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11 settembre 2001, preludio allo shock del cambiamento climatico

10 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

Immagine e testo di Daniela Nardelli


Ritorno a Ground Zero. Per un istante. L'istante in cui nell’opera Il Potere la materia sembra perdere la propria obbedienza. Le geometrie inizialmente riconducibili a un ordine architettonico vengono attraversate da linee incurvate, rientranze, cedimenti. La retta, emblema di controllo e di misura, non riesce più a mantenere la propria autorità, viene deformata da una forza invisibile, tellurica, che sembra provenire dal cuore stesso della Terra.

Gli edifici appaiono così come strutture sottoposte a una temperatura estrema, corpi incandescenti sospesi tra la costruzione e la rovina. È in questa tensione che l’opera trova la propria forza. Il titolo Il Potere non indica soltanto il potere dell’uomo, della tecnologia o dell’architettura. Lo mette in discussione.

La verticalità delle forme rimanda alla necessità umana di elevarsi, di dominare lo spazio, di lasciare un segno permanente. Ma quella stessa verticalità viene progressivamente incrinata. L’edificio, simbolo per eccellenza della civiltà e del controllo, si scopre vulnerabile. La superficie terrestre, apparentemente stabile, diventa allora soltanto una sottile membrana. Al di sotto pulsa una materia incandescente, una forza primordiale che precede ogni costruzione e sopravviverà a ogni costruzione.

La natura non è più scenario, ma antagonista. E, forse, più radicalmente, è il potere autentico dell’opera. In questo rapporto tra architettura e materia può insinuarsi anche la memoria dell’11 settembre 2001. Non come citazione illustrativa di un evento storico, ma come eco di una frattura collettiva, il momento in cui l’immagine dell’edificio invulnerabile, della potenza economica e tecnologica apparentemente inattaccabile, viene improvvisamente trasformata nell’immagine del vuoto e del crollo. Le rientranze presenti nella struttura acquistano così un valore ulteriore. Sono ferite, ma anche assenze. Sono ciò che resta quando una forma viene privata di una parte di sé.

La materia conserva la memoria della distruzione senza necessariamente rappresentarla. Ma nell’opera il tema del crollo non si esaurisce nella storia umana. La dimensione dell’11 settembre sembra aprirsi verso una catastrofe più ampia e contemporanea, quella climatica. L’uomo che si è attribuito il diritto di governare la natura scopre di aver alterato un equilibrio che non comprende fino in fondo. Il cambiamento climatico, da fenomeno amministrabile e misurabile, assume la dimensione di una risposta.

Ciò che era stato considerato “suddito” comincia a manifestare la propria autonomia. È qui che il concetto di potere si rovescia. Non è più soltanto l’uomo a esercitare una forza sulla materia, è la materia stessa a esercitare una forza sull’uomo. Il fuoco, il calore, la deformazione e il magma diventano linguaggi di una natura che non accetta più di essere considerata passiva. Il Potere si colloca dunque in una zona inquieta, dove il monumentale convive con la fragilità e la costruzione contiene già in sé la possibilità della rovina. L’opera non celebra il potere, ne mette a nudo la precarietà. Le sue forme sembrano suggerire che ogni struttura, per quanto imponente, nasce già sotto la minaccia della propria trasformazione.

Ogni verticalità contiene una caduta. Ogni superficie nasconde una profondità. Ogni tentativo di dominio custodisce la possibilità della ribellione. E allora la domanda che l’opera consegna allo spettatore non è soltanto chi ha il potere? È una domanda più radicale: “quanto può durare l’illusione di averlo”?

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