La sicurezza non si sposta, però al cittadino va comunque garantita
- Alberto Scafella
- 2 giorni fa
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di Alberto Scafella

C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui, da anni, affrontiamo il tema della sicurezza urbana: quando un cittadino arriva al punto di dire «ho paura di uscire di casa», invece di ascoltarlo, spesso gli viene spiegato che il problema è più complesso. Che bisogna lavorare sull’inclusione. Che servono educatori, tavoli, percorsi sociali, presidi di comunità. E, implicitamente, che deve avere ancora un po’ di pazienza.
Il signor Mario Piero Motta, cinquantanove anni, residente in via Cigna, a Barriera di Milano, a Torino, ha fatto una cosa molto semplice: ha raccontato la propria vita. Un accampamento sotto le finestre, paura persino di uscire di casa in pieno giorno, notti passate con l’ansia per i figli che rientrano tardi. E alla fine una richiesta elementare: vorrei vedere lo Stato davanti al parco.
Non ha chiesto di militarizzare Torino. Ha chiesto di poter vivere normalmente nel luogo in cui paga le tasse e nel quale, presumibilmente, dovrebbe sentirsi a casa.
La risposta che gli viene proposta, invece, sembra essere un’altra: il presidio militare non risolve, sposterebbe il problema qualche centinaio di metri più in là. Occorre socializzare, includere, costruire relazioni, coinvolgere educatori, operatori sociali, scuole, parrocchie, ASL e amministrazioni, propone Nicola Rossiello nella sua rubrica "Pianeta sicurezza".[1] Tutto molto bello, non lo nego. Talmente bello che viene da domandarsi, dopo decenni di questa stessa "terapia sociale", perché Barriera di Milano sia ancora in quelle condizioni. Perché il problema è proprio questo: abbiamo trasformato un principio corretto — prevenire il disagio sociale — in una sorta di religione civile nella quale la sicurezza viene quasi sempre dopo. Prima bisogna capire. Poi comprendere. Poi includere. Poi recuperare. Poi accompagnare. E nel frattempo?
La risposta è sotto i nostri occhi. Nel frattempo il cittadino chiude la porta di casa. Il cittadino cambia strada. Il commerciante abbassa la serranda. Le famiglie evitano determinati luoghi. I genitori aspettano svegli che i figli rientrino. E chi spaccia continua a spacciare. Non c’è nulla di progressista nel chiedere a una persona onesta di abituarsi al degrado. E non c’è nulla di particolarmente umano nel pretendere che una vittima debba diventare interlocutrice del proprio carnefice. L’inclusione è uno strumento sociale. Non può diventare un alibi per non applicare la legge.
Un conto è il ragazzo che vive una situazione di marginalità e che può essere recuperato attraverso la scuola, lo sport, il lavoro, l’assistenza sociale. Un altro è il soggetto che ha scelto sistematicamente lo spaccio, lo sfruttamento, la violenza e il controllo del territorio come attività criminale. Confondere le due cose significa non aiutare né gli uni, né gli altri. Il primo ha bisogno dello Stato sociale. Il secondo ha bisogno dello Stato di diritto. E lo Stato di diritto, prima di tutto, si fa vedere. La presenza delle Forze dell’ordine non è una bacchetta magica, naturalmente. Un presidio fisso da solo non cancella la criminalità. Ma sostenere che, siccome il presidio potrebbe spostare il problema, allora sia inutile intervenire è un ragionamento che rischia di diventare paradossale. Con la stessa logica, siccome un criminale potrebbe spostarsi da una strada all’altra, non dovremmo controllare nessuna strada.
La sicurezza non è un gioco a somma zero nel quale bisogna scegliere quale quartiere sacrificare. È compito dello Stato ridurre la pressione criminale sul territorio, intervenendo con continuità, intelligence, controllo, indagini, arresti quando dovuti, identificazioni, prevenzione e presenza visibile. E sì: anche con i militari, quando le condizioni lo richiedono e quando il loro impiego è appropriato. Perché un militare davanti a un parco non è necessariamente la soluzione. Ma certamente non è il problema. Il problema è pensare che l’unica alternativa alla presenza dello Stato sia l’inclusione del criminale. C’è poi un’altra affermazione che merita di essere rovesciata: quella secondo cui spostare il fenomeno significa semplicemente scaricarlo sul quartiere successivo.
È vero che la criminalità si adatta. Proprio per questo lo Stato deve adattarsi più rapidamente. Non basta liberare una piazza una volta. Non basta l’operazione ad alto impatto con telecamere e conferenza stampa. Serve continuità. Serve sapere chi controlla il territorio, dove si muovono le organizzazioni criminali, quali sono i luoghi di approvvigionamento, quali immobili vengono utilizzati, quali reti economiche alimentano lo spaccio. E serve soprattutto smettere di considerare normale ciò che normale non è. Un parco occupato da spacciatori non è una diversa modalità di socializzazione urbana. Un accampamento sotto le finestre di una famiglia non è semplicemente una manifestazione di disagio. Un cittadino che ha paura di uscire di casa non è un cittadino che deve essere educato alla convivenza. È un cittadino che sta chiedendo protezione. Allora prima responsabilità dello Stato è proteggerlo.
Educatori e assistenti sociali sono indispensabili. Scuola, sanità, associazioni, parrocchie e amministrazioni devono fare la loro parte. Ma nessuno di questi soggetti può sostituire la Polizia, i Carabinieri o la Magistratura quando c’è un reato. Non si chiede a un medico di arrestare uno spacciatore. Non si chiede a un educatore di sgomberare un accampamento. Non si chiede a una parrocchia di controllare un parco. E soprattutto non si chiede a Mario Piero Motta di diventare educatore di strada nel proprio condominio. Gli si deve permettere di tornare a casa senza paura. Questo dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi discussione seria sulla sicurezza.
Dopo anni di esperimenti, tavoli, progetti, patti, slogan e formule rassicuranti, forse sarebbe il momento di avere il coraggio di pronunciare una parola che qualcuno considera ormai quasi sconveniente: repressione.
Reprimere il reato non significa reprimere una persona. Significa affermare che esiste una linea oltre la quale lo Stato non negozia. Chi vuole uscire dalla criminalità deve trovare una porta aperta. Chi continua a delinquere deve trovare lo Stato davanti. Possibilmente non soltanto davanti al parco di Barriera di Milano, ma in ogni luogo nel quale un cittadino onesto sia stato costretto a cedere spazio alla criminalità. Perché la vera sconfitta non è vedere un blindato davanti a un parco. La vera sconfitta è quando quel blindato non serve più perché, nel frattempo, lo Stato ha smesso di essere percepito come necessario.
Al signor Motta, dunque, non direi di avere pazienza. Gli direi esattamente il contrario: ha ragione a chiedere allo Stato di esserci. E se la risposta è che bisogna prima socializzare con chi ha trasformato il suo quartiere in un luogo invivibile, allora forse il problema non è la richiesta del cittadino. È la risposta che gli stiamo dando.
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