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PIANETA SICUREZZA. Non è l'esercito a salvare i quartieri in emergenza

13 ago
Tempo di lettura: 4 min

di Nicola Rossiello


Ieri, mercoledì 12 agosto, il quotidiano la Repubblica ha pubblicato sulle pagine locali la lettera del signor Mario Piero Motta, cinquantanove anni, residente in via Cigna a Torino, nel quartiere Barriera di Milano; non un quartiere qualsiasi e noto da decenni alle cronache sulla migrazione. Dalle parole è emerso un pensiero unico e sofferto: non riesce a vivere più il proprio quartiere. Nello specifico: ha paura ad uscire di casa in pieno giorno, c'è un accampamento sotto le sue finestre, vive notti insonni per i figli che tornano tardi la sera. In ultima analisi, chiede un presidio fisso dell'esercito davanti al parco.

Ora, chi vive quella condizione estrema ha tutto il diritto di chiedere allo Stato la risposta più diretta che conosce. Da parte mia, però, mi sento in dovere di argomentare la questione, perché il mio mestiere si è sviluppato nell'ambito della sicurezza urbana, e credo sia utile spiegare, con la stessa onestà con cui il signor Motta ha descritto la sua paura, perché la risposta che invoca non funziona. E perché continuare a inseguirla ci costa tempo che altri quartieri, dopo Barriera di Milano, non avranno.

Uno spostamento, non è una soluzione. Cominciamo dai fatti, non dalle intenzioni. Un presidio militare fisso agisce su un punto della città. Chi vive di spaccio e di sfruttamento non ha un punto: ha una rete, e le reti si adattano. Bastano poche centinaia di metri, un'altra via, un altro parco, un cortile meno sorvegliato, perché l'attività riprenda esattamente come prima, semplicemente altrove. Le operazioni ad "alto impatto" lo dimostrano da anni in tutta Italia: svuotano una piazza e ne riempiono un'altra, spesso in un quartiere con ancora meno voce di Barriera di Milano, meno capacità di occupare colonne di un giornale, meno strumenti per farsi ascoltare da chi decide.

Non è un'opinione, è matematica. Se lo strumento è la presenza fisica di una divisa e il problema è strutturale, economico, sociale, generazionale, i numeri non tornano mai. Non si può immaginare una caserma per ogni parco d'Italia. E il giorno in cui quel presidio venisse rimosso, perché prima o poi accade, il problema ritornerebbe intatto; nel frattempo, non è cambiato nulla di ciò che lo generava. Non possiamo trasformare il territorio italiano in una sequenza infinita di caserme, spostando ogni volta il disagio un isolato più in là e chiamandolo vittoria.

Che cosa succede a chi arriva nel quartiere "dopo"? C'è un punto che raramente viene detto ad alta voce, e che invece va detto con chiarezza: chi paga il conto dello spostamento non è chi lo decide. È l'abitante del quartiere che riceve, senza preavviso e senza intervista, il fenomeno appena allontanato da un altro. Un quartiere probabilmente già più fragile, con un tessuto sociale già più esile, dove la stessa richiesta di aiuto avrà ancora meno eco. Una politica di sicurezza che sposta il problema anziché ridurlo non distribuisce giustizia, distribuisce svantaggio, e lo fa sempre nella stessa direzione: verso chi ha meno strumenti per opporsi.

La strada più lenta, è per questo la più solida. La sicurezza urbana che tiene nel tempo non è il contrario delle forze di polizia, ne è il moltiplicatore, quando viene costruita insieme ad altri tre elementi.

Il primo, è la presenza quotidiana a bassa soglia. Educatori di strada e operatori sociali presenti negli orari critici, la sera, i weekend, non sostituiscono chi ha il compito di far rispettare la legge, creano però relazione dove oggi c'è solo assenza, e intercettano il disagio prima che diventi reato conclamato. È la differenza tra un quartiere presidiato dall'esterno e un quartiere abitato dall'interno.

Il secondo, è la governance condivisa tra amministrazione locale, forze di polizia, Prefettura, ASL, scuole, parrocchie e realtà di quartiere, soggetti seduti allo stesso tavolo con responsabilità definite. Un "Patto per la Sicurezza Urbana" con la Prefettura non è un timbro burocratico, è il meccanismo che fa lavorare nella stessa direzione strumenti che, lasciati ognuno per conto proprio, telecamere, azione repressiva mirata, presidio sociale, presa in carico sanitaria, producono al massimo effetti temporanei e isolati.

Il terzo, è l'investimento sulle nuove generazioni. In molti contesti chi somministra la sostanza in strada ha vent'anni, a volte meno. Ogni euro speso in spazi, sport, doposcuola, percorsi di protagonismo giovanile è manovalanza tolta allo spaccio, oggi e negli anni a venire. Non è una posizione ideologica: è un calcolo operativo, verificabile nei numeri di chi lo ha già fatto.

Non voglio offrire al signor Motta una rassicurazione a buon mercato. Gli devo, semmai, l'onestà di dirgli che la scorciatoia che chiede, per quanto comprensibile, sposterebbe la sua paura sulle spalle di qualcun altro, in un altro quartiere, tra qualche mese. La sicurezza non si esporta da una via all'altra, si costruisce dentro ogni singolo quartiere, un pezzo alla volta, con strumenti diversi che lavorano insieme e non si sostituiscono a vicenda. È un lavoro più lento. Non produce l'immagine di un blindato sotto casa. Ma è l'unica strada che non lascia semplicemente il conto da pagare a chi, quel conto, oggi non lo sta ancora vedendo arrivare.

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