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Caldo torrido e carcere, l'indifferenza che fa sprofondare nella disumanità

di Guido Tallone


Emergenza caldo e sistema carcerario: un binomio scomodo da affrontare che, spesso e volentieri, si vuole volutamente ignorare. Anche perché da una parte sono tanti coloro che pensano che caldo, freddo o condizioni sotto la soglia della dignità umana facciano parte della pena detentiva. Dall’altra parte, perché pensare di essere costretti a sopportare il caldo in una cella sovraffollata per 24 ore al giorno è esercizio che la nostra mente non regge.

Se però si prova – anche solo per curiosità – ad uscire da questa forzata rimozione, si scopre che alcuni dati sono impressionanti.

Partiamo dalla questione geografica. Nel terzo giorno di questo torrido agosto 2026 sono 75 (su 77 monitorate!) le città segnate dal bollino rosso per l’emergenza caldo. Il che vuole dire che tutta la nostra penisola è strangolata da temperature record dalle quali diventa difficile difendersi. E quando le temperature minime sono vicinissime a quelle che si avvicinano ai 40 gradi, difendersi dal caldo non è più un’opportunità o una priorità. Diventa una vera e propria necessità per impedire che questa emergenza aggredisca la nostra salute. Piscina, parchi, montagna, ventilatori portatili o appesi al soffitto che girano giorno e notte, aria condizionata, fughe nei supermercati o docce continue..., sono alcuni dei rimedi cercati e attuati quando la notte è calda come il giorno ed il tempo diurno è rovente.


Le mie prigioni di Silvio Pellico

Ma chi non può attuare queste difese perché detenuto e alle prese con il cemento ardente dentro e fuori la cella, come può difendersi dal caldo?

Non è una novità che ai detenuti venga aggiunta, alla privazione della libertà, anche la pena afflittiva del caldo e del freddo – mi ha detto il caro amico Alberto P. con il quale mi sono confrontato. Quando Silvio Pellico racconta del caldo subito nel carcere dei Piombi di Venezia prima di essere trasferito allo Spielberg, sembra che parli della condizione carceraria di oggi.”.


Venezia, lapide in ricordo del soggiorno di Sivio Pellico in Calle de l'Ascension in Wikipedia
Venezia, lapide in ricordo del soggiorno di Sivio Pellico in Calle de l'Ascension in Wikipedia

Il racconto di Silvio Pellico fa rabbrividire: “È cosa indicibile, come s'infocò l'aria del covile ch'io abitava. Situato a pretto mezzogiorno, sotto un tetto di piombo, e colla finestra sul tetto di S. Marco, pure di piombo, il cui riverbero era tremendo, io soffocava. Io non avea mai avuto idea d'un calore sì opprimente. A tanto supplizio s'aggiungeano le zanzare in tal moltitudine, che per quanto io m'agitassi e ne struggessi io n'era coperto; il letto, il tavolino, la sedia, il suolo, le pareti, la volta, tutto n'era coperto, e l'ambiente ne conteneva infinite, sempre andanti e venienti per la finestra e facienti un ronzio infernale. [...] Allorché, veduto simile flagello, ne conobbi la gravezza, e non potei conseguire che mi mutassero di carcere, qualche tentazione di suicidio mi prese, e talvolta temei d'impazzare.” (S. Pellico, Le mie prigioni, Cap. XXXVI).

Era così ieri (Silvio Pellico era stato arrestato nel 1820, condannato a 20 anni di carcere duro e scontò dieci anni di reclusione) ed è così ancora oggi. L’insopportabilità delle condizioni climatiche a cui è sottoposto il detenuto (caldo torrido in estate e freddo in inverno) è – tragicamente – un “di più di pena” (e non è l’unico!) che esaspera il piano psicologico di chi è dentro la cella e che, troppe volte, amplia la tentazione del suicidio.

Già è pesante e contro natura la privazione della libertà. Se a questa si aggiunge caldo torrido in estate e freddo polare in inverno, sovraffollamento, ozio, strutture fatiscenti dove diventa difficile (a volte impossibile) lavarsi e difendere la propria igiene personale…, allora si capisce perché ancora oggi tra detenuti e agenti carcerari vi sia una maggior percentuale di suicidi rispetto a chi vive “fuori” dal carcere”.

Ecco perché ritengo doveroso – per chi scrive queste riflessioni e per chi le potrà leggere – dedicare pochi minuti del nostro tempo in questa bollente estate, a chi – in carcere – sta peggio di noi. Nella speranza che la strage di diritti che si consuma nelle nostre patrie galere prima o poi finisca. E ci renda tutti meno indifferenti e un po’ migliori.


I dati sono e restano allarmanti

Il cosiddetto sovraffollamento non diminuisce. Siamo quasi al 140% secondo tutti i report. Il che significa che 64.436 detenuti (dati al 30 aprile 2026) devono abitare in strutture predisposte per 46.318 posti. Il dato, però, è una media: 73 istituti hanno un tasso di sovraffollamento superiore al 150% e in 8 carceri si supera il 200%.

