più avversa al fascismo espresso dalla casta militare che governava il Giappone. Le vittime furono circa 40.000. Entro la fine del 1945, il bilancio salì a 74.000 vittime a causa di ferite, ustioni e malattie legate alle radiazioni, con stime complessive che arrivano a superare gli 80mila morti nel 1946. Più del 90% delle vittime erano civili.


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