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L'uscita degli Usa dall’Iraq: 23 anni di un'occupazione che ha cambiato il Medio Oriente

21 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 2 ore fa

di Antonio Nicolosi*


Pubblico dominio in Wikipedia
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Ventitré anni dopo l’invasione del 2003, le forze armate degli Stati Uniti hanno completato il ritiro definitivo dall’Iraq. La domanda più difficile che si apre, però, non riguarda il ritiro e le sue modalità, ma ciò che resta. Infatti, il 30 settembre 2026 segna una data destinata a entrare nella storia del Medio Oriente.

Le ultime forze statunitensi hanno fatto rotta verso casa, ponendo fine alla missione militare nel Paese e chiudendo un capitolo iniziatosi nel marzo 2003 con l’invasione che portò alla caduta di Saddam Hussein.

Ventitré anni sono più di una generazione, sono un tempo enorme per una presenza militare che avrebbe dovuto, nelle intenzioni iniziali di Washington, contribuire a trasformare l’Iraq e a costruire un nuovo equilibrio regionale.

Ma oggi, guardando ciò che rimane, è inevitabile chiedersi se quell’obiettivo sia stato realmente raggiunto.


Dalla caduta di Saddam alla guerra senza fine

Nel 2003 gli Stati Uniti e i loro alleati entrarono in Iraq per rovesciare il regime del dittatore al potere ufficialmente dal 1979, sostenendo la presenza di armi di distruzioni di massa. La guerra fu inizialmente rapida, ma ciò che venne dopo si trasformò in una lunga stagione di insurrezione, terrorismo, conflitti settari e instabilità politica. L’Iraq divenne progressivamente uno dei principali teatri della competizione geopolitica mediorientale. Gli Stati Uniti arrivarono a schierare in Iraq oltre 160.000 militari durante gli anni più intensi della guerra. Poi, nel 2011, Washington completò il ritiro delle proprie truppe.


Sembrava la fine. Non lo era. Nel 2014 l’avanzata dell’ISIS e la conquista di vaste porzioni del territorio iracheno provocarono il ritorno delle forze americane nell’ambito della coalizione internazionale contro lo Stato islamico. Quella che era caratterizzata come una guerra per abbattere Saddam Hussein si trasformò così in una missione per combattere una minaccia terroristica nata, almeno in parte, dalle conseguenze della stessa destabilizzazione regionale.


La domanda è sempre la stessa: una vittoria militare e quale vittoria politica?

Gli Stati Uniti rivendicano oggi il successo della missione contro l’ISIS. Ed è un dato che non può essere ignorato. L’organizzazione terroristica è stata privata del controllo territoriale che aveva conquistato in Iraq e le forze di sicurezza irachene hanno acquisito capacità maggiori rispetto al passato. Ora il Pentagono ha considerato conclusa con successo la missione di contrasto all’ISIS. Ma una vittoria militare non coincide necessariamente con una vittoria politica. Perché l’Iraq che gli Stati Uniti lasciano oggi è un Paese profondamente diverso da quello del 2003, ma non necessariamente più vicino all’idea di Medio Oriente immaginata allora da Washington. Ed è proprio qui che emerge il paradosso.

Gli Stati Uniti sono entrati in Iraq per modificare gli equilibri della regione, ma ne escono lasciando un Paese nel quale l’influenza iraniana è diventata molto più significativa. Il grande vincitore potrebbe essere l’Iran. Ma il ritiro americano non significa automaticamente che l’Iran abbia conquistato l’Iraq. Ma sarebbe difficile negare che Teheran abbia al presente, per una serie di ragioni cui concorre anche lo scontro con gli Usa e Israele, una capacità di influenza politica e militare molto superiore rispetto a quella del 2003. Le formazioni armate filo-iraniane rappresentano una componente importante dell’apparato di sicurezza e della politica irachena.

La questione del loro disarmo resta tutt’altro che risolta e Baghdad ha dovuto rinviare il termine previsto per la consegna delle armi al giugno 2027. È questo uno dei paradossi più evidenti degli ultimi ventitré anni. Washington ha speso enormi risorse per cambiare l’Iraq. Teheran ha saputo trasformare le conseguenze di quel cambiamento in una straordinaria opportunità strategica. Il prezzo umano di un bilancio che tuttavia sarebbe incompleto senza parlare delle persone.

Migliaia di militari americani sono morti durante le guerre in Iraq. Le conseguenze per la popolazione irachena sono state enormemente più pesanti, con un numero di vittime civili che le stime collocano nell’ordine delle centinaia di migliaia. A questo si aggiungono infrastrutture distrutte, migrazioni, divisioni settarie, terrorismo e una generazione cresciuta dentro una successione quasi ininterrotta di crisi. Si dirà: è il prezzo che accompagna ogni guerra. Ed è anche il motivo per cui, quando si parla di “successo” o di “fallimento”, bisognerebbe evitare le semplificazioni.


Soldati iracheni e americani a Camp Taiji, presso Bagdad (novembre 2015) Pubblico dominio in Wikipedia
Soldati iracheni e americani a Camp Taiji, presso Bagdad (novembre 2015) Pubblico dominio in Wikipedia

Rimane l'interrogativo se l’Iraq è davvero pronto a camminare da solo

Gli Stati Uniti se ne vanno, ma non abbandonano completamente l’Iraq e il ritiro militare non significa la fine dei rapporti tra Washington e Baghdad. La presenza militare americana in Iraq è terminata, ma il rapporto bilaterale continua. Gli Stati Uniti prevedono infatti di mantenere forme di cooperazione, addestramento e sostegno all’intelligence, mentre la missione contro l’ISIS prosegue soprattutto dalla Giordania. È una trasformazione importante: da una presenza militare diretta si passa a una relazione strategica più tradizionale.

La lezione dopo 23 anni forse è la lezione più importante della vicenda irachena riguarda i limiti della potenza militare. Un esercito può abbattere un regime. Può conquistare una capitale. Può eliminare un’organizzazione terroristica. Ma costruire uno Stato stabile, creare istituzioni credibili, riconciliare comunità divise e impedire che altri attori riempiano il vuoto lasciato dalla potenza occupante è un’impresa completamente diversa. E la storia irachena dimostra quanto sia difficile trasformare una vittoria militare in un ordine politico duraturo.

Quindi? Il futuro dell’Iraq sarà soprattutto nelle mani degli iracheni. Il Paese dovrà affrontare contemporaneamente la minaccia residua dell’ISIS, il peso delle milizie armate, l’influenza iraniana, le tensioni interne e la necessità di consolidare istituzioni realmente sovrane. La partenza americana rappresenta quindi contemporaneamente una fine e un nuovo inizio.

Fine di una presenza militare durata più di due decenni; inizio di una fase nella quale Baghdad dovrà dimostrare di essere in grado di garantire autonomamente la propria sicurezza e la propria sovranità. Forse è proprio questo il giudizio che il tempo consegnerà sulla guerra del 2003. Non soltanto se gli Stati Uniti abbiano vinto o perso. Ma se, dopo 23 anni, il sacrificio umano, economico e politico prodotto da quella guerra abbia realmente lasciato un Iraq più stabile, più sicuro e più sovrano. La risposta, oggi, è tutt’altro che scontata e semplice. E forse è proprio questa la più grande eredità della guerra in Iraq.


*Segretario Generale Unarma – Associazione Sindacale Carabinieri.


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