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Valle Grana, il verde e il clima osservati dal bosco

Aggiornamento: 8 ore fa

di Mariella Fassino


Ancora una settimana di caldo anomalo, mentre i media annunciano da più di un mese che domani la colonnina di mercurio raggiungerà il massimo storico, sentiamo sulla nostra pelle che suda e rifugge il sole un mutamento climatico accelerato e globale, mentre i media trasmettono le immagini dei ghiacciai ormai ridotti a grigio pietrisco.

Restiamo tra queste valli, dove la densità degli alberi fa la differenza termica: 15-20 gradi al mattino, 30 a mezzogiorno, 25 nella vecchia casa di pietra che in passato non ha mai visto la colonnina di mercurio superare i 20.

La strada del fondovalle asfaltata, quelle che salgono alle borgate e che diventano strade bianche, quelle che si restringono in sentieri e che penetrano nei boschi per arrivare ai pascoli fino a 1800-2000 metri hanno in comune la solitudine della montagna. Ma dove sono i turisti agostani che in Trentino si fanno incantare in fila indiana dal paesaggio dolomitico? Eppure anche qui, nelle Alpi del Cuneese, la natura, le vestigia degli antichi borghi per gran parte diroccati e in minoranza restaurati dalla piccola boccata d’ossigeno del PNRR, non hanno nulla da invidiare alle bellezze del turismo di massa delle Alpi Orientali. Soltanto nelle domeniche d’agosto tornano alle case abbandonate i discendenti dei vecchi abitanti e i borghi si animano con i suoni dell’antico occitano, del francese, del piemontese. 


Mentre dilaga lo sgomento e la preoccupazione per il caldo che arroventa le strade, imbrunisce i campi, prosciuga i fiumi, mette in ginocchio l’agricoltura, fa soffrire la popolazione anziana e tanto altro, saliamo nel bosco ad ascoltare il linguaggio degli alberi che lentamente, frusciando nel vento hanno invaso i fianchi delle montagne e salendo fino ai pascoli hanno preso il posto dell’uomo e del suo paesaggio. Faggi, frassini, noccioli selvatici, aceri, castagni, noci, alberi da frutta inselvatichiti e più in alto larici, abeti, betulle. A tratti la distesa verde è un’immensa risorsa energetica inutilizzata, difficile da sfruttare. I faggi caduti per la nevicata pesante di marzo 2024 si intrecciano a terra con i loro grandi tronchi, lambiscono il sentiero impervio. In altri punti i tagliaboschi che qui dovrebbero rispettare le regole e i disciplinari del taglio, creano strade nuove, le ruspe distruggono quelle vecchie, abbattono con furia e ci chiediamo se sia tutto regolare o se anche qui, in questi luoghi apparentemente dimenticati la prepotenza regni incontrastata.

Attraverso il taglio del bosco, qui si genera una piccolissima frazione di quell’energia immensa di cui ha bisogno il mondo per continuare a produrre, sviluppare, incrementare: greggio, frak, gas, carbone, atomo, eolico, solare… Dalla prospettiva di un bosco, la bulimia energetica del mondo e delle nostre economie si contrappone alla frugalità di un ciocco di legna lesinato al focolare di molte generazioni che ci hanno preceduto.

La lenta, paziente conversione dell’energia solare in chimica per la vita, che radici e foglie si impegnano a realizzare, si contrappone all’impazienza con cui dobbiamo risolvere le contese energetiche tra Stati e potenze, dissipando altra energia in guerre e armi. Dimentichiamo ciò che le piante sanno fare: trasformare ossigeno, anidride carbonica, luce in glucosio e ossigeno, perpetrando da miliardi di anni l’unico processo biologicamente attivo per raccogliere e trasformare l’energia solare in energia per la vita, l’unico processo biologico che sappia veramente convertire l’anidride carbonica che produciamo in ossigeno.

Dimentichiamo che le piante producono frescura abbassando la temperatura dell’aria a differenza dei condizionatori d’aria che la spostano.

La lenta mutazione antropologica che i media e la televisione hanno generato da quando questi mezzi esistono hanno cambiato i gusti, le abitudini, i desideri degli esseri umani che forse si sentono a disagio in un bosco, troppo vicini alla natura selvaggia, poco in sintonia con i suoi abitanti. Meglio, per le proprie vacanze, i grandi palazzi pieni di luci, spettacoli, cibo che solcano i mari e propongono all inclusive una visita lampo nelle città costiere, stipando migliaia di persone tra prua e poppa. In fondo molti di noi non si sentono a disagio in un piazzale di cemento, in una strada senza alberi, in un quartiere di case costruite con i criteri della speculazione edilizia piuttosto che per il benessere di chi ci abita. Così se si vuole davvero punire chi delinque, si è pronti a rinchiuderlo in una cella arroventata, a ridurgli lo spazio comune e l’ora d’aria a un cortile di cemento, gli si toglie il verde di pochi alberi e la piantina di basilico alla finestra. Ordinaria follia.

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