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BUON FERRAGOSTO 2026

Aggiornamento: 4 minuti fa


Auguri. L'intelligenza artificiale ci ricorda che il Ferragosto affonda le sue radici nell’antica Roma: era il giorno delle Feriae Augusti, introdotte dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. per celebrare la fine dei lavori agricoli e concedere un periodo di riposo dopo la fatica della mietitura. Un momento di pausa collettiva, di ringraziamento e di tregua.

Nel tempo, la tradizione cristiana ha sovrapposto alla festa romana la celebrazione dell’Assunzione, mantenendo la stessa data del 15 agosto. Così Ferragosto è diventato un appuntamento che unisce storia, cultura e consuetudine: un giorno sospeso, dedicato alla luce, alla convivialità, alla pausa.

La sintesi dell'IA accende alcuni flash, rapida digressione culturale, sulla mostra interattiva dedicata alla natura, fertilità e rigenerazione dall'età antica ai giorni del Novecento ospitata nel corpo centrale del Museo di Archeologia di Sibari (Cosenza), museo momentaneamente chiuso per lavori di ristrutturazione. Dai reperti archeologici della Magna Grecia alle foto e immagini di cineteca di un'epoca altrettanto scomparsa del nostro Mezzogiorno si entra nella magia del passato che ogni Ferragosto sembra evocarci, soprattutto quello dell'adolescenza, quel periodo della vita in cui tutto dà l'impressione che si potrà realizzare.

C'è da domandarsi se lo sia valido ancora oggi per i nostri adolescenti, sui quali incombono la crudeltà delle guerre in corso, catastrofi naturali e sconvolgimenti migratori su scala mondiale. Questi ultimi una messe di argomenti senza pari per la propaganda politica che si esalta nel sistemare gli eventi con i numeri sui respingimenti o sulla riduzione degli sbarchi, ma che mai si inoltra con serietà nella foresta oscura e inquietante delle ragioni e delle responsabilità - che esistono e ci riguardano - di quanto accade, e offrire soluzioni tracciabili e realizzabili, soprattutto in relazione alle guerre e ai cambiamenti climatici.

È il solito giochino sullo scambio causa-effetto con cui si ripropongono frusti modelli partoriti da menti pericolose che nella modestia dei tempi, moderni piazzisti del XXI secolo, si sporgono dal balcone per vendere come soluzione radicale dei problemi il richiamo agli istinti primitivi, primordiali di violenza applicata alla società per svuotarne l'anima.

La solita fuga dalla realtà che tanto affascina nei momenti di crisi le masse e le aggioga al carro dell'uomo forte, quello che non deve chiedere mai. Fino a quando non arriva la catastrofe e allora si è costretti a svegliarsi dalla sbornia delirante dell'afasia politica. In Italia e nel mondo.

Ancora due parole, ma non meno importanti: la prima è dedicata agli infortuni mortali sul lavoro. Le tragedie si rincorrono con una frequenza disumana che rischia di disgregare anche la storia virtuosa del nostro Paese per la tutela e la sicurezza del lavoro. Si registra una distanza sempre più siderale tra l'impegno legislativo, che ha avuto la sua pietra miliare nella legge 300, lo Statuto dei lavoratori, e l'involuzione progredita nelle condizioni di lavoro (precarie) scandita da fenomeni luttuosi descritti, peraltro, con un lessico - ed è una autentica vergogna - che finisce per attribuisce la morte all'imponderabile, al caso, a circostanze negative in cui la colpa e le responsabilità non sono contemplate. La morte finisce così per essere schiacciata sull'accettazione del principio (aberrante) che se si va al lavoro occorre mettere in conto che sia normale non ritornare più a casa.

L'altra parola è dedicata ai carcerati, cui è stata sottratta la libertà per pagare un debito con la società. Devono espiare per i loro delitti, piccoli o grandi che siano. Ed è giusto. Ma non lo devono fare due, tre, più volte per le estreme e ingiuste condizioni di vita igienico-sanitarie e sovraffollamento delle celle che si registrano nei penitenziari. Non è civile. E la nostra civiltà ci impone di prendere le distanze anche fisiche e dialogiche da chi perpetua discorsi demagogici, sfrontati, volgari che incitano a infierire con chi sta in carcere. Neppure per battuta. È ora di scavare un solco netto, una linea di demarcazione al netto delle ipocrisie che si usano per il bon ton, tra chi ha accolto per cultura, educazione e convinzione la lezione di Cesare Beccaria e i barbari che si ispirano alla logica vendetta. La vendetta non trasforma. Produce soltanto nuovo odio.

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