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"Usciamo dall'ombra sul transito d'armi nel porto di Ravenna"

di Gianni Alioti*


Se chiedessimo a un motore di ricerca, che utilizza una modalità di IA, se l’Italia è in guerra la risposta sarebbe negativa. “L'Italia non è formalmente in guerra, ma partecipa a missioni internazionali e fornisce supporto logistico e militare nei confini stabiliti dal Parlamento e nel rispetto dell'articolo 11 della Costituzione”.

Forse in quel “formalmente”, lo si consenta, c’è un implicito dubbio che lo possa essere nella sostanza. Ma di recente ci ha pensato l’Avvocatura Generale dello Stato (organo non elettivo di nomina governativa) a informarci testualmente che “è in corso una guerra globale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l'Italia”. Finora nessuno, in ambito istituzionale, aveva avvisato gli italiani di questo.

La sua gravità è che non si tratta di una indiscrezione o di gossip, come abbiamo già ricordato in un articolo precedente.[2] È scritto nero su bianco in un documento ufficiale depositato in tribunale presso il Consiglio di Stato (organo supremo per la “Giustizia amministrativa”). Infatti, è la memoria difensiva depositata a tutela dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Direzione territoriale Emilia-Romagna), organo dipendente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, affinché sia annullata la sentenza del Tar Emilia-Romagna, a favore del ricorso presentato dalla giornalista investigativa Linda Maggiori e dall’avvocato Andrea Maestri, ai quali era stato negato l'accesso civico generalizzato ad atti e documenti sui transiti di armi nel porto commerciale di Ravenna, così da verificare la corretta applicazione della legge 185 del 1990 sul commercio delle armi.

La reazione politica e la copertura mediatica di questo episodio è stata, finora, non all’altezza del rischio. Seppur l'atto dell'Avvocatura non rappresenti una dichiarazione istituzionale sullo stato di guerra del nostro paese, il fatto che lo si usi sul piano giuridico in un'aula di tribunale per legittimare il segreto o la riservatezza su atti doganali legati al transito di armamenti dai porti italiani (commerciali), violando la normativa della Legge 185/90, è in sé un elemento gravissimo che chiama in causa direttamente le responsabilità del Governo, da cui i due organismi (Avvocatura Generale dello Stato e Agenzia delle Dogane) dipendono.

 

La reazione parlamentare

A livello nazionale la senatrice Stefania Ascari e i senatori Marco Croatti e Bruno Marton del M5S, che avevano già presentato il 30 luglio 2026 un’interrogazione parlamentare rivolta ai Ministri dell'Economia e delle Finanze - della Difesa - delle Infrastrutture e dei Trasporti, hanno contestato duramente la decisione dell’Agenzia della Dogane di ricorrere al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar Emilia Romagna, denunciando la volontà del Governo di apporre il segreto sui traffici d'armi calpestando il diritto all'informazione dei cittadini e il controllo democratico previsto dalla Legge 185/90.

Nicola Staloni, capogruppo Alleanza Verdi Sinistra al consiglio comunale di Ravenna, in un comunicato da lui sottoscritto, ha affermato che se il porto civile e commerciale di Ravenna avesse assunto (come affermato nella memoria difensiva dall’Avvocatura dello Stato) una rilevanza e classificazione di natura militare, i cittadini ravennati hanno il pieno diritto ad esserne informati sia per ragioni di sicurezza pubblica, sia per trasparenza democratico-istituzionale. Il Governo ha il dovere di chiarire pubblicamente quale sia oggi il ruolo attribuito al porto di Ravenna e agli altri porti italiani nella strategia militare e di difesa nazionale.

Il “Coordinamento popolare contro le armi nel porto di Ravenna”, sin dalla fine di luglio, ha mantenuto alta la mobilitazione e la pressione a livello locale e regionale, contro l’appello al Consiglio di Stato da parte dell’Agenzia delle Dogane per l’annullamento della sentenza del Tar Emilia-Romagna.

