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La Moschea a Torino è un salto culturale per riflettere sul futuro

14 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

di Marcello Croce


L’innalzamento di una degna moschea, in parte finanziata dal re del Marocco, Muhammad VI, destinata a sorgere nell’ex-periferia industriale di Torino, ha inaspettatamente sollevato una contesa a livello istituzionale (fra vertici di Comune e Regione, usualmente in rapporto di discreta convivenza; ma siamo vicini alle elezioni…). Cosa c’è dietro? Forse una proiezione del clima di intolleranza che soffia sull’altra sponda del Mediterraneo? Non è da escludere.

L’edificio di culto progettato (in quartiere Aurora, ex officine Nebiolo) si aggiungerebbe a quelli tradizionalmente diversi dalla storia religiosa della città: il tempio valdese (1853) e la sinagoga ebraica (1884). Oggi nella città metropolitana torinese convivono circa ottantamila immigrati di religione islamica. Un’impresa del genere certo non ha solo a che fare con una proporzione aritmetica, ma prima ancora con un problema di inclusione comunitaria, nella quale l’elemento religioso e il suo luogo di culto costituiscono un passaggio fondamentale. Ma a questo riguardo vorrei chiarire subito due cose. Esse riguardano la dimensione identitaria.

Sbaglia chi sostiene che l’inclusione consista in una semplice convivenza di identità diverse e distinte tra loro, come sarebbe la formazione di sacche etniche che serbino intatte le proprie originarie specificità culturali. In particolare per le generazioni future, la prospettiva non può essere questa, che darebbe luogo a una  forma di ghettizzazione sociale. Inclusione significa condivisione culturale, a cominciare dalla lingua. Ma sbaglia, altresì, anche chi considera la religione come un semplice elemento identitario, dimenticando che la libertà di coscienza di ognuno è invece totalmente affrancata dai vincoli istituzionali.

A questo riguardo pensiamo prima di tutto alla scuola. È chiaro che l’elemento famigliare deve restare libero di educare i figli nelle proprie scelte di vita, che comprendono anche l’espressione religiosa, compresa l’esistenza di luoghi fisici di culto; tuttavia l’educazione secondaria (ovvero quella specificamente culturale) è titolo spettante alla scuola, perché la scuola rappresenta la comunità nel suo insieme.


Una cultura controcoloniale

A questo proposito, mi ha colpito un’espressione che ho letto sulla Stampa del 9 ottobre, adoperata da un antropologo. Egli concepisce come “cultura controcoloniale” un’istanza di decolonializzazione dei saperi; ovvero “il rifiuto di strutture di pensiero e sociali create sulla base di un pensiero colonialista”.[1]

L’autore sostiene che finora in Italia si è scritto sull’argomento rispecchiando una narrazione che fa parte di un pensiero che si vorrebbe unico e universale, mentre al contrario è relativo.

L’argomento mi sembra fondamentale, e non va assolutamente confuso con la cultura che prende il nome di woke. Non si tratta, insomma, di tifoserie culturali, portate alla rissa. Si tratta invece andare alla ricerca di nuovi paradigmi per riflettere sul prossimo futuro, anche nostro, tenendo conto della mondialità dei processi in corso.

Sappiamo bene come finora è stata affrontata l’intera vicenda immigratoria di questo secolo XXI, il nostro. Senza un pensiero adeguato, solo “di pancia”. Sarebbe scandaloso, per esempio, riconoscere che il flusso di migrati dall’Africa e dall’Asia in Europa – una cifra che raggiunge i cinquanta milioni – è la pura e semplice prosecuzione della storia del colonialismo europeo? E cioè che si tratta di un gigantesco fenomeno di continuità storico-culturale, destinato a investire profondamente il destino del nostro continente (come lo fu, nell’antichità, quello dell’Europa romana dopo le cosiddette invasioni barbariche, da cui nacque il Medioevo)?

Perché la storia del colonialismo non fu solo una storia di sopraffazione e occupazione, ma anche di trasmissione culturale, che agli occhi degli europei significava “portare la civiltà”. Certo, è facile oggi indignarsi o irridere a rituali come quello sostenuto dal re del Belgio Leopoldo di Sassonia-Coburgo, grande beneficiario della Società Internazionale del Congo, quando a Berlino nel 1884 nella spartizione dell’Africa recitò la parte del sostenitore del diritto della civiltà contro la barbarie.[2]

Eppure, al contrario, ci sono anche state certe forme di colonialismo che sembrano addirittura anticipare, idealmente, quanto in effetti sarebbe stato poi destinato ad accadere in seguito, sia pure in forme e condizioni molto diverse.

Riguardo a certi modi di pensare, e in netta controtendenza rispetto agli atteggiamenti politici che oggi trattano il problema in modo rozzo e superficiale, voglio richiamare un dimenticato o ignorato Decreto-legge che risale al 1939 (9 gennaio), intitolato: “Aggregazione delle quattro provincie libiche al territorio del Regno d'Italia e concessione ai libici musulmani di una cittadinanza italiana speciale con statuto personale e successorio musulmano”.[3]

Il provvedimento entrò in vigore il 18 febbraio di quell’anno, quando la Libia divenne non più colonia, ma la diciannovesima provincia italiana, e i libici divennero cittadini italiani, con diritto islamico: mantenendosi lo statuto personale e successorio musulmano, e con particolari diritti. Si potranno cercare tutte le ragioni colonialiste dell’epoca, ma perché non parlarne ancor oggi per ciò che riguarda i nostri migrati?


