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Preferenze: da elettore di sinistra non gioisco alla sconfitta di Meloni

di Mauro Nebiolo Vietti


Brava! Non avrei mai pensato di scriverlo di Giorgia Meloni, ma la battaglia sulle preferenze - è opinione personale - è una speranza di democrazia e non importa chi la sostiene perché chi lo fa merita rispetto. Ma, cominciamo dall’inizio; l’abolizione delle preferenze fu voluta da un governo Berlusconi perché questi mal digeriva che in Parlamento approdassero soggetti non da lui scelti e che non davano la sicurezza di dire sempre di sì al capo; quando il progetto di legge arrivò in aula suscitò l’entusiasmo di tutti i segretari di partito che collegarono immediatamente il provvedimento ad un loro nuovo profilo che, da figura di mediatore tra più anime nello stesso gruppo parlamentare, trasferiva loro il potere, tolto agli elettori, di nominare i deputati diventando l’artefice del destino degli aspiranti onorevoli così garantendo l’immortalità del proprio ruolo (non ci si scandalizzi per l’uso di tale sostantivo, perché il narcisismo in quasi tutti gli uomini di vertice è infinito).

Ricordo Bertinotti, rappresentante della sinistra–sinistra, a Porta a Porta, mentre spiegava agli italiani che i deputati, non dovendo più sopportare ingenti spese elettorali, avrebbero evitato episodi di corruzione; evidentemente, per difendere un potere che gli era cresciuto nelle mani dalla sera alla mattina, anche Bertinotti era disposto a dire sciocchezze.

Da quando i deputati sono nominati dai segretari sono emersi due aspetti:

1) è assolutamente umano che un capo non voglia circondarsi di collaboratori di livello superiore al suo, ma questo atteggiamento ha con il tempo disseminato il Parlamento di persone modeste lige al capo, che ne detiene i destini, ma che non si fanno di certo apprezzare per le loro capacità di rappresentare un elettorato;

2) chi viene nominato non ha costruito una piramide elettorale che gli ha anche permesso di capire il territorio, l’animo e soprattutto i problemi della gente di cui il candidato vuole essere l’espressione; ma questo porta il partito fuori dal controllo del territorio e, alle volte, ne viene snaturato il patrimonio culturale diventando anche difficile raccordare le scelte attuali con la sua storia.

Meloni ha sempre sostenuto la reintroduzione delle preferenze e francamente non mi interessa se alla base di questa scelta vi sia o meno un sordido piano, mi interessa soltanto il ripristino di un meccanismo che garantiva una libertà elettorale, perché un’elezione libera restituisce all’elettore il diritto di scegliere il candidato come garanzia di una democrazia che vuol essere tale fin dal momento iniziale, quando cioè si decide da chi si vuole essere rappresentati.

È vero che Meloni sta sviluppando un progetto elettorale di sapore autarchico (chi vince nomina il Presidente della Repubblica, i giudici della Corte Costituzionale e i rappresentati degli enti di controllo in generale), approvato alcune ore fa, oggi 16 luglio alla Camera, ma se il progetto è infame, esso sarà egualmente votato da una platea di ometti ubbidienti e certamente non consci del proprio ruolo perché nominati, mentre invece, se fossero stati eletti, è probabile che alcuni avrebbero difeso le prerogative di chi partecipa ai meccanismi democratici.

Però Meloni, in punto preferenze, non chiedeva il voto sull’intero scheda elettorale, ma aveva fatto in modo che si arrivasse a discuterlo come emendamento il che autorizzava anche chi era contrario al progetto elettorale a votare il ripristino delle preferenze, ma per farlo occorre volere restituire il potere all’elettore.

A giudicare dai risultati sembra che nessuno lo voglia e, per quello che mi riguarda, non lo vuole soprattutto la sinistra. Le urla di gioia e gli abbracci, pubblicati con ampio risalto dai mass media, dicono che la scelta delle sinistre era di potere, potere del segretario, perché così continua a nominare deputato chi  gli pare, potere dei deputati nominati e non eletti, perché ovviamente preoccupati di rivolgersi ad un elettorato che non conoscono, che sovente hanno ignorato ed in alcuni casi tradito con il ragionevole sospetto che a loro non sarebbe stata rinnovata la fiducia.

Sostenere che l’emendamento era inutile, perché prevedeva il blocco del capolista, ricorda Bertinotti, quando giustificava l’abolizione delle preferenze; il blocco del capolista non impedisce le preferenze per tutti gli altri e rappresenta un ovvio tentativo di mediazione con la vecchia guardia, compresa quella del partito del Presidente del Consiglio.

Invece Schlein, che è stata eletta perché ogni elettore poteva scegliere tra i candidati, pare ritenga meglio che gli elettori non scelgano.

E l’elettore? Non sostengo certo che il calo dei votanti sia soltanto collegato alla mancata possibilità di esprimere le preferenze, ma di certo non li incoraggia, anzi in alcuni casi può portare ad una scelta consapevole come, per esempio, per me.

Non ho mai saltato un’elezione e voto a sinistra, ma da quando il PD ha dimostrato di essere contrario alle preferenze (prima almeno beneficiava del dubbio) parteciperò soltanto a elezioni ove posso dare preferenze e non andrò alle altre. Mi rendo conto che un solo elettore non cambia, ma se ce ne fossero altri, ed è l'aspetto che più preoccupante, temo che il partito continuerà a non ascoltarli.

 

 

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