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La Stanza del pensiero Critico. Ground Zero, la ferita che neppure un quarto di secolo ha chiuso

1 giorno fa
Tempo di lettura: 2 min

di Savino Pezzotta  


L’11 settembre non è un evento: è una ferita aperta. Una profonda ferita nel corpo dell’Occidente che continua a sanguinare, lenta ma costante, venticinque anni dopo. Quel mattino limpido del 2001 non ha solo fatto crollare due torri: ha fatto crollare l’idea che il mondo fosse governabile, prevedibile, convertibile alla visione occidentale.

Alle 8:45 l’America camminava ancora con la postura del vincitore della Guerra Fredda, convinta che la storia fosse finita, che la democrazia liberale fosse un destino naturale, che il libero mercato fosse una lingua universale. Un minuto dopo, alle 8:46, tutto questo è stato squarciato.


Ore 8:46: l'illusione esplode

Da lì non è crollata solo una torre: è crollata la narrazione. Il corpo americano , fino ad allora intoccabile - a parte l'attacco insulare a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 - è stato violato. La paura è entrata nelle ossa, la diffidenza nel sangue, la paranoia nella respirazione quotidiana. La sicurezza è diventata un’ossessione, la libertà un bene negoziabile, l’altro un sospetto.

La risposta è stata fisica, muscolare, quasi animalesca. La “guerra al terrore” non è stata una strategia: è stata una reazione di corpo ferito. Torture, sorveglianza di massa, prigioni fuori dal diritto, voli segreti, Guantánamo come simbolo di un’America che non si fidava più nemmeno di sé stessa. E poi l’Iraq: la fiala fasulla, la promessa di esportare la democrazia come un prodotto industriale, la realtà di un paese che si è frantumato in clan, milizie, vendette.


Usa, il rigetto di chi non crede più alle proprie élite

Vent’anni di Medio Oriente hanno consumato uomini, soldi, prestigio. Ma soprattutto hanno consumato la fiducia degli americani nelle loro élite. La sensazione che “quelli al comando” non sapessero cosa stessero facendo è diventata un brivido collettivo. Da quel brivido è nato il populismo: non come progetto, ma come rigetto. Un rigetto corporeo, viscerale, contro chi aveva promesso sicurezza e aveva consegnato un pantano.

Oggi l’America cammina nel mondo come un gigante che ha perso l’equilibrio. Non vuole più guidare nulla. Non crede più nella globalizzazione come destino, nella democrazia come missione, nel libero mercato come collante planetario. L’Occidente non è più un faro: è un animale nervoso, che scatta a ogni rumore.

E noi, che viviamo nelle sue ombre, sentiamo la stessa tensione. L’11 settembre non ha vinto il terrorismo: ha vinto la disillusione. Ha vinto la fine dell’innocenza liberale. Ha vinto la consapevolezza che il mondo non è un’unica storia, ma un campo di forze, identità, credenze che non si lasciano addomesticare.

Le due fosse di marmo a Ground Zero non sono un monumento: sono un avvertimento, sono il simbolo di un corpo ferito che non si è mai rimarginato.

Si vive ancora dentro quella ferita. E finché non si troverà o si farà germinare una nuova visione – concreta, incarnata, non trionfalista – resteremo lì, sospesi tra le macerie di un mondo che pensavamo semplice e che invece è diventato un labirinto di carne, paura e contraddizioni.

 

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