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L'EDITORIALE della DOMENICA Oggi si vota in Brasile, un paese spaccato tra Lula e i Bolsonaro

10 ore fa
Tempo di lettura: 7 min

di Jacopo Bottacchi



Nemmeno lo sceneggiatore più fantasioso avrebbe potuto immaginare che, nel 2026, Nossa Senhora Aparecida, patrona del Brasile, sarebbe finita al centro delle polemiche nell'ultima settimana di campagna elettorale. Eppure da giorni i quotidiani brasiliani, e persino il Supremo Tribunal Federal, parlano proprio della Vergine Maria, suo malgrado protagonista di un caso di "fake news" da manuale. Segno dei tempi, forse.

Prima di spiegare le ultime, assurde, ore di questa campagna che porta oggi, domenica 4 ottobre, i brasiliani alle urne per l'elezione del Presidente, vedremo come l'appuntamento elettorale è tutt'altro che vicina alla conclusione. Ma per spiegare questo, dobbiamo fare qualche passo indietro.


Alle urne per le Eleições gerais

Al primo turno delle elezioni generali i brasiliani sono chiamati alle urne per le eleições gerais: si vota per il Presidente della Repubblica, i governatori degli Stati federali, il rinnovo della Camera dei deputati e due terzi del Senato federale.

Per la Presidenza, i principali candidati sono due: da un lato, come da quasi quarant'anni, Lula e il suo Partido dos Trabalhadores, dall'altra, la famiglia Bolsonaro, il cui consenso elettorale rimane intatto nonostante il progetto eversivo del tentato colpo di stato del 2023, per il quale Jair, il capitano dei para, è stato condannato a 27 anni di carcere. Oggi tocca a uno dei figli, Flávio, sfidare Lula.

E se di Lula sappiamo moltissimo (anche se spesso, alle nostre latitudini, conosciamo più il "Lula ideale" che quello "reale"), su Flávio serve un piccolo approfondimento. Flávio Bolsonaro è il maggiore dei figli di Jair. Ha 45 anni, ma una lunga traiettoria istituzionale alle spalle, iniziata a 21 anni, quando fu eletto Deputado Estadual a Rio de Janeiro. Un ragazzo prodigio, si potrebbe pensare, se non fosse che anche i suoi due fratelli hanno ricoperto, fin da giovanissima età, cariche politiche, a dimostrazione che, del tristemente celebre e spesso evocato trittico "Dio, patria e famiglia", ai Bolsonaro interessi soprattutto la famiglia, ovvero il proprio "business" politico.

Molto si potrebbe scrivere su Flávio, sulla sua traiettoria personale, sulle accuse di corruzione, sui rapporti sospetti con le milizie paramilitari di Rio. Candidato per interposta persona, Flávio ha provato a presentarsi come un "Bolsonaro moderato" o "vaccinato", tentando di smussare le debolezze paterne e distanziarsi, tra l’altro, dalla disastrosa gestione della crisi pandemica. Ma si tratta di cosmetica elettorale: la visione politica resta speculare a quella del padre, con la promessa di un drastico taglio della spesa pubblica, privatizzazioni, un’agenda di sicurezza pubblica particolarmente repressiva e violenta e la riduzione di dieci ministeri, sulla scia anche dell'argentino Javier Milei, con cui condividei tratti reazionari.


Programmi economici e politica estera

Su questi temi i due sfidanti divergono radicalmente. Lula punta sulla centralità dello Stato e delle politiche sociali per sostenere i progressi del PIL (cresciuto del 2,8% annuo, in media, durante il suo mandato), la riduzione della disoccupazione e della povertà. I risultati di questi quattro anni di governo, peraltro, potrebbero considerarsi soddisfacenti: crescita sopra la media regionale e mondiale, disoccupazione ai minimi storici, così come il tasso di povertà, anche se gli indicatori del 2026 sembrano mostrare un trend in lieve peggioramento. Risultati non paragonabili ai primi due mandati, certo, e nemmeno alle aspettative quasi “messianiche” per questo Lula III, soprattutto in materia di politiche ambientali, dove le contraddizioni del Lulismo tra “transizione ecologica” e protezione ambientale e record di estrazione di petrolio sono lampanti.