Superare il secolo lumi

Non c’è dubbio allora che la questione dell’immigrazione richieda la capacità di oltrepassare i miti dell’Illuminismo del secolo XIX. In cima era il mito del progresso con la complessità dei suoi significati, a partire dalla scienza. Il corso del XX secolo ha rovesciato questa illusione.

A questo riguardo, è palese che Destra e Sinistra nel loro concitato scontro politico riflettono un’epoca della storia che sembra fuori corso. Sulle questioni più importanti di questo tempo, sembrano riflettere posizioni divenute obsolete perché ricalcate su un’immagine falsa della storia: un’immagine appunto disegnata su categorie vecchie. In cosa consisteva infine l’Illuminismo? Nella pretesa di costruire la storia attraverso la designazione di un senso univoco, di un fine, e in modo del tutto autoreferenziale.

Occorre guardare con lealtà e coraggio alla realtà storica del nostro tempo.

Se divenisse chiaro che il fenomeno sconvolgente dell’immigrazione non è che una continuazione del processo coloniale – per così dire l’ineluttabile passaggio successivo – allora  sarebbe sbagliato cercarne le cause nelle condizioni climatiche o nelle guerre intestine del continente africano. L’episodio recente di Ceuta ce lo insegna. È solo a partire dalla storia che si può dare a tutto questo una risposta adeguata: non col barbarico “se ne devono stare a casa propria” di certi ambienti destrorsi e neppure dal nichilistico sinistrismo di chi sostiene che “si devono spalancare le porte senza pregiudizi”, tutte evasive forme del modo in cui oggi saremmo diventati tutti anticolonialisti!

Politico, in senso compiuto, è governare le forze impetuose della storia. Ma lo potremo fare solo dopo l’abbandono dei miti “liberatori” dell’Illuminismo – che ancora sono alla base della nostra visione della politica – e quindi con la consapevolezza del carattere profondamente ambiguo di quella che chiamiamo civiltà. I miti del XIX secolo covavano nel loro seno tutte le vicende più oscure del secolo successivo.


Risolvere le ambiguità con la storia

Anche la diatriba sollevata per la moschea di Torino è parte di questa ambiguità, perché viene sostenuta da argomenti contrapposti che, in modo uguale, fanno riferimento alla concezione di civiltà cui ho fatto riferimento. Di qua “si deve riconoscere la dignità di ogni persona e non perché bianco, nero, musulmano o cristiano”; di là si difende “un concetto di sacrosanta difesa dei nostri valori, identità e storia”.

È astratta la pretesa di azzerare la cultura, e cioè la storia, con una serie di negazioni che al contrario distinguono realmente le persone e i popoli, e perciò impongono la fatica dialettica del riconoscimento (“chi sei?”), spesso duramente mediata. Ma altrettanto astratta è la contrapposizione valoriale che ugualmente ignora il peso della storia, l’intreccio imprescindibile di passato e presente, di Italia e Africa nei secoli passati.

Ora, se si capisce che i migrati sono venuti da noi come effetto della colonizzazione europea del XIX e XX secolo, non si tratta più di schierarsi pro o contro la colonizzazione, o pro o contro l’immigrazione, ma di riconoscere che si tratta di un’eredità, e che perciò impone la piena responsabilità, lungi dal senso di colpa e pentimento che alcuni vorrebbero imporre a tutto il passato coloniale, e anche dall’arrogante indifferenza che altri vorrebbero opporre in base a un’idea di civiltà avulsa dal corso della storia.

Mi sembra perciò che la costruzione della moschea a Torino corrisponda al processo di integrazione non solo entro il rispetto e l’applicazione delle nostre leggi, ma anche nel senso propriamente culturale: soprattutto quando pensiamo alle giovani generazioni. Io non ho dubbi che la civiltà di San Francesco e di Dante abbia questa capacità. Piuttosto, ne siamo ancora noi veramente all’altezza?


Note

[1] Intervista a Simāo Arista, “C’è bisogno di pensare alla controcolonialità”, torinosette, 9 ottobre 2026.

[2] Alla Conferenza mondiale di Berlino il re del Belgio pronunciò queste parole: “Aprire la civiltà a quella parte della terra dove non  ancora arrivata, squarciare le tenebre che avvolgono delle popolazioni intere è, oso dire, una crociata degna di questo secolo di progresso”.

[3] V. Regio decreto-legge 12 maggio 1938-XVI, n. 794, convertito in legge il 9 gennaio 1939. L’art. 1 diceva: Le quattro provincie della Libia entrano a far parte integrante del territorio del Regno d'Italia, secondo l'ordinamento giuridico rispondente alla condizione speciale della regione ed alla diversità di religione degli abitanti.

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