Sul piano giuridico, come ha dichiarato l’avvocato Andrea Maestri: “[…] Il Tar ha già operato un bilanciamento tra dovere di trasparenza e interessi pubblici in potenziale conflitto con esso. Affermare, quindi, che nessuna informazione, nemmeno quantitativa, su export e transiti di armi, può essere data è davvero troppo. […] Ma il diritto è dalla nostra parte, dalla parte della democrazia e della trasparenza, in un ambito in cui i cittadini hanno diritto di sapere se il nostro Paese ha continuato a fornire o a far transitare armi verso Israele, rendendosi complice del crimine di genocidio, oggetto di indagine da parte della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale. Senza trasparenza, con un potere blindato e inaccessibile l’opinione pubblica verrebbe privata del diritto all’informazione, presupposto per l’esercizio concreto ed effettivo del diritto di partecipazione democratica”.

 

L'intervento di Regione Emilia-Romagna e Comune di Ravenna

Alla fine di agosto il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, hanno inviato una lettera al direttore dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Roberto Alesse, intervenendo sulla vicenda giudiziaria relativa all’istanza di accesso agli atti presentata all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Ravenna da parte della giornalista Linda Maggiori, riguardante la trasparenza dei traffici di materiale bellico e componenti di armamenti attraverso il porto della città. Nella lettera chiedono di garantire uniformità di comportamento dell’Agenzia su base nazionale, fornendo direttamente i dati quantitativi complessivi dei transiti di armamenti in ogni singolo scalo italiano, in coerenza con quanto già diffuso per il porto di Livorno.

Ma a differenza di quanto chiede al sindaco di Ravenna il “Coordinamento popolare contro le armi nel porto di Ravenna”, l’amministrazione comunale e la Regione non si costituiranno ad adiuvandum nell’udienza fissata l’8 ottobre 2026 per ottenere i dati sul traffico di armi dal porto di Ravenna.

Per ora si sono costituiti ad adiuvandum, a fianco della giornalista Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri, solo il sindacato nazionale USB, The Weapon Watch - Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei e il Cred (Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia).

USB è, finora, l’unica organizzazione di massa che sta sostenendo la lotta per la verità su quanto avviene nel porto di Ravenna. “Con quale titolo politico ed etico l’Agenzia delle Dogane ignora, l’art.11 della costituzione, la legge 185/1990, l'Arms Trade Treaty (ATT) e le risoluzioni dell’ONU che invitano a cessare i traffici di armi con Israele e con i paesi protagonisti coinvolti in conflitti e crimini di guerra?”. E nell’esprimere la propria solidarietà ha ricordato che USB Mari e Porti è attivamente impegnata in una giornata di lotta, il 30 ottobre 2026, contro il traffico internazionale di armi, nella quale oltre 40 porti del Mediterraneo si fermeranno. “Una mobilitazione questa dei porti che richiama il diritto all’obiezione di coscienza dei lavoratori. Da tempo l’USB rivendica anche con lo sciopero il diritto all’obiezione di coscienza per i lavoratori che, a seconda della specifica collocazione lavorativa, non vogliono progettare, produrre, trasportare e consentire la movimentazione di armi che alimentano guerre e nel caso di Israele strumenti per il genocidio del popolo palestinese”.

Inoltre il prossimo 3 ottobre a Genova la USB, insieme al Calp, promuove un grande evento di caratura nazionale con la presenza di Linda Maggiori e Francesca Albanese.

Il fatto che altre grandi associazioni, sindacati e movimenti, che pur fanno parte della Rete italiana Pace Disarmo e di altri settori del pacifismo che fanno riferimento a Peacelink, non si siano ancora mobilitate su questa vicenda, solo in parte può essere giustificato dal silenzio relativo dei media. Evidentemente non c’è ancora piena consapevolezza sul piano politico e nella società civile della posta in gioco.

Eppure si colgono già le prime avvisaglie sulle conseguenze politiche e amministrative che la posizione dell’Agenzia delle Dogane coadiuvata dall’Avvocatura dello Stato può avere, ad esempio, sull’iter di approvazione della delibera da parte del consiglio comunale genovese, per l’istituzione dell’Osservatorio Consiliare Permanente per la Trasparenza, la Sostenibilità Etica e la Sicurezza dei Lavoratori del Porto di Genova.

L’Osservatorio è la prima iniziativa in un Comune italiano per far luce sui crescenti passaggi di armamenti nei porti italiani, armi anche dirette verso teatri di guerra e che possono aver contribuito (e contribuire) al genocidio palestinese a Gaza.

Non finisce qui…

 

*Attivista e ricercatore di The Weapon War


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