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La Stanza del pensiero Critico. Flat tax, "obbrobrio" da abolire

9 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

E le opposizioni politiche si esprimano adesso

di Savino Pezzotta


Tra le molte cose che non mi piacciono di questa Legge di Bilancio, che considero non solo conservatrice e priva di una vera idea di sviluppo, ma portatrice di una visione sociale regressiva, metto al primo posto la flat tax. E spero che le forze di opposizione abbiano il coraggio di assumere un impegno chiaro davanti al Paese, inserendo nei propri programmi elettorali la cancellazione di questo obbrobrio fiscale. Non una correzione marginale, non un ritocco tecnico, non un compromesso lessicale utile a non disturbare gli equilibri del momento. Una cancellazione netta. Perché la flat tax non è una semplice misura tributaria. È una precisa idea di società. Ed è proprio questa idea che considero profondamente sbagliata e regressiva.

La flat tax viene presentata come una misura di semplificazione e di efficienza. Un'aliquota uguale per tutti, ci viene detto, renderebbe il sistema più trasparente e favorirebbe la crescita economica. Ma la sua apparente semplicità nasconde una profonda ingiustizia. Trattare allo stesso modo situazioni sociali ed economiche radicalmente diverse significa ignorare la realtà.

Un lavoratore che vive del proprio stipendio, una pensionata che fatica ad arrivare alla fine del mese, una famiglia che deve affrontare l'aumento degli affitti, delle bollette e del costo della vita, non si trovano nella stessa condizione di chi dispone di redditi elevati, patrimoni consistenti o rendite finanziarie. Eppure, la filosofia della flat tax pretende di eliminare queste differenze dietro la formula ingannevole dell'uguaglianza fiscale.

Per questa ragione la flat tax rappresenta una negazione del principio di progressività sancito dall'articolo 53 della Costituzione. I Costituenti avevano compreso una verità elementare: la giustizia fiscale non consiste nel chiedere a tutti la stessa percentuale, ma nel richiedere a ciascuno un contributo proporzionato alla propria reale capacità economica. Chi ha di più deve contribuire di più. Non per punizione ma per responsabilità verso la comunità di cui fa parte.

Ora i numeri aiutano a capire la portata concreta di questa scelta. Se confrontiamo lavoratori che dispongono della stessa capacità reddituale, emerge immediatamente l'enorme vantaggio riconosciuto ai beneficiari della flat tax.


Quanto si paga di tasse con lo stesso reddito

Reddito lordo annuo

Dipendente (imposte stimate)

Autonomo forfettario (flat tax 15%)

Differenza

€ 30.000

€ 6.000-7.000

€ 3.510

€ 2.500-3.500

€ 50.000

€ 12.000-14.000

€ 5.850

€ 6.000-8.000

€ 70.000

€ 20.000-22.000

€ 8.190

€ 12.000-14.000

€ 100.000

€ 33.000-37.000

€ 11.700

€ 21.000-25.000

Se guardiamo al reddito che rimane in tasca dopo il pagamento delle imposte, la distanza diventa ancora più evidente.

Reddito lordo annuo

Disponibile dipendente

Disponibile autonomo forfettario

€ 30.000

circa € 23.500

circa € 26.500

€ 50.000

circa € 37.000

circa € 44.150

€ 70.000

circa € 49.000

circa € 61.810

€ 100.000

circa € 65.000

circa € 88.300

A centomila euro annui, l'autonomo può arrivare a trattenere oltre ventimila euro in più rispetto a un lavoratore dipendente che produce una ricchezza analoga. È difficile sostenere che questo rappresenti un criterio di equità. È molto più facile riconoscere che siamo di fronte a una scelta politica che privilegia alcuni contribuenti a scapito di altri.

Dietro la flat tax si nasconde infatti una diversa visione del mondo. Una società nella quale il successo economico viene considerato esclusivamente un fatto individuale e nella quale la solidarietà è vista come un intralcio. È la traduzione fiscale del principio del "ciascuno per sé". Una logica che finisce inevitabilmente per indebolire il patto sociale che tiene insieme una comunità nazionale.

