"Di Vittorio organizzò e insegnò la solidarietà fra i lavoratori"
Aggiornamento: 1 giorno fa
Nel sessantanovesimo anniversario della morte del grande dirigente della Cgil, intervista a Luciano Marengo, già segretario del sindacato in Piemonte
di Alberto Ballerino

Oggi, 3 novembre, ricorre l’anniversario della scomparsa di Giuseppe Di Vittorio, un gigante nella storia del sindacalismo della Cgil, il sindacato di classe dell'epoca. Di Vittorio, nato a Cerignola in provincia di Foggia nel 1992, morì a Lecco nel 1957, vittima di un infarto. Aveva da pochi mesi compiuto 65 anni. Il suo ricordo ha avuto nei giorni scorsi un prologo inatteso: l'articolo di Marcello Veneziani, riconosciuto intellettuale di destra, pubblicato sulla prima pagina de la Verità di Maurizio Belpietro, col titolo di sapore provocatorio "Che nostalgia per Di Vittorio, un sindacalista tradito dai suoi", che si spiega nelle righe finali con un'evidente avversione per i Landini di oggi, che non avrebbero, secondo Veneziani, raccolto l'eredità dell'allora segretario generale della Cgil per i ceti più umili, fragili e indifesi. Insomma, una critica che stride proprio con le iniziative della Cgil in Italia a difesa dei salari, del potere d'acquisto, mentre in più paesi d'Europa dilagano proteste e manifestazioni legate alle sempre più difficili condizioni di vita.
Luciano Marengo, già segretario regionale della Cgil, non ha conosciuto direttamente Di Vittorio, ma è entrato nel sindacato poco dopo la sua scomparsa, potendo così confrontarsi con un ambiente ancora plasmato sul suo carisma. “Quando – dice - sono entrato nel sindacato era un mito, ma continua a esserlo ancora oggi. Viene identificato come uno dei più grandi sindacalisti di sempre e non solo in ambito italiano”.
Oggi i lavoratori e la Cgil sono molto cambiati. “Perché è mutato il mondo. La fabbrica è mutata, sono andato a visitarne una e mi sembrava di entrare in una clinica, l’organizzazione del lavoro si è radicalmente trasformata. Da un lato sono diverse le rivendicazioni sindacali e dall’altro proprio l’essere operaio. Oggi direi che sono più impiegati che operai dal punto di vista pratico del lavoro svolto. Non c’è più nulla del contadino che entrava in fabbrica e diventava operaio”.
Un cambiamento totale, bisogna capire se in meglio o in peggio. “Da una parte in meglio: le rivendicazioni sindacali hanno portato alla nascita dei delegati e dei consigli dei delegati, mentre all’epoca c’erano le commissioni interne, meno rappresentative dell'universo in fabbrica. Dall’altra il problema dello sfruttamento dei dipendenti nelle fabbriche è cambiato ma non è diminuito: mi riferisco all’organizzazione del lavoro ma anche ai salari che sappiamo oggi come sono ridotti nel loro potere d’acquisto. Le stesse rivendicazioni sindacali nelle fabbriche sono molto cambiate”.
Il sindacato è indebolito. “Intanto la mancanza di unità sindacale indebolisce, ed è un fattore storicamente indiscutibile. Poi la stessa organizzazione del lavoro ha cambiato il sindacato e ridotto le sue capacità di rivendicazione. In passato, c’erano grandi battaglie contro lo sfruttamento che avevano un effetto di trascinamento sulla società, effetto che non si registra, se non minima parte oggi”.
Ora il problema è il lavoro. “Anche quando lo hai, c’è la difficoltà a mantenerlo, stando nei parametri conquistati nelle fabbriche. Molte volte con un colpo di telefono dall’altra parte del pianeta viene cancellata una fabbrica e con essa anche gli operai. Sono storie che vediamo tutti i giorni”.
C’è da chiedersi quando è iniziato il cambiamento in peggio. “Subito dopo le grandi lotte operaie, grosso modo negli anni Ottanta, c’è stata una diminuzione del potere sindacale vero e proprio. Non era inevitabile ma sicuramente c’erano tutte le condizioni perché andasse così. È proprio cambiato l'esistente. Ci sono lavoratori senza nessun diritto che non sono in grado di fare rivendicazioni. Inoltre sempre meno sono in grado di contare nella società, basti vedere come con il progresso i salari invece di aumentare sono diminuiti. Ed è minore anche il potere di intervento dei lavoratori nelle fabbriche”.
Tornando al passato, c’è da chiedersi quale messaggio può oggi giungere dall’esperienza di Di Vittorio. “Ha saputo mettere insieme i lavoratori delle campagne con quelli delle fabbriche, gli impiegati con gli operai, purché fossero dipendenti. Riuscì a organizzare la solidarietà intorno a queste figure. Il messaggio che arriva da lui è proprio questo: più solidarietà tra le categorie e soprattutto tra i lavoratori. È il suo insegnamento fondamentale”.











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