Per passione, non solo musica e parole...
Aggiornamento: 4 minuti fa
Il ritorno di Stevie Wonder
di Marco Berruti

Stevie Wonder ha annunciato un tour celebrativo in occasione del cinquant’anni dall’uscita di Songs in the key of life. Il tour partirà da Birmingham in Inghilterra il 13 ottobre e toccherà in seguito la Francia, la Germania, la Danimarca e la Svezia, per tornare nel Regno Unito a novembre. A fine anno la tournée si concluderà con alcune date negli Stati Uniti. Purtroppo niente Italia ed è un peccato.
Songs in the key of life è il diciottesimo album di Stevie Wonder, che all’epoca aveva ventisei anni. Talento precoce - un vero e proprio bambino prodigio che a quattro anni suonava il piano - aveva cominciato nel 1961 come Little Stevie Wonder: la piccola meraviglia di casa Motown. Songs in the key of life è il disco della piena maturità, un doppio album che allinea un cocktail di suoni e generi.
Contiene pietre miliari della sua discografia come Isn’t she lovely[1], dedicato alla figlioletta Aisha. O ancora I wish[2], che sarebbe entrato nei campionamenti dei rapper vent’anni dopo. E poi l’omaggio a Duke Ellington, Sir Duke[3], la dimostrazione di come si possano contenere più istanze senza che queste si riducano ad una citazione. Il jazz qui diventa il terreno di coltura del soul e del funk. I fiati non svolgono una funzione ornamentale, spezzano, rilanciano, sincopano, diventano essi stessi percussione. L’unisono finale, cui partecipano anche basso e batteria, non è un’ostentazione di virtuosismo strumentale ma urgenza, ritmo, fisicità.
Riportare Songs in the Key of Life in una lunga tournée intercontinentale, ci ricorda quanto dobbiamo a questo artista. Gli dobbiamo, naturalmente, una quantità incalcolabile di grande musica. Ma gli dobbiamo soprattutto l’aver fatto della commistione fra stili, epoche e culture una pratica quotidiana, spontanea, quasi necessaria. Altri hanno tentato la stessa strada; nessuno, probabilmente, l’ha percorsa con altrettanta musicalità e grazia. Stevie Wonder non rappresenta soltanto il suonare bene: personifica quasi l’impossibilità di suonare male, di cedere al cattivo gusto, di oltrepassare la misura. Può permettersi arrangiamenti sontuosi, modulazioni ardite, sovrapposizioni ritmiche, cori, sintetizzatori e orchestre, senza che nulla appaia superfluo. Osa continuamente, ma non perde mai il senso della proporzione. La sua è un’avanguardia eufonica: cambia il linguaggio della musica mentre ci invita a cantare e a ballare. Un vero peccato non passi da queste parti!











Commenti