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Quando il caldo ti spinge in quota, gli antichi sentieri raccontano il tempo andato

di Mariella Fassino

 

L’estate boreale 2026 sta segnando il record storico della temperatura terrestre e il nostro mondo ci appare sempre più come una palla infuocata, con buona pace dei negazionisti del clima che ci raccontano di estati torride anche ai tempi dei romani. Come se l'Imperatore Augusto avesse una sua personale stazione meteo da lasciare ai posteri.

Cerchiamo un po’ di refrigerio salendo in montagna, le montagne dimenticate che, per qualche mese diventano “le nostre montagne”. Per molti piemontesi di matrice contadina le borgate che si arrampicano sui costoni, circondate dai boschi e dai pascoli costituiscono un richiamo naturale alle proprie radici, forse non troppo lontane: una, due, tre generazioni? Si sale con uno spirito diviso tra la meraviglia del paesaggio che fino a una certa altezza è stato forgiato da generazioni di pastori-contadini e ora si sta inselvatichendo e l’incredulità per le difficoltà che immaginiamo questi antenati abbiano superato alle prese con i capricci della natura in contesti scomodi e faticosi.

Vivevano in comunità chiuse, ogni famiglia aveva una casa in pietra, per lo più costruita dagli antenati con l’aiuto dei vicini, avevano piccole proprietà, quando giù in basso imperava il latifondo, appezzamenti a prato, qualche pianta di noce, boschetti di castagni, molti frassini. Il senso della comunità è testimoniato dai forni per il pane, costruzioni separate dalle case, onnipresenti nelle borgate, dove ogni famiglia portava le proprie pagnotte per la cottura.

Erano sapiens come noi che ci destreggiamo tra SPID, AI, File, Algoritmi, che siamo digitali, che facciamo gli insegnanti, i medici, gli avvocati, i giornalisti, gli impiegati, gli operai, gli idraulici, i commercialisti, gli imprenditori, che guidiamo l’automobile e andiamo in aereo, come noi che ci chiediamo se l’energia immensa che utilizziamo per essere come siamo sia sufficiente e quanto sia minacciata dalle guerre e dalla bulimia di potere dei nostri rappresentanti. Sapiens erano questi uomini e queste donne che intrattenevano con le risorse alimentari ed energetiche del loro mondo un rapporto di frugalità e parsimonia, nella fatica del corpo che si confronta con prati da falciare, balle di fieno da trasportare, animali da guidare e proteggere.

Il confronto con la natura da cui strappare le risorse per vivere non lasciava certamente spazio al pensiero, alla conoscenza astratta e la scolarizzazione si interrompeva presto anche se le poche nozioni di italiano e aritmetica potevano essere utili a un piccolo allevatore che scendeva a vendere il proprio vitello nei mercati giù verso i paesi di pianura. L’intelligenza era nella prassi di un utensile ben costruito, di un campo ben falciato, dello sfruttamento di un piccolo corso d’acqua, della cura e del trasporto degli animali.

Noi saliamo quando il cielo è terso non minaccia temporale, ci sembra di vivere in una fiaba dei fratelli Grimm, nel folclore di Cappuccetto Rosso o di Hansel e Gretel e facciamo degli incontri. Siamo in Val Grana, la valle famosa per il Castelmagno, qui il cibo dop è sempre più attrattiva turistica e permette a queste comunità di esercitare una piccola economia agro-alimentare dove chi vi abita si ingegna con l’agriturismo e la produzione dei formaggi d’alpeggio a procurarsi un reddito senza abbandonare l’atavica terra.

Bruna è la matriarca di questa intraprendente imprenditoria agricola, che si destreggia tra gli allevamenti del bestiame, gli orti, le stazioni di invecchiamento dei formaggi, la cucina alla guida di un piccolo esercito di custodi del bestiame, camerieri, figli, nipoti e tuttofare.

