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Fili di speranza ascoltando "Storia di un impiegato" di De André
di Marco Berruti

“Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”[1]. Quando nel 1973 uscì Storia di un impiegato, probabilmente il più politico fra suoi i dischi, Fabrizio De André aveva trentatré anni. In questo lavoro si confronta con il movimento del ‘68. Un movimento fatto di ventenni. Giovani in piazza, barricate e scontri con le forze dell’ordine. I trentenni di oltre cinquant'anni fa, ha osservato qualche commentatore, erano l’equivalente dei cinquantenni di oggi. Forse il paragone è un po’ esagerato, ma è un fatto che De André si sentisse al tempo stesso attratto e anagraficamente distante dal movimento. Da un lato avvertiva la necessità della protesta. Dall’altro aveva la consapevolezza di non farne parte.
Storia di un impiegato non è il miglior disco di De André. Lui stesso lo considerava un’opera non pienamente riuscita[2]. All’epoca fu accolto severamente dalla critica, soprattutto quella militante. Su Muzak Simone Dessì lo definì “un disco tremendo”. Musicalmente, le partiture di Nicola Piovani sono a tratti piuttosto grevi e si avverte un senso di iper produzione.
Storia di un impiegato è però un album sul quale vale la pena di tornare, specie di fronte agli avvenimenti delle ultime settimane, che vedono di nuovo i giovani - in qualche caso i giovanissimi - scendere in piazza. Il disco contiene un’analisi del rapporto delle generazioni precedenti con la contestazione. Mette in scena la distanza e le contraddizioni di chi arriva alla protesta da una condizione individuale. Soprattutto contiene la consapevolezza che, al di la dei protagonisti, le ragioni della contestazione sono comuni a generazioni e gruppi sociali più ampi.
Come canta De André, siamo coinvolti. Non soltanto perché la contestazione riguarda il futuro dei nostri figli. Ma perché riguarda il nostro presente. A differenza degli adulti di allora, alcuni - anzi molti - genitori di oggi (ma anche insegnanti e, si spera, persino qualche poliziotto) lo condividono.
Insomma non un disco tremendo. Chi voglia avere argomenti per confutare le opinioni di Simone Dessì, può dedicare qualche minuto ad ascoltarlo.
In Canzone del padre[3] Fabrizio canta il rischio di chi vuol sovvertire l’ordine preesistente e si trova a interpretarne una nuova versione, “così son diventato mio padre ucciso in un sogno precedente”.
Verranno a chiederti del nostro amore[4] è una ballata struggente che rifugge dal romanticismo di facciata per ricavarne una dimensione diversa: quel “continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai” non era scontato nel 1973 e probabilmente non lo è neppure oggi. E i “fiori regalati a maggio e restituiti in novembre” sembrano un ponte fra la primavera di quasi sessant’anni fa e questo autunno, tribolato ma ancora portatore di speranze.
Senza dimenticare Nella mia ora di libertà[5], mandando a mente che “non ci sono poteri buoni”.
Note
[2] In un’intervista al Corriere della Sera dell’inizio del 1974, dichiarò che, nonostante avesse impiegato un anno e mezzo a scriverlo, quando uscì avrebbe voluto bruciarlo.











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