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L'ombra nera di Netanyahu e le zone oscure dello Stato d'Israele

17 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 8 minuti fa

di Stefano Marengo


Secondo quanto riferito di recente dal quotidiano progressista di Tel Aviv Haaretz, a fine settembre 2023 il premier Benjamin Netanyahu era stato avvertito dal leader emiratino Mohammed bin Zayed (con cui è in ottimi rapporti) di un programmato attacco da parte di Hamas; il primo ministro israeliano, tuttavia, non avrebbe passato l’informazione né ai vertici militari, né ai servizi segreti, consentendo così che l’attacco avesse effettivamente luogo. L’assenza di smentite da parte di Abu Dhabi sembra corroborare le conclusioni dell’inchiesta.

La notizia, di per sé non fa che evidenziare ancora una volta il muro di omertà e ambiguità che le autorità israeliane hanno eretto intorno ai fatti del 7 ottobre. Da ormai quasi tre anni, infatti, il governo e la sua maggioranza parlamentare impediscono, nonostante la forte pressione delle famiglie degli ostaggi e dei partiti d'opposizione, l’istituzione di una Commissione d’indagine indipendente con l’incarico di accertare dinamiche e responsabilità della vicenda. L’unica cosa che si sa con sicurezza – perché ammessa dall’ex ministro della difesa Yoav Gallant – è che quel giorno fu attivata la Direttiva Annibale, ossia la procedura che impone all’esercito di aprire il fuoco contro gli stessi cittadini israeliani che rischiano di essere fatti prigionieri.

Da qui in poi, in assenza di un’inchiesta seria e oggettiva, si può solo speculare su quanti dei circa 1.100 morti del 7 ottobre siano stati uccisi dagli elicotteri da guerra e dai Merkava, i carrarmati israeliani e quanti, invece, siano caduti sotto l’artiglieria leggera di Hamas, la quale, del resto, aveva ogni interesse a catturare dei prigionieri vivi da utilizzare come leve negoziali nei confronti di Tel Aviv.

Omertà e ambiguità, specie in questa congiuntura elettorale, non fanno che alimentare le ipotesi più varie su ciò che effettivamente accadde. Se Netanyahu sapeva dell’attacco imminente, si deve concludere che ha sottovalutato le informazioni in suo possesso oppure ha deliberatamente fatto in modo che l’attacco avvenisse così da avere un pretesto per distruggere Gaza e avviare la guerra su più fronti ancora in corso?

Bisogna però prendere atto che questi interrogativi diventano quasi insignificanti rispetto alla gravità della situazione sul campo. Nonostante tutti i sospetti che sin dall’inizio si sono addensati sul governo e sul primo ministro e leader del Likud, il fatto davvero rilevante è che le scelte compiute da Netanyahu e dai suoi ministri in questi anni siano state approvate e sostenute dalla soverchiante maggioranza della società israeliana. È del resto più che significativo che, pur di fronte ad accuse di crimini di guerra e genocidio, e alle prime sanzioni internazionali, il consenso per Netanyahu e la sua coalizione sia ancora solido al punto da contendere la vittoria allo schieramento di opposizione guidato dall’ex generale Gadi Eisenkot.

Su quest’ultimo punto non bisogna comunque cadere vittime di un’illusione ottica. L’opposizione a Netanyahu, infatti, è interamente concentrata su temi di politica interna – dagli scandali di corruzione alla riforma della giustizia al servizio militare degli haredim (ebrei ultraortodossi). Per quanto riguarda la politica “estera”, ossia essenzialmente la questione palestinese, il consenso appare invece trasversale. A cambiare, all’occorrenza, è l’approccio tattico, con un’opposizione che ama presentarsi come “più ragionevole” e attenta alle relazioni internazionali, non certo l’obiettivo strategico, che rimane la colonizzazione di quel che resta della Palestina. Eisenkot, già membro osservatore del gabinetto di guerra di Netanyahu nel 2023-2024, è stato molto chiaro: qualora dovesse diventare primo ministro, non prenderà in alcuna considerazione il riconoscimento di uno Stato palestinese, e men che meno disporrà il ritiro israeliano dai territori occupati e lo smantellamento delle colonie illegali in Cisgiordania.

L’unica cosa che ci si può aspettare da lui su questo punto, sulla falsariga dei decenni che hanno preceduto il 7 ottobre, è un colonialismo più discreto, meno allarmante per l’opinione pubblica internazionale; in altri termini un colonialismo ugualmente oppressivo per i palestinesi, ma dissimulato dietro una spessa cortina di ipocrisia.  

Questo per dire che l’esito delle prossime elezioni non comporterà nessun cambiamento sostanziale. Lo stesso processo elettorale, nella migliore delle ipotesi, non sarà che una maschera utile ad occultare la continuità politica di fondo. È chiaro allora che, se si è arrivati a questo punto, il problema non è, come piace pensare ai liberal occidentali, il “cattivo” Netanyahu. E non è neanche la “cattiva” classe dirigente israeliana. Il problema di fondo è la società che li esprime, e la società israeliana, come tutti i progetti coloniali esistiti finora, non solo è incapace di autoriformarsi, ma più passa il tempo più si incancrenisce nella violenza e nella sopraffazione. Gli esempi storici non mancano, dall’Algeria francese al Sudafrica dell’apartheid.

Questi casi drammatici rimandano però anche a una speranza. In questo senso, Nelson Mandela era solito ricordare come gli anni che precedettero la caduta dell’apartheid fossero stati caratterizzati dal dilagare della violenza dei bianchi e da una brutalità ogni giorno più accentuata. Tutto finì quando il sistema di oppressione, giunto al suo culmine, con il paese ormai isolato a livello internazionale, collassò su se stesso. Se la storia fornisce qualche insegnamento, c’è da credere che tale, in futuro, sarà anche il destino del sistema coloniale sionista in Palestina.

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