Nei paesi più in alto incontriamo le persone che hanno scelto di andarsene, ma che hanno conservato le case avite e qui ritornano d’estate e per una forma di nostalgia della memoria volentieri raccontano del tragitto a piedi per raggiungere la scuola e dello smarrimento, della paura di trovarsi sole nei tratti di sentiero delle ultime borgate dopo che gli altri bambini, più fortunati avevano già raggiunto le loro case. Incontriamo anche chi da questi luoghi non è mai partito e con tenacia, sapienza, coraggio continua l’attività di allevatore - contadino - giardiniere del paesaggio.

A Marchion, una frazione a 1350 metri sopra il livello del mare, i prati, seppur scoscesi e impervi, sono falciati alla perfezione, i boschetti di castagni curati e freschi, la borgata ha case in pietra con porte in legno scolpito, alcune rimesse a nuovo, altre segnate dal tempo e dalle stagioni sembrano vecchi antenati messi a sentinella di una civiltà che ha avuto trascorsi floridi e longevi.

Incontriamo Anna che qui alleva l’Agnello Sambucano, un ovino presente solo nelle valli del cuneese, pregiato per la sua carne tenera e magra. Noi da mezzi vegetariani, con il cuore intenerito dai nostri animali d’affezione pensiamo al tragico epilogo di questi agnellini dalla vita bucolica, ma ascoltiamo il racconto di Anna che ci porta nell’economia delle merci e dei consumi. Le pecore vanno tosate ripetutamente perché la lana crescendo perde di qualità, tuttavia anche la lana buona non ha mercato e tocca disfarsi di molto materiale, dell’agnello resta la carne, unico prodotto di pregio che permette all’allevatore di perseverare nell’attività.

Anna pianta e commercializza anche erbe officinali e preparati per decotti e infusi, Intaglia il legno e produce manufatti di pregio, porte, cornici, cassepanche, oggetti per la casa secondo una tradizione che ha visto il perpetrarsi di questa abilità nell’Escolo de Sancto Lucio, la pluriclasse di Santa Lucia di Coumboscuro, in cui dagli anni ‘50 il maestro-poeta Sergio Arneodo aveva insegnato. Qui nel 1962 il foglio ciclostilato della pluriclasse diventerà il giornale di Coumboscuro che racconterà le svariate attività degli allievi ed ex allievi in campo teatrale, poetico e artistico. L’arte del legno sarà una presenza costante della scuola che con i due banchi da scultore formerà alcune generazioni alla conoscenza del materiale e del suo intaglio. Ed è in fondo al paese di Coumboscuro che la falegnameria di Pier Paolo ci fa entrare in mondo di essenze: castagno, faggio, larice, noce, frassino, abete tra il frastuono delle macchine che tagliano e piallano il legno.

Più giù a Pradleves si vive di contrasti tra lo spaesamento per le solitudini, lo spopolamento dei paesi e il traffico delle domeniche estive che ruggisce di automobili e motociclette diretti verso i colli Fauniera e Isischie. La stretta strada, che serpeggia costeggiata dal torrente Grana e sale con curve ardite, è un richiamo al piacere della velocità e del vento. Già dal sabato gruppi di ciclisti si arrampicano sui tornanti emulando le imprese di Pantani che è celebrato con un monumento sulla sommità del colle Fauniera per la leggendaria 14a tappa del giro d’Italia del 29 maggio 1999. A poca distanza una lapide ricorda la 20a edizione della Fausto Coppi del 2007. Un popolo colorato, giovane, tenace e sudato che arriva dalla pianura e si spinge in alto a toccare le nuvole, consumando l’energia muscolare accumulata durante la settimana nella vita sedentaria di città.

Arrivando al colle Fauniera in bici, in moto o in automobile gli escursionisti possono percorrere i sentieri che portano più in alto al monte Tibert a cima Tempesta e fare incontri del tutto inaspettati. Un fruscio, una pietra che rotola, inducono a voltarti e scorgi tra i sassi e l’erbetta fiorita, un camoscio che ti guarda curioso e confidente, poi ne arriva un altro e un altro ancora con dei piccolini, ti senti circondato e scortato da un branco selvaggio domesticato e ti chiedi se questo comportamento è forse legato alla confidenza con escursionisti inteneriti che offrono cibo pronto a delle creature che per molte ragioni farebbero bene a stare alla larga dagli umani.

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