La Posta della Porta di Vetro. A proposito dei timori sullo "stato di salute" scolastico dei nostri studenti

Sull'articolo pubblicato ieri, domenica 13 settembre, a firma di Anna Desanso in
https://www.laportadivetro.com/post/l-editoriale-della-domenica-timori-sullo-stato-di-salute-scolastico-dei-nostri-quindicenni abbiamo ricevuto i commenti che seguono.
Autorevolezza, non Autorità. Empatia, non Amicizia. Ascolto, non Rigidità formale: ai docenti vengono richieste capacità e sensibilità umane particolari che, unite alle competenze nelle proprie discipline, non potranno mai essere sostituite dall’Intelligenza artificiale né dai social. Nonostante questo, il ‘ruolo’ umano e culturale del docente con tutta la sua importanza morale e culturale, non viene più riconosciuto per quanto davvero vale, né giustamente e adeguatamente ricompensato per il suo lavoro.
In un mondo che pericolosamente ha trasformato il denaro da strumento per raggiungere degli obiettivi a metro di giudizio, collocando chi ne possiede di più sempre più in alto nella scala sociale, chi fa della diffusione della cultura e della creazione del senso critico individuale la propria ragione di vita non ha più spazio. Non stupisce, ma rattrista di certo, che i nostri studenti non li ascoltino con la giusta attenzione, abituati come sono alla brevità, ed alla vacuità, delle notizie che apprendono dai social, velocissime e superficiali.
Con un vocabolario personale sempre più misero – ricordo alunni che non conoscevano il significato di parole comuni come stamberga, spelonca, strascico – e con infanzie del tutto prive di fiabe e racconti, si trovano ad aver assolto l’obbligo scolastico, ma con strumenti insufficienti per affrontare la complessità che li/ci circonda, falsamente camuffata da ‘libertà di pensiero’. Sono molto preoccupata per le ragazze e i ragazzi di oggi che, con strumenti di gran lunga più scarsi dei nostri, dovranno affrontare un mondo complesso, bugiardo, ingiusto e spesso volgarmente crudele.
Elisabetta Dellavalle, insegnante nei Licei fino al 2024
Il confronto tra studenti italiani e quelli di altri Paese ha inorgoglito il Ministro della nostra Pubblica Istruzione, come ho avuto modo di ascoltare e leggere. Reazione comprensibile e legittima, in effetti, se si resta sul bordo delle questione, cioè se ci si ferma in superficie. Ma, non appena si scende in profondità, e si "spacchettano" i dati, come ha evidenziato con estrema onestà intellettuale nel suo articolo Anna Desanso, l'ottimismo deve cedere il passo alla preoccupazione e anche il mio stupore iniziale per la superiore (presunta) preparazione degli allievi italiani, stupore certamente comune a molti, si è volatilizzato. Perché nella realtà e nel quotidiano emerge sempre più una povertà di linguaggio che si è allargata nei decenni tra le nuove generazioni. I ragazzi non conoscono i vocaboli e di conseguenza sono deprivati anche della possibilità di esprimere i sentimenti. Li percepiscono, ma la società non offre loro né strumenti adeguati, né più quei luoghi tradizionali, in primis la scuola, dove l'esercizio intellettuale diventa per effetto di trascinamento, arricchimento relazionale cognitivo.
Leila Vincenti, docente all'Università di Torino fino al 2025
Condivido molto le preoccupazioni che emergono da questa analisi della dott.ssa Anna Desanso. Ma il dato che più dovrebbe far riflettere non è tanto il confronto con gli altri Paesi, quanto la difficoltà crescente dei nostri ragazzi nel comprendere, valutare e interpretare ciò che leggono. L’Intelligenza Artificiale non è la causa di tutto, ma rischia di diventare un potente moltiplicatore di queste fragilità, soprattutto quando viene utilizzata per sostituire il pensiero anziché per svilupparlo. La vera sfida, secondo me quindi, non è combattere l’IA, ma formare persone capaci di usarla senza rinunciare alla propria capacità critica. E qui il ruolo della scuola e soprattutto dell’insegnante rimane insostituibile.
I dati sull’apprendimento dei nostri ragazzi dovrebbero spingerci a una riflessione seria. È proprio in questo scenario che si inserisce l’Intelligenza Artificiale. L’IA non è la causa delle difficoltà della scuola e sarebbe sbagliato trasformarla nel nuovo “nemico”. Può essere, al contrario, uno strumento straordinario per imparare, approfondire, confrontarsi e sviluppare nuove competenze. Ma esiste un rischio concreto: se utilizzata per sostituire il pensiero, anziché per svilupparlo, l’IA può amplificare fragilità che già esistono.
Un ragazzo che non possiede gli strumenti per comprendere un testo difficilmente sarà in grado di valutare se una risposta generata dall’IA sia corretta, incompleta o addirittura falsa. Potrà ottenere una risposta in pochi secondi, ma senza aver necessariamente acquisito la capacità di capire il problema. Ed è qui che la scuola assume un ruolo decisivo.
La vera sfida del futuro non sarà impedire ai giovani di utilizzare l’Intelligenza Artificiale, ma insegnare loro a utilizzarla senza rinunciare alla propria autonomia di pensiero. Servono ragazzi capaci di fare domande, verificare le informazioni, riconoscere gli errori, confrontare fonti e soprattutto arrivare a una propria conclusione. In questo percorso la tecnologia può aiutare, ma non può sostituire l’insegnante, che resta fondamentale. Perché educare non significa semplicemente trasferire informazioni. Significa insegnare a ragionare, a dubitare, a comprendere e ad assumersi la responsabilità delle proprie idee. L’IA può dare una risposta. La scuola deve continuare a insegnare perché quella risposta debba essere considerata valida.
Questa, probabilmente, è la vera sfida educativa che abbiamo davanti.
Antonio Nicolosi, Segretario Generale - Unarma Associazione Sindacale Carabinieri











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