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Quando il caldo entra nella mente: il confronto con la propria memoria che genera ansia

Aggiornamento: 34 minuti fa

di Maria Teresa Fenoglio


Sono in Alta Langa, un luogo famigliare che nella mia memoria è legato anche alla frescura delle estati. Ricordo notti persino fredde, quando per dormire ti seppellivi sotto chili di coperte imbottite. Il fresco notturno compensava il caldo del giorno e la sera restituiva al corpo il piacere di una maglia di lana, qualche volta persino il calore di una stufa accesa.

Nelle giornate roventi di questa insolita estate uscire è diventato quasi impossibile. Si cercano l’ombra e le ore più fresche, si rimandano le passeggiate, si chiudono persiane e finestre. Il caldo modifica silenziosamente i ritmi della giornata. E proprio perché conosco questi luoghi, la differenza mi colpisce più di quanto potrebbe fare una tabella meteorologica.

È forse questo uno degli aspetti psicologicamente più potenti del cambiamento climatico: il confronto con la propria memoria.


Il clima è  anche una esperienza biografica

Ricordiamo le estati della nostra infanzia, i luoghi delle vacanze, l’odore della pioggia dopo un temporale, il fresco della sera. Quando torniamo nello stesso luogo e scopriamo che qualcosa è cambiato, avvertiamo una inspiegabile discontinuità nel mondo che conoscevamo.

L’estate del 2026 rende questa sensazione particolarmente forte. Giugno è stato, secondo il Copernicus Climate Change Service, il giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale e il secondo più caldo a livello globale nella serie ERA5. La temperatura media mondiale è risultata di 1,39 °C superiore al livello preindustriale. Anche l’Italia ha attraversato ripetute ondate di calore, con temperature prossime o superiori ai 40 gradi in diverse aree. E oggi in alcune zone del centro Italia gli indicatori delle auto in movimento segnavano 42 gradi.

Il cambiamento climatico, insomma, non appartiene più soltanto ai grafici sull’aumento della temperatura terrestre o alle immagini dei ghiacciai che arretrano. Entra nel corpo e nella vita quotidiana: nel sonno disturbato, nelle finestre che teniamo chiuse, nella rinuncia a uscire, nella preoccupazione per una salute che avvertiamo più fragile, nei boschi secchi, negli incendi, nell’attesa di una pioggia che tarda ad arrivare.

È in questo contesto che acquista significato ciò che oggi viene individuato come climate anxiety, eco-ansia o ansia climatica.

Il termine può essere fuorviante se lo intendiamo immediatamente come indicatore di una patologia. Provare ansia davanti al cambiamento climatico significa infatti niente di più che percepire un pericolo reale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce ormai esplicitamente che il cambiamento climatico rappresenta una minaccia crescente anche per la salute mentale e può associarsi a distress emotivo, ansia, depressione e sentimenti di perdita.

Da questo punto di vista l’ansia climatica conserva qualcosa della funzione originaria dell’ansia: segnalare una minaccia e prepararci ad agire.

Il problema è che, in questo caso, il pericolo ha caratteristiche che rendono estremamente difficile trasformare l’allarme in una risposta efficace. Se vediamo un’automobile venirci incontro, la paura ci fa spostare. Ma che cosa possiamo fare, individualmente, davanti all’aumento della temperatura terrestre?

Il cambiamento climatico è enorme rispetto alla capacità d’azione del singolo, è distribuito nel tempo e nello spazio e non possiede un momento preciso nel quale possiamo dire: il pericolo è cominciato oppure il pericolo è finito.

Psicologicamente fronteggiamo una condizione insolita e difficile: la minaccia è presente e futura nello stesso tempo.

Una giornata a 39 o 40 gradi non è più soltanto una giornata eccezionalmente calda. La domanda fattasi impellente è diventata: se oggi è così, come sarà fra dieci anni? E fra venti?

Il disagio e l’insofferenza del presente diventano una finestra spalancata sul futuro incerto.


L’ansia per un mondo che cambia

L’eco-ansia contiene una componente che potremmo definire di lutto anticipatorio. La sofferenza che ci invade non è soltanto per ciò che abbiamo già perduto, ma per ciò che temiamo di perdere per sempre.

Quel modo specifico di vivere l’estate, la disponibilità di un temporale, la certezza di una sera che rinfresca e di un mattino terso e persino qualcosa di apparentemente banale come il ricordo delle estati passate possono acquistare una tonalità insolitamente malinconica.

Lo psicologo australiano Glenn Albrecht ha proposto il termine solastalgia per descrivere una sofferenza particolare: quella che proviamo quando l’ambiente nel quale continuiamo ad abitare cambia al punto da non essere più completamente riconoscibile. È una sorta di nostalgia senza essere partiti. Siamo ancora a casa, e tuttavia qualcosa della nostra casa sta scomparendo ( «the homesickness you have when you are still at home»).

Il cambiamento climatico introduce così una frattura in una delle convinzioni più profonde sulle quali costruiamo la nostra sicurezza psicologica: l’idea che il mondo continui, almeno in parte, a somigliare a se stesso.

