Ahmadinejad, Mossad e la politica del nemico iraniano "meno peggio"
- Alberto Scafella
- 2 giorni fa
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Sulla scia delle "rivelazioni" del New York Times
di Alberto Scafella

La politica internazionale è il luogo in cui un avversario può, in determinate circostanze, diventare un interlocutore tattico. Ma qui conviene separare con precisione i fatti dalle ipotesi. I fatti accertati sono questi: Mahmoud Ahmadinejad, ex presidente iraniano, si trova ai domiciliari ed è oggi ai margini dell’apparato del regime che aveva servito. Questo dato segnala una frattura ormai evidente con l’establishment attuale. Il resto appartiene, per ora, al campo delle indiscrezioni. Secondo alcune ricostruzioni circolate nelle ultime ventiquattr'ore sulle pagine del New York Times, ma che hanno una storicità di vecchia data, e attualmente non confermate da verifiche indipendenti, Ahmadinejad sarebbe stato avvicinato dal Mossad, il servizio segreto israeliano, come possibile figura di transizione per il futuro dell’Iran.
Si tratta, allo stato, di un’ipotesi non verificata, che non può essere presentata come un fatto. Se un simile scenario trovasse conferma, sarebbe un esempio estremo di realismo geopolitico. Ma, appunto, al momento non lo è. Su un altro punto, invece, non esistono ambiguità: Ahmadinejad non è un liberale, non è un democratico occidentale, non è un difensore dei diritti civili. Durante la sua presidenza ha alimentato la retorica della distruzione di Israele e ha anche sostenuto che l’Olocausto non si fosse mai verificato, contribuendo a fare dell’ostilità verso lo Stato ebraico uno degli assi della propaganda della Repubblica islamica. È questo il contesto entro cui va letta qualsiasi ipotesi sul suo eventuale ruolo futuro: non quello di una figura rassicurante, ma quello di un ex protagonista del sistema oggi ridotto ai margini.
Da qui nasce una domanda che va intesa come interrogativo politico, non come conclusione: in uno scenario di crisi: oggi esiste un profilo considerato più gestibile o meno rischioso? La domanda non mira a fotografare una verità assoluta; descrive piuttosto il grado di restringimento delle opzioni in un Paese e in una regione in cui il margine di scelta si è ridotto drasticamente. Quando un regime fa del fanatismo uno strumento di governo, sostiene milizie in più teatri mediorientali, reprime il dissenso interno e considera il negoziato un segno di debolezza, anche un vecchio avversario può apparire, per pura logica di convenienza, più prevedibile di altri.
La storia insegna che gli Stati non scelgono gli amici: scelgono gli equilibri. E spesso il “bene” non è disponibile. Resta allora la scelta tra il male e il meno peggio. È il cinismo della ragion di Stato: la disponibilità a trattare con chi, fino al giorno prima, veniva descritto come un nemico irriducibile. Non perché se ne condividano le idee, ma perché si ritiene che possa contribuire a evitare un esito peggiore. Naturalmente, se l’indiscrezione fosse confermata, resterebbe un paradosso di grande portata: Israele che valuta come possibile interlocutore un uomo che per anni ne ha invocato la cancellazione e ha negato la Shoah.
Ma qui conviene restare rigorosi fino in fondo: al momento si tratta di un’ipotesi non verificata, non di un fatto accertato. La geopolitica, però, non è un esercizio di coerenza. È un esercizio di sopravvivenza. In fondo, la diplomazia è l’arte di parlare con chi non si sopporta. Se si arriva a discutere persino con chi ha minacciato la tua distruzione, significa che il livello dello scontro ha superato una soglia critica. E forse è proprio questa la notizia più inquietante: non che un “nemico” possa diventare un interlocutore, ma che il presente sia riuscito a rendere il passato quasi rassicurante. Al netto dell'ipotesi di una ripresa della notizia per sottolineare le contraddizioni della politica di Netanyahu da parte dell'ala critica della Casa Bianca (leggi il vicepresidente JD Vance) verso il governo di Israele rispetto alla guerra contro l'Iran.











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