La cosiddetta “ora d’aria” per molti detenuti è inaccettabile e quando possibile la rifiutano: anche perché è autorizzata tra le 9 e le 11 o, peggio ancora, tra 13 e le 15 (che sono le ore più opprimenti della giornata!) ed è da “consumare” in rettangoli fatti di cemento, esposti al sole e senza una pianta o un filo d’erba che possa dare sollievo. 



Quasi tutte le strutture sono obsolete: vecchi edifici in cemento armato che accumulano calore di giorno per rilasciarlo di notte. Veri e propri forni in cui manca qualsiasi strumento di refrigerazione (aria condizionata, ventilatori, piccoli frigoriferi…). In molte carceri spesso si vivono anche interruzioni o razionamenti d’acqua. Va da sé che in contesti simili nascano conflittualità e aggressività che sfociano in conflitti e violenze di ogni tipo. Non solo: tali disastrose condizioni di vita dilatano di molto le possibilità, per i detenuti, di ammalarsi oltre a facilitare, per chi è già malato, un aggravarsi della propria malattia (rischi di infarto, colpi di calore, disidratazione…). Il che non è (ancora) contemplato dalla pena.

Le cronache di questi giorni ci raccontano di cittadini che, all’interno di organizzazioni di volontariato, si attivano per portare dei ventilatori all’interno delle torride e bollenti celle delle nostre prigioni. Azioni lodevoli e che tengono viva la fiamma della speranza e della giustizia.

Considerato però che la realtà carceraria coinvolge oltre 250.000 persone (il numero prende in considerazione i detenuti, i soggetti in esecuzione esterna e in attesa di esecuzione della pena e gli agenti di polizia penitenziaria) servono risposte strutturali, sistemiche, reiterabili per ognuno dei 189 Istituti detentivi e non possono bastare buone pratiche condotte da volontari emotivamente scossi da prigioni non degne di un Paese civile.

Così come è indispensabile che il sistema carcerario venga pensato come “extrema ratio” e cessi di essere un elemento di propaganda elettorale da offrire come merce di scambio a chi chiede con forza pene esemplari per gli altri e assoluzioni o “grazie Presidenziali” per sé stessi o per i propri elettori.

Verrebbe da dire riportiamo il carcere “al di qua” del muro della vita civile in modo che ogni cittadino possa prendere coscienza di come, quanto e quando si attuano i diritti nei confronti di chi ha commesso reati. Significa creare le possibilità perché ogni città possa “toccare con mano” se le condizioni di vita dei detenuti sono dignitose; se vivono in spazi abitabili; se sono all’interno di temperature accettabili in ogni stagione; se hanno possibilità concrete di curare la propria salute; se è  loro concessa la possibilità di studiare, di andare a scuola, di formarsi e di lavorare, se hanno le sufficienti relazioni umane e affettive necessarie perché si attivi quel cambiamento per il quale la pena è stata amministrata.


Le solite speculazioni elettorali

Allo stesso tempo – però – teniamo il carcere “oltre il muro” della politica elettorale; oltre la ricerca di consenso costruito cavalcando la paura e offrendo quel meschino giustizialismo che prima o poi fa male a tutti.

Non andrebbe mai dimenticato: il carcere è lo specchio del nostro livello di civiltà. Spingerlo e chiuderlo “oltre il muro” vuole dire ammalare la nostra Repubblica e la nostra democrazia.

Dobbiamo costruire nuove carceri? Certamente. E non solo a parole, a proclami o con annunci elettorali mai attuati. Ma queste attese non sono però alternative al dato urgente (e non più rinviabile!) del riqualificare l’esistente con spazi abitabili per il dignitoso convivere dei detenuti, per le attività formative, lavorative e per le dimensioni relazionali di ogni detenuto.

È anche necessario ridurre il numero di coloro che sono destinati al carcere ampliando e potenziando le possibilità di misure alternative alla detenzione. Così come potrebbe aiutare per alleggerire la pressione interna delle carceri (in attesa di riforme strutturali) la possibilità di liberazione anticipata a chi è alla fine della pena.

Ciò che conta è non rimuovere il carcere dalle nostre comunità. Senza ami dimenticare che dietro ogni bollino rosso associato ad una città piegata dall’emergenza caldo c’è quasi sempre anche un carcere che non può e non deve essere dimenticato e ignorato.

Per non concludere: per combattere afa, caldo e noia estiva la lettura de Le mie prigioni di Silvio Pellico (123 paginette divise in 99 capitoletti) è un buon “allenamento” (culturale, sociale, storico e politico) per abbattere quei “muri” che ci rendono indifferenti e lontani dalla giustizia.

 

                                                                                      

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