OSSERVANDO I NOSTRI TEMPI
- Domenico Cravero
- 10 ore fa
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Il rapporto tra madre e figlio, l'inizio dell'amore reciproco
di Domenico Cravero

Si nasce nel vortice di un urlo: il pianto del bambino, il travaglio della madre. Il bambino da subito però cerca l’attaccamento alla mamma, dalla quale è stato separato da un taglio traumatico e doloroso. La donna che diventa madre, attraverso tutti i suoi comportamenti, si costituisce come principio di vita per il figlio, da subito, attraverso il cibo. Maternità e nutrizione sono la sorgente dell’esistere. La prima intensa esperienza della madre è legata alla nutrizione. Per il neonato quello del cibo è un bisogno assoluto e totale, è una domanda nuda e cruda. Quanto sono acuti e violenti gli strilli e gli strepiti del bimbo che ha fame, tanto quieta e serena è la scena del bambino dopo la sua poppata. La mamma non gli porge solo il seno (o ciò che lo sostituisce), si avvicina con il suo volto, lo stringe tra le sue braccia, gli offre il calore del suo corpo, lo avvolge del suo affetto; il bambino la riconosce e si sente rassicurato e contenuto. La prima relazione madre-bambino non è mai solo il latte, ma la voce e il ritmo (l’alternarsi sonno-veglia, il rito e la prosodia delle poppate).
Non è tuttavia solo il seno della madre a rappresentare l'intima soddisfazione del bambino. In quanto contenitore di nutrimento, il seno può essere facilmente sostituito. Nei gesti e nei riti della nutrizione avviene molto altro. Il bambino chiama, la madre risponde, il bambino urla la sua fame, la mamma accorre alla sua domanda e la soddisfa. Man mano il volto della mamma, la sua presenza, le sue attenzioni, diventano nel piccolo la rappresentazione anticipata della soddisfazione del suo bisogno, quindi l'immagine del godimento e del piacere. Il bambino impara ad apprezzare non solo il cibo, ma più ancora l'affetto e la tenerezza di chi glielo assicura. Gradualmente, alla manifestazione corporea e fisiologica di un bisogno, si accompagna (fino anche a sostituirla) una vera e propria esperienza psichica e spirituale: una domanda d’amore, tanto è evidente il legame tra la soddisfazione ottenuta dal cibo e la persona (il volto, le braccia) che rende possibile quella soddisfazione. Il godimento, per entrambi, si costruisce attorno alla realizzazione di un bisogno, il cibo, ma diventa subito, affetto e amore.
Avviene un incrocio dei godimenti. Il piacere del bambino è, insieme, il piacere della madre: anche la mamma si rivolge al bambino e chiede. Attende che lui la riconosca, che le sorrida, che partecipi a quel dialogo che non è fatto di parole, ma usa il linguaggio immediato dell'intimità e dell'affetto. Il bambino s'inscrive nel piacere e nel desiderio della madre. Fin dall'inizio cibo e affetto s'intrecciano, si confondono e si condizionano. Presto il bambino lo imparerà, e ricorrerà spesso al cibo come arma per attrarre e richiamare considerazione e affetto. La generazione, come donazione della vita, è la base umana della reciprocità. Quando il momento di venire alla luce si fa esperienza di una positiva accoglienza del proprio esserci, allora si fa esperienza del godimento che è il piacere dell’esserci. Quando chi ci riceve ci trasmette la gioia di tenerci tra le braccia e con lo sguardo accogliente ci comunica che siamo nei suoi pensieri e dunque nel cuore, allora sentiamo di esistere.
Saziato di cibo, appagato nella domanda d'amore, il bambino vive, tra le braccia rassicuranti ed esclusive della mamma, un'esperienza di intima fusione, un godimento così intenso che non vorrebbe perdere mai. Esso si fissa in profondità nel ricordo per ripresentarsi, senza sosta, come domanda incalzante di ulteriore affetto e gratificazione. Di cibo si può essere presto sazi, ma dell'affetto non è dato colmare la misura. Il bambino proverà, a lungo, il tormento dell'attaccamento (e della dipendenza). Per tutta la vita la madre rimarrà, così, immagine e metafora dell’accudimento e dell’affetto, simbolo della disponibilità e del godimento. Senza separazione e autonomia, tuttavia, il bisogno di affetto, insaziabile, è destinato a rivelarsi eternamente mancante, e alla fine deludente, appunto perché smisurato e irreale.
La mamma non dispensa però soltanto il cibo. Fin dall’inizio è prodiga di parole. Sono parole che il bambino non può comprendere. Esse servono più alla madre per dare significato e senso all’esperienza “indicibile” e sorprendente, non immediata, non semplicemente naturale) che da donna l’ha fatta nascere a madre. In quelle parole la nuova creatura è costituita parlante. Il bambino, dapprima con la lallazione e in seguito con i primi contenuti, impara a godere e a giocare con il suono delle “parole”. I significati non sono ancora espliciti: le parole inizialmente sono solo l’eco della comunicazione materna. Le parole hanno un tono e una prosodia, che il bambino conosce fin dall’utero. La lallazione rappresenta la dimensione affettiva della parola che nel linguaggio umano è indisgiungibile dal suo valore cognitivo.
Ogni parola detta tra umani, insieme al contenuto che trasmette, indica e stabilisce sempre una certa qualità di relazione, una tonalità affettiva: amorevole o ostile, tenera o autoritaria, premurosa o scostante. Il tono della voce consegna il dono, oppure lo nega e lo distrugge. Gradualmente il bambino diventerà capace di parlare e così (solo così) entrerà visibilmente in un nuovo ordine: la nascita dell’umano. Prima si sviluppa la relazione, poi nasce il contenuto.











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