Questo è particolarmente importante per i giovani. In una vasta ricerca pubblicata su The Lancet Planetary Health, condotta da Caroline Hickman e colleghi su 10.000 persone tra i 16 e i 25 anni in dieci Paesi, è emersa non soltanto una diffusissima preoccupazione per il clima, ma anche una relazione fra questa sofferenza e la percezione che i governi non stiano rispondendo adeguatamente alla crisi. È di questi giorni la vistosa e felice scritta sulla mole “il cambiamento climatico è un problema politico” ad opera degli attivisti del Friday for future.  L’eco-ansia non riguarda infatti soltanto il rapporto fra individuo e natura, ma il rapporto fra individuo e società.


Quando vacillano i “depositari”

José Bleger chiamava depositari quelle strutture relativamente stabili — istituzioni, ambienti, consuetudini, relazioni — nelle quali collochiamo inconsapevolmente una parte della nostra sicurezza.Normalmente non ci accorgiamo neppure della loro importanza. Scopriamo quanto contavano quando cominciano a vacillare.

Anche il clima può essere pensato, in questo senso, come un grande depositario silenzioso. Organizziamo la nostra vita contando sulla relativa prevedibilità delle stagioni. Sappiamo che cosa significhino, grosso modo, inverno, primavera, estate e autunno.

Quando questa cornice diventa instabile, una quota di insicurezza entra nella rappresentazione del futuro.

Ma può vacillare anche un secondo depositario: la fiducia nelle istituzioni preposte a prevedere e proteggerci. Se percepiamo una minaccia enorme e contemporaneamente pensiamo che chi dovrebbe affrontarla non agisca abbastanza, all’ansia si aggiungono rabbia, frustrazione e senso di impotenza. L’eco-ansia diventa allora anche un sentimento politico.


Tra negazione e catastrofismo

Di fronte a un’angoscia difficile da tollerare, la psiche cerca difese. Una è la negazione: ha sempre fatto caldo, le estati torneranno normali, gli scienziati esagerano. Un’altra, apparentemente opposta ma psicologicamente speculare, è il catastrofismo assoluto: ormai è troppo tardi, nulla può essere fatto, il futuro è già deciso.

Entrambe le posizioni hanno un vantaggio nascosto: eliminano l’incertezza. Se il problema non esiste, non dobbiamo fare nulla. Se la catastrofe è inevitabile, ugualmente non dobbiamo fare nulla.

La posizione psicologicamente più difficile consiste invece nel sostenere contemporaneamente due pensieri: la situazione è grave e il futuro non è ancora interamente scritto.

Ed è proprio qui che si colloca quella che potremmo chiamare “la fatica di chi regge il cielo”. Chi, consapevole della gravità della crisi, si sta impegnando per farvi fronte, informandosi  e cercando di mobilitare gli altri, può sperimentare una particolare forma di logoramento: la sensazione di dover continuare a sostenere una responsabilità enorme mentre una parte del mondo sembra non voler vedere. Chi è deciso a non subire è esposto alla stanchezza che nasce dalla distanza fra l’urgenza percepita e la lentezza delle risposte.

Anche chi si impegna per il clima e più in generale per un cambiamento delle priorità politiche ha bisogno di legami, pause, reciprocità e cura. Nessuno può reggere il cielo da solo.

La risposta all’eco-ansia non può infatti consistere semplicemente nell’affidare al singolo una lunga lista di comportamenti virtuosi. Se tutto viene ricondotto alle scelte individuali — consumare meno, viaggiare meno, differenziare perfettamente i rifiuti — l’impotenza rischia di trasformarsi in colpa: sto facendo abbastanza?

La risposta più efficace all’impotenza è invece la dimensione collettiva. Partecipare, associarsi, discutere, esercitare pressione sulle istituzioni, contribuire alla trasformazione del proprio territorio non significa soltanto tentare di modificare concretamente la realtà. Significa uscire dalla condizione psicologica dello spettatore impotente.

La resilienza climatica non consiste quindi nell’abituarsi a un mondo sempre più caldo e neppure nel diventare così forti da non averne paura. Una certa quota di paura è sempre necessaria.Consiste piuttosto nella capacità di trasformare l’angoscia in legame e il legame in azione.

L’ansia  climatica è lì per dirci che siamo legati al mondo molto più profondamente di quanto siamo abituati a pensare. Dipendiamo dall’acqua, dagli alberi, dalla temperatura dell’aria, dalle persone che vivono accanto a noi e da quelle che non conosceremo mai. Dipendiamo persino dalle decisioni che verranno prese pensando a generazioni che oggi non sono ancora nate.

Qui nell’Alta Langa, la differenza tra le notti fresche dei ricordi e il caldo che oggi, nelle ore centrali, mi impedisce quasi di uscire,  rende tutto questo molto concreto.

Il compito della psicologia così come quello della politica non è quello di rassicurarci o spaventarci, ma di guidarci a tener saldo il pensiero assumendo il reale. Per esempio segnando il confine tra un’ansia che informa e un’ansia che paralizza, e ricostruendo quella sensazione di efficacia che nasce quando scopriamo di non essere soli.

Perché la vera antitesi dell’ansia climatica non è la tranquillità, né il ritiro fatalistico. È la possibilità di sentirsi, insieme ad altri, ancora capaci di incidere sul futuro.

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