"Il direttore" e "Un prete", il cinema d'impegno civile nelle trame del regista Maurizio Orlandi
Le pellicole all'interno della rassegna Ottobre Alessandrino
di Alberto Ballerino

Nell’Ottobre Alessandrino trova il giusto spazio anche quel cinema dal forte impegno sociale e civile che ha una sua solida tradizione in Italia. In questa settimana ci si potrà confrontare con il regista Maurizio Orlandi che proporrà due suoi lavori specificatamente legati alla società piemontese nella sede dell’Associazione Cultura e Sviluppo in piazza Fabrizio De André. Uno si intitola ‘Il direttore’ e riguarda la grande fabbrica chimica di Farmitalia a Settimo Torinese negli anni Settanta. Viene presentato martedì 27 ottobre alle 18,30 e messo a confronto con ‘Il pensionato’ di Ermanno Olmi. L’iniziativa è organizzata in collaborazione con Edison Regea e Archivio Nazionale Cinema Impresa. Con l’autore partecipano al dibattito il critico Roberto Lasagna e il professore Giorgio Barberis (Università del Piemonte Orientale). L’altro lavoro è ‘Un prete’ ed è dedicato a don Giampiero Armano, un personaggio che per il suo impegno civile ha lasciato una profonda traccia in questa area del Piemonte. Verrà presentato in anteprima venerdì 30 ottobre alle 21, e si confronteranno con il regista il professore Barberis e Daniele Borioli, presidente dell’Associazione Memoria della Benedicta che ha collaborato all’organizzazione dell’evento.
Una vicenda autobiografica
‘Il direttore’ è un film personale, molto intimo e autobiografico ma con dei raccordi e dei legami con la grande storia. “Una piccola vicenda – dice Orlando - che si collega agli anni Settanta, periodo di grande conflittualità politica, sociale e sindacale. Il direttore è il capo del personale di una grande fabbrica di Settimo Torinese, la Farmitalia del Gruppo Montedison che era un colosso del Novecento dell’industria chimica e mineraria del nostro paese. Ho voluto raccontare la storia di questa fabbrica per conto del Comune di Settimo Torinese con il finanziamento di Film Commission, partendo dall’esperienza della mia famiglia. Il direttore è mio padre, ci siamo amati molto ma il nostro rapporto è stato controverso come spesso capita tra figlio e genitore: io militavo da studente nel movimento giovanile di quegli anni e lui era dall’altra parte”.
Il ruolo del direttore nella fabbrica è molto diverso da altri avuti in passato. “Nella storia di mio padre c’era una pagina sorprendente che neppure io conoscevo, lo scoprii dopo la sua morte perché non mi aveva raccontato nulla per timore che lo volessi emulare: la partecipazione da giovane come partigiano combattente nelle fila del Partito d’Azione a Firenze, città medaglia d’oro della Resistenza, nel 1944. Una pagina molto importante per i contatti e il ruolo che lui rivestì nella storia resistenziale di quella città. Questo ruolo di antifascista lo seguì per tutta la vita”.
Si scontrò poi, come emerge nel film, con le scelte che fece successivamente quando venne assunto dalla Società Montecatini, poi Montedison, per ricoprire il ruolo di capo del personale. “In quegli anni era un lavoro complesso e importante ma anche molto rischioso perché doveva occuparsi di assumere e anche di licenziare e mettere le persone in cassa integrazione. La sua figura rappresentava una novità nel contesto storico di quegli anni e lo poneva in contrasto con il mondo sindacale”.

La storia di don Giampiero Armano
“È una figura importante di Alessandria e dell’area ligure piemontese, da lui tanto amata, dove nella Pasqua del 1944 avvenne la grande tragedia della strage della Benedicta commessa dai nazi fascisti contro i partigiani. Don Armano lo conobbi vent’anni fa, precisamente nel 2006 quando mi invitò ad Alessandria per presentare un mio film sullo sterminio degli zingari, uno dei tanti miei argomenti che a lui stavano a cuore”. Da quel momento inizia un rapporto professionale e anche affettivo, basato su una reciproca stima intellettuale. “Lui è sempre stato autore di documentari che giravo nell’Alessandrino e ruotavano intorno alla Benedicta. Su questa grande tragedia abbiamo realizzato una trilogia. Il primo film nel 2006 è sul rastrellamento. Il secondo intitolato ‘Il bivio’ è la continuazione del precedente, durante le riprese andammo a Mauthausen dove vennero deportati i partigiani. L’ultimo è ‘I ribelli del Roverno’, concluso quasi alla vigilia della sua scomparsa e che lui voleva portare a termine in tutti i modi, facendomi molta pressione per accelerare i tempi: un film come lui, che racconta la verità anche se non sempre bella, anche rispetto ad alcune pagine della Resistenza. Ci furono critiche perché avevamo raccontato una vicenda brutta della Lotta di Liberazione. Si trattava della storia dimenticata di un partigiano, il Punni di Voltaggio. Con lui feci anche altro, era un fine intellettuale”.
‘Un prete’ è diviso in capitoli legati alle sue esperienze. “Non è un’agiografia, ho cercato di evitare ogni momento di noiosa retorica. Invece ho scelto anche personaggi che ad Alessandria non tutti conoscono, i suoi amici che stavano un po’ sotto traccia. Le musiche sono originali di una pianista torinese che lavora al Conservatorio di Alessandria. Il montaggio è stato fatto da Enrico Giovannone, personaggio molto conosciuto che è rimasto colpito dalla storia di questo personaggio”.











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