L'Editoriale della Domenica. Timori sullo "stato di salute" scolastico dei nostri quindicenni
Aggiornamento: 1 giorno fa
Leggendo i dati dell'indagine PISA 2025 alla vigilia dell'apertura delle scuole
di Anna Desanso

In questi giorni i quotidiani di primo piano hanno puntato i riflettori sui risultati dell’indagine PISA 2025,[1] offrendo la mappatura più vasta e dettagliata sullo stato di salute dei quindicenni in piena transizione educativa globale. I numeri parlano chiaro e descrivono una scala imponente: oltre 760.000 studenti – campioni rappresentativi di circa 33 milioni di quindicenni distribuiti in 91 Paesi ed economie – sono stati coinvolti in questa edizione. In Italia, la rilevazione ha misurato le competenze di circa 9mila ragazze e ragazzi in 285 istituti, specchio fedele di una popolazione scolastica che supera i 500mila quindicenni in tutto il Paese.
L’Italia mostra una significativa tenuta nel confronto internazionale, posizionandosi leggermente al di sopra della media OCSE nelle discipline chiave e superando storici benchmark europei. Dall'altro lato, tuttavia, i dati impongono di andare oltre l'euforia dell'informazione generalista, il quadro generale evidenzia una vulnerabilità di fondo legata sia al deterioramento degli apprendimenti nel lungo periodo, sia alla persistenza di divari territoriali e socioeconomici interni. Un’occasione cruciale, dunque, per analizzare non solo dove si colloca l'Italia rispetto al mondo, ma soprattutto che cosa sta accadendo dentro le nostre aule alla vigilia dell’inaugurazione dell’anno scolastico 2026/27.
Capacità di decodificare un testo
Da umanista mi sono concentrata sull’analisi dei dati relativi alla literacy in lettura, che tradotto significa la capacità di decodificare uno scritto: comprendere, valutare, riflettere e confrontarsi criticamente con i testi, al fine di poter partecipare pienamente alla società (OECD, 20231). Vuol dire essere in grado di distinguere fatti ed opinioni, saper integrare il testo con cui mi sto confrontando con le mie conoscenze e poter far sintesi. Oggi questa competenza è resa più complessa dall’ambiente digitale che richiede un’ulteriore skill, ossia quella di verificare la veridicità e l’affidabilità di ciò che sto leggendo.
In Italia si osservano percentuali di top performer più contenute: circa il 6% degli studenti raggiunge almeno il livello 5 nella media OCSE (4% in Italia), mentre il livello 6 è conseguito da quasi uno studente su 100 in media nei paesi OCSE e da 3 studenti su 1000 in Italia. Nel contesto internazionale, negli ultimi tre anni si osserva un calo significativo sul rendimento in lettura, la media OCSE è diminuita di 14 punti e nell’ultimo decennio di 27 punti, accompagnato da un aumento di 10 punti percentuali nella quota dei low performer.
Questi dati sono meno rassicuranti, anche perché si osservano diverse inflessioni a livello regionale e tipologia di scuola. Scorporando i dati per i diversi indirizzi di studio, i Licei ottengono un risultato medio in lettura superiore a quello degli altri tipi di scuola secondaria di II grado, i cui risultati sono tutti statisticamente inferiori alla media nazionale (cfr. Tabella 4.6 in appendice rapporto PISA 2025). Le differenze fra tipologia di scuola presentano grandi differenze nei risultati medi di lettura: circa 130 punti separano i punteggi medi ottenuti dagli studenti dei Licei (516 punti) e quelli degli istituti professionali (388 punti) e della formazione professionale (382 punti).
La verità è deludente
Se andiamo oltre la superficie del confronto internazionale e ci soffermiamo sul dettaglio dei dati nazionali, la fotografia che ne emerge restituisce un quadro allarmante. I nostri quindicenni faticano a comprendere e decodificare quello che leggono, incapaci il più delle volte di elaborare i dati grezzi per trasformarli in vera conoscenza e competenza critica. Questa distanza non fa che accentuarsi lungo le faglie territoriali e tra i diversi indirizzi di studio, alimentando la percezione di un sistema a due velocità, fatto di opportunità di serie A e di serie B.
Ma l'aspetto più angosciante è che tutto questo accade in un tornante storico tra i più complessi e delicati, in cui l'intelligenza artificiale spalanca le porte a un futuro avveniristico e spiazzante, di fronte al quale i nostri studenti rischiano di trovarsi tragicamente disarmati. È una sfida che noi docenti viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, combattendo gomito a gomito con l'intelligenza artificiale nelle aule, facciamo fatica a integrarla e a percepirla davvero come una risorsa, perché ne tocchiamo con mano ogni giorno gli effetti dirompenti e spesso regressivi sugli studenti, intrappolati tra la scorciatoia della delega cognitiva e la perdita progressiva di profondità di pensiero. Beninteso, non si tratta di usarla come capro espiatorio di una crisi sistemica più ampia, ma certamente ne amplifica le crepe.
Quali interventi e quale futuro?
Il calo registrato negli ultimi anni nella literacy in lettura non è un caso isolato, bensì il sintomo di una tendenza strutturale che interroga profondamente il nostro domani. Di fronte a questo scenario, la domanda cruciale diventa: quali strategie la scuola può e deve mettere in campo per invertire la rotta e costruire il prossimo futuro?
Il rischio più grande è trovarsi di fronte a una scuola obsoleta e in decadenza, strutturalmente incapace di rispondere in modo efficace a una "policrisi" di questa portata. Spesso, però, di fronte a un problema così complesso, poliedrico e stratificato, si tende ad offrire soluzioni semplicistiche e di facciata, che trascinano con sé il pericolo di aggravare il divario anziché colmarlo.
Non esiste una sola strada da percorrere ma, come docenti, serve lasciarsi provocare da questi dati ed interrogarsi sulle possibili risposte educative da attivare, uscendo dalle logiche di resa per tornare ad abitare con consapevolezza e profondità il tempo della classe. Significa restituire presenza, prossimità e vicinanza, andare ben oltre la pura competenza e la didattica nozionistica per tornare a svolgere il mestiere di docente in modo autenticamente umano, offrendo proprio quella relazione viva e insostituibile che l'Intelligenza Artificiale non potrà mai replicare.
Come scrive Christian Bobin in Abitare poeticamente il mondo, occorre ricordare che «il mondo ha bisogno di una sola cosa per essere salvato: un po' di grazia, un po' di attenzione silenziosa, un battito d'ali». Riconquistare la meraviglia e la curiosità, riportando lo stupore al centro delle nostre aule affinché torni a essere la vera bussola del nostro cammino educativo, perché un cuore risvegliato è capace di spalancarsi verso l’infinito della conoscenza e del reale, sottraendosi alla tirannia del pensiero seriale.
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