Non è un caso che il sindacato confederale abbia espresso negli anni una forte contrarietà a questa impostazione. CGIL, CISL e UIL hanno più volte sostenuto che la progressività fiscale è uno strumento essenziale di equità e di coesione sociale. Quando il peso del finanziamento dello Stato si sposta dai redditi più elevati verso lavoratori e pensionati, non si realizza alcuna giustizia. Si consolida semplicemente una distribuzione ineguale dei sacrifici. Solo questo elemento, da solo, meriterebbe una grande mobilitazione sociale e sindacale.

Il punto è che il fisco non serve soltanto a raccogliere denaro. Serve a definire il tipo di società che vogliamo costruire. Attraverso il sistema fiscale una comunità decide come finanziare la scuola pubblica, la sanità, la ricerca, i servizi agli anziani, il sostegno alle famiglie, la mobilità e le infrastrutture. Quando si riduce il contributo di chi possiede di più, qualcuno dovrà inevitabilmente pagare il conto. Saranno i lavoratori, i pensionati oppure saranno i servizi pubblici a subirne le conseguenze.

Da sindacalista non riesco ad accettare che il dibattito fiscale si concentri continuamente sulla riduzione delle imposte per i redditi più forti mentre milioni di lavoratori vedono i propri salari erosi dall'inflazione e dalla precarietà. Da anni il vero problema italiano non è l'eccesso di progressività fiscale. Sono i salari troppo bassi, la diffusione del lavoro povero, la crescita delle disuguaglianze e una ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi.

La questione, allora, non è soltanto tecnica. È morale e politica. A centomila euro di reddito il problema non è quanto paga l'autonomo. Il problema è perché il lavoratore dipendente paga quasi tre volte tanto. Una domanda alla quale i sostenitori della flat tax non riescono a fornire una risposta convincente senza mettere in discussione il principio stesso dell'uguaglianza sostanziale.

Per questo ritengo che la flat tax non sia una misura moderna. È piuttosto un arretramento culturale e politico. Trasforma il privilegio in normalità e presenta la disuguaglianza come un fatto naturale. Ma una Repubblica fondata sul lavoro non può rinunciare agli strumenti che correggono gli squilibri prodotti dal mercato.

Ed è qui che entra in gioco la responsabilità dell'opposizione. Non basta denunciare le ingiustizie della destra quando è al governo. Occorre assumere un impegno politico chiaro e verificabile. Gli elettori hanno il diritto di sapere oggi, non dopo le elezioni, quale sarà la politica fiscale di una futura alternativa di governo. Chi si candida a guidare il Paese deve avere il coraggio di affermare senza ambiguità che la flat tax verrà abolita e che il principio della progressività fiscale verrà pienamente ripristinato.

I silenzi, le formule sfumate e le promesse generiche non bastano più. Se la flat tax è sbagliata quando la propone la destra, deve essere sbagliata anche quando arriva il momento di scriverne la cancellazione in un programma elettorale. Su questo tema non servono equilibrismi. Serve chiarezza.

Perché la progressività fiscale non è una questione tecnica per addetti ai lavori. È uno spartiacque politico. Da una parte c'è l'idea che la ricchezza sia un fatto esclusivamente privato e che lo Stato debba arretrare. Dall'altra c'è l'idea costituzionale di una comunità nella quale ciascuno contribuisce secondo le proprie possibilità e riceve secondo i propri bisogni di cittadinanza. L'opposizione scelga da che parte stare. E lo dica adesso.

Perché esistono provvedimenti sbagliati che possono essere migliorati. E poi esistono scelte che colpiscono un principio fondamentale di giustizia. La flat tax appartiene a questa seconda categoria. E più che una riforma fiscale rischia di diventare il simbolo di una società in cui chi ha di più contribuisce di meno e chi vive del proprio lavoro continua a sostenere il peso maggiore del bene comune. Proprio per questo non va corretta. Va cancellata. E chi aspira a governare domani dovrebbe avere il coraggio di dirlo oggi.

 

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