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Afghanistan cinque anni dopo: volontà di annientare le donne


Immagine e testi di Daniela Nardelli


"Nell’Afghanistan delle donne cancellate dalla sharia, i talebani celebrano cinque anni di ritorno al potere.

Così i talebani festeggiano la presa di Kabul mentre gli afghani sprofondano nella crisi umanitaria. Centinaia di decreti per soffocare i diritti delle donne e ogni forma di dissenso, tra minacce interne ed esterne".

Non poteva rappresentare meglio il dramma che si consuma di giorno in giorno in Afghanistan il quotidiano Il Foglio con un articolo di Priscilla Ruggiero, a cinque anni dalla ritirata delle forze. Una decisione presa unilateralmente dal presidente americano dell'epoca Joe Biden, che si è tradotta in una pagina oscura per l'intero Occidente, certamente colpevole di avere illuso chi credeva nella possibilità di un reale cambiamento del Paese.

Dell'articolo de Il Foglio riprendiamo il passaggio iniziale che documenta con grande vigore e partecipazione il dramma che vivono gli afghani, schiacciati dal peso di un regime teocratico:

"Lo scorso giugno nella città occidentale di Herat, in Afghanistan, un gruppo di manifestanti è sceso per le strade del quartiere Jebrail per protestare contro la negazione dei diritti delle donne afghane. Tra i manifestanti erano presenti anche uomini, gli slogan riprendevano quelli delle proteste delle donne iraniane, azadi, libertà, e “Donne, lavoro e libertà”. Tutto era iniziato con l’arresto di almeno una trentina di donne per non aver rispettato il codice di abbigliamento imposto dal ministero per la Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio dei talebani.

Le autorità hanno risposto con la repressione, prima con bastoni, poi aprendo il fuoco sulla folla: secondo le Nazioni Unite due persone, tra cui un bambino, sono state uccise e almeno trenta sono rimaste ferite. Negli stessi giorni, una ragazza afghana di 15 anni è stata uccisa insieme alla madre da un funzionario talebano mentre tentava di rapirla per costringerla a sposarsi".[1]

La Porta di Vetro esprime la sua vicinanza e solidarietà al popolo e alle donne dell'Afghanistan con l'opera, seguita dal testo, dell'artista Daniela Nardelli, che ringraziamo per la sua disponibilità e collaborazione volontaria e gratuita.


L’opera “Il dolore” rappresenta attraverso i volti sofferenti delle donne la paura, la rabbia e l’oppressione. Può essere collegata alla condizione delle donne di Kabul, che dopo il ritorno dei Talebani al potere hanno visto limitati diritti fondamentali come l’istruzione, il lavoro e la libertà di movimento.

Le bocche spalancate sembrano rappresentare un grido di protesta e di libertà, mentre i corpi sovrapposti ricordano che questa sofferenza è condivisa da moltissime donne. L’opera diventa così un simbolo della fine di molte conquiste dell’emancipazione femminile afgana e un invito a non rimanere indifferenti davanti alla negazione dei diritti e della libertà.

Per questo “Il dolore” non deve essere letto soltanto come un’immagine di sofferenza, ma anche come un monito. I suoi volti sembrano chiederci di non rimanere indifferenti davanti a una libertà negata. La vera emancipazione non consiste soltanto nel conquistare dei diritti, ma nel riuscire a conservarli e nel garantire che nessuno possa tornare a cancellarli.


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