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La Pace è una scelta coraggiosa che deve vincere oggi più che mai

Il messaggio dalla manifestazione di ieri sera, 6 agosto, a Torino


"Dobbiamo difenderci! Dobbiamo armarci per difendere la nostra democrazia, la nostra cultura, la nostra civiltà, la nostra pace. Negli ultimi mesi lo sentiamo ripetere continuamente, precipitando di nuovo nel clima forgiato dall’antico adagio «se vuoi la pace, prepara la guerra" E se invece iniziassimo a pensare la pace a partire dalla pace e non dalla guerra? Non è forse la guerra l’interruzione della pace?

Con questo passaggio introduttivo del libro di Tommaso Greco "Critica della ragione bellica", letto da Irene Ardito, una delle partecipanti alla manifestazione di ieri sera a Torino, in piazza Carignano, contro la proliferazione nucleare e il disarmo in occasione dell'81° anniversario della bomba atomica su Hiroshima, si è entrati nel vivo del dramma più dilaniante in cui è precipitato il mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale. E a cui, a parte alcune voci, tra cui quella ferma di Papa Leone XIV, successore di Francesco, i potenti della Terra oppongono un cinismo allargato e complice che si riflette sui destini delle popolazioni civili, prime vittime dell'insana e oscena follia guerrafondaia che non ha ritegno nel devastare e ammorbare i territori.

Ma a pagare non sono soltanto i popoli coinvolti nei conflitti. Lo sono anche i cittadini dei paesi "ricchi" e opulenti che subiscono il cambiamento climatico che sarebbe ipocrita non collegare, almeno in parte, con l'incremento della produzione di armi. Un incremento economicamente funzionale a pochi che passa come "doveroso" e "normale" per mettere le mani nelle tasche di tanti, frutto avvelenato di una oscena, ma ripetuta con successo nei tempi, manipolazione del pensiero collettivo che privilegia la "tensione" tra gli Stati per bandire la parola distensione. Che l'umanità corra poi verso la catastrofe è un fatto meramente secondario.

Infatti, come ricorda nel suo libro Tommaso Greco, professore ordinario di Filosofia del diritto nel Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Pisa, dove è anche direttore del Centro Interdipartimentale di Bioetica, soltanto "pochi anni fa, nessuno avrebbe potuto immaginare che ci saremmo ritrovati all’improvviso in un clima di guerra. Politici, intellettuali e giornalisti fanno a gara per trovare argomenti a favore del riarmo e per convincerci che dobbiamo riscoprire il nostro ‘spirito bellico’. In un mondo in cui il motto più ripetuto è «si vis pacem, para bellum» è diventato allora particolarmente urgente domandarsi se si possa pensare la pace a partire dalla pace e non dalla guerra. È possibile solo se mettiamo la pace al principio e non alla fine, così da impedire di giustificare in suo nome atti e comportamenti che la rendono sempre più precaria, se non addirittura irraggiungibile."


Dunque, occorre ragionare sui mali del mondo, e sulla guerra in particolare, cambiando il nostro punto di vista e muovendo da un presupposto diverso rispetto a quello che ci vuole nemici gli uni degli altri. Perché è la guerra a essere l’interruzione della pace, e non viceversa. E perché non è affatto vero che la guerra appartenga alla ‘natura’ degli esseri umani. Occorre quindi contrastare la ‘narrazione’ che relega la pace nell’‘utopia’ o nell’‘ideale’.

Ultimo commento: "Non c’è nulla di naturale nella guerra, e nemmeno nella pace. Ci sono solo le scelte che vengono compiute dai governanti e da chi li sostiene".

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