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Lorena, il dramma del filo invisibile tra vittima e persecutore

di Maria Teresa Fenoglio


C’è qualcosa di particolarmente straziante in quei venti minuti tra la richiesta di soccorso di Lorena Isceri e la sua tragica morte. Lorena aveva trovato la forza e la lucidità di chiedere aiuto.

Dall’altra parte del telefono qualcuno la ascoltava, cercava di localizzarla, mobilitava i soccorsi. Eppure tutto questo non è bastato. La polizia è arrivata, ma il persecutore era ancora nella posizione di decidere della vita e della morte della donna.

Il mancato salvataggio di Lorena non può essere ridotto alla responsabilità di un singolo operatore o di una pattuglia arrivata troppo tardi. Mostra piuttosto quanto sia difficile intervenire quando il persecutore ha già sequestrato la vittima e conserva su di lei un controllo fisico assoluto. La vera possibilità di salvezza si costruisce spesso prima: quando compaiono gli appostamenti, le minacce, il controllo del telefono, i ricatti suicidari, le visite sotto casa e l’incapacità di accettare la separazione.

Da qui la domanda più difficile: perché Lorena non aveva denunciato quell’uomo quando era ancora possibile intervenire prima dell’aggressione?

Posta così, tuttavia, la domanda rischia di attribuire alla vittima la responsabilità di non essersi salvata e lascia sullo sfondo il comportamento di chi l’ha perseguitata e uccisa. Dovremmo domandarci, invece, che cosa accade nella mente e nella vita di una donna quando la persona che ha amato diventa la persona di cui ha paura.

Con l’espressione  di legame traumatico si  indica il vincolo che può formarsi tra la vittima e chi la maltratta, soprattutto quando la violenza si alterna a momenti di tenerezza, pentimento, fragilità e apparente normalità. Non è un amore particolarmente intenso e non significa che la vittima desideri essere maltrattata. È un legame costruito sulla paura, sulla speranza e sull’imprevedibilità.

Un uomo può minacciare, controllare e umiliare la compagna e, poche ore dopo, chiederle perdono, piangere, promettere di cambiare. Può farla sentire in pericolo e poi presentarsi come la persona che ha più bisogno di lei. La donna resta sospesa fra due immagini dello stesso uomo: quello amorevole che ha conosciuto e quello violento che ora la spaventa. Continua a sperare che il primo possa tornare e che il secondo sia soltanto il risultato di una crisi passeggera.

Spesso il persecutore trasferisce sulla donna la responsabilità della propria sofferenza: «Se mi lasci, mi rovini»; «Se mi denunci, perdo tutto»; «Senza di te non posso vivere»; «Se mi succede qualcosa sarà colpa tua». Riesce così a presentarsi contemporaneamente come minaccioso e indifeso.

Avviene allora un doloroso rovesciamento: mentre è lei a essere impaurita e danneggiata, continua a preoccuparsi delle conseguenze che le proprie decisioni potrebbero avere su di lui. La denuncia può sembrarle non soltanto uno strumento di protezione, ma anche un gesto capace di distruggere una persona alla quale, nonostante tutto, ha voluto bene.

La frase attribuita a Lorena, «non voleva danneggiarlo», racconta precisamente questo capovolgimento. La donna aveva compreso il pericolo e sappiamo che aveva paura. Allo stesso tempo però il non volerlo danneggiare indica come la preoccupazione per l’altro possa sopravvivere persino quando quell’altro è diventato una minaccia.

Qualcosa di simile era emerso nella vicenda di Giulia Cecchettin. Giulia aveva lasciato Filippo Turetta, ma aveva continuato a incontrarlo. Alle amiche diceva di volersi liberare di lui, ma raccontava anche di sentirsi in colpa perché il ragazzo minacciava di uccidersi. Capiva che quelle minacce erano un ricatto, eppure temeva di abbandonare una persona che si mostrava disperata.

La sera in cui fu uccisa era uscita con lui per acquistare ciò che le serviva in vista della laurea. Il fatto che avesse accettato quell’incontro non significava che volesse ricominciare la relazione, ma che, con ogni probabilità, non era ancora riuscita a liberarsi dal compito che lui le aveva imposto: occuparsi della sua fragilità, rassicurarlo, impedirgli di crollare.

Nelle storie di violenza questo meccanismo può assumere molte forme. C’è la donna che accoglie nuovamente in casa il compagno dopo un’aggressione perché lui piange e promette di farsi curare. C’è quella che ritira una denuncia perché teme che il padre dei suoi figli finisca in carcere o perda il lavoro. Un’altra continua a rispondere alle telefonate dell’ex per calmarlo, convinta che il silenzio possa renderlo ancora più pericoloso. Un’altra ancora nasconde ciò che sta accadendo perché ammetterlo significherebbe riconoscere che la persona amata e quella temuta sono lo stesso uomo.

Per resistere a questa contraddizione, la mente può tenere separate le due immagini. Dopo un’aggressione la donna ricorda i momenti belli e le promesse; durante una riconciliazione cerca di attenuare il ricordo della paura. È un modo, spesso inconsapevole, per rendere sopportabile una realtà altrimenti troppo dolorosa.

A poco a poco può anche accadere che la donna cominci a guardarsi con gli occhi del persecutore. Se lui le ripete che è egoista, esagerata, instabile o crudele, può arrivare a dubitare del proprio giudizio. Misura le parole, evita certi argomenti, risponde ai messaggi per non irritarlo. Pensa: se sarò prudente, se riuscirò a rassicurarlo, forse impedirò il peggio. Tutta la sua attenzione finisce per concentrarsi sullo stato d’animo di lui, mentre la propria sicurezza passa in secondo piano.

Lorena, chiusa nel bagagliaio, ha lottato fino all’ultimo per salvarsi. Questo, per quanto doloroso, mi auguro si possa ricordare di lei. Non quindi “la donna che non aveva denunciato”, ma una donna che aveva cercato di interrompere una relazione senza distruggere l’altro e che si è trovata davanti a un uomo incapace di accettare la sua libertà.

Il legame traumatico ci aiuta a capire perché una vittima possa continuare a preoccuparsi del proprio persecutore, a rispondergli o a rimandare la denuncia. Comprendere non significa però confondere le responsabilità. La paura, l’ambivalenza e la pietà appartengono alla complessa esperienza della vittima. La violenza appartiene interamente a chi la esercita. Alla famiglia e alle istituzioni spetta il compito di riconoscere il pericolo e di intervenire prima che una telefonata disperata dal fondo di un bagagliaio diventi l’ultima possibilità di salvezza.

 

 

 

 

 

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