Nonostante un bilancio macroeconomico e sociale generalmente positivo, l'approvazione del Governo Lula continua ad essere molto bassa, con il 41% degli elettori che lo ritiene pessimo e un 35% che lo valuta come “ottimo”. Segno evidente della polarizzazione crescente, a causa della quale i fatti sembrano contare meno delle opinioni. Per quanto riguarda la politica estera, per il Presidente in carica la parola d’ordine sono indipendenza e sovranità, che si manifestano nella volontà di rafforzare BRICS e il Mercosur, ma anche nelle relazioni con l’Unione Europea. I rapporti con Trump rimangono invece indecifrabili: dopo una prima fase di scontro aperto, nel quale il Presidente degli Stati Uniti operava apertamente in sostegno al clan Bolsonaro, le relazioni personali tra i due presidenti sono diventate a tratti sorprendentemente cordiali, quasi amichevoli, mentre le divergenze politiche sostanzialmente incolmabili.

Flávio, dal canto suo, parla di  "pragmatismo commerciale" e giura che i partner non si scelgono per affinità ideologica, salvo poi indicare, nei suoi discorsi, Stati Uniti, Argentina e Israele come interlocutori privilegiati. Ha promesso di "liberarsi dalle catene" del Mercosur e di rivalutare, appena eletto, la permanenza in un blocco "troppo ideologico", quello dei BRICS. Con la Cina, assicurano i suoi, si continuerà comunque a fare affari: come, resta da capire. Il rischio è quello già visto con Jair: l'allineamento con Trump non garantì al Brasile vantaggi concreti. Ma la "diplomazia di famiglia" - con il fratello Eduardo che oggi vive negli Stati Uniti, sotto la protezione dell'amministrazione statunitense dopo una condanna in patria, segnala i legami molto stretti tra il mondo Trumpiano e quello Bolsonarista.


Il banchiere al centro delle polemiche

A dominare gli ultimi mesi, tuttavia, non sono stati i programmi, ma gli scandali. Al centro della scena il crac di Banco Master e l'arresto del suo presidente, Daniel Vorcaro. Il caso ha travolto entrambi i fronti: dalle indagini risulta che Flávio avesse stretti contatti con Vorcaro, chiamato "fratello" e a cui giurava che “sarebbe stato al suo fianco, ora e sempre.” Nel frattempo, secondo le accuse, Flàvio chiedeva e riceveva ingenti somme dal banchiere, tra cui circa 12 milioni di dollari per finanziare “Dark Horse”, un biopic edulcorato sulla vita del padre.

Anche Lula ha dovuto difendersi per aver ricevuto il banchiere a Palazzo Planalto, in un incontro che apparentemente non era previsto nell’agenda ufficiale, ma al momento non sembra coinvolto nello scandalo Master. Il Presidente, tuttavia, è a sua volta stato coinvolto - indirettamente - nell’ennesimo scandalo di corruzione, legato al figlio, Lulinha. Ma ancora più grave (e spesso attribuito al Presidente, da parte dell’opinione pubblica) è il coinvolgimento delle toghe del Supremo Tribunal Federal, con diversi ministri - tra cui Alexandre de Moraes, relatore del caso che ha condotto alla condanna di Bolsonaro - citati negli atti con conversazioni compromettenti e favori incrociati con Vorcaro e la sua Banca, tra i quali spicca un ricco contratto per lo studio legale della moglie di Moraes.

Eppure, anche gli scandali corruttivi, utilizzati come ascia retorica da entrambe le parti nelle campagne elettorali, poco spiegano della politica brasiliana, venendo in parte “normalizzati” e in parte avendo già prodotto, da tempo, una sfiducia generale dei cittadini verso le istituzioni. Molto di più ci dicono invece altre divisioni della società: Lula in netto vantaggio tra i settori più poveri, meno scolarizzati e con l’elettorato più anziano, mentre Bolsonaro è in testa tra gli elettori più ricchi. Un’altra frattura, ormai storica, è quella geografica: Lula continua a ottenere la maggior parte dei suoi consensi nel nordest del paese, mentre Bolsonaro guida nelle intenzioni di voti a sud, uno dei motori economici della nazione.


Cattolici contro evangelici

Ma una delle divisioni più analizzate è quella confessionale. I cattolici continuano ad essere la maggioranza, ma il numero di evangelici, in particolare neopentecostali, continua a crescere. Il copione è quello del 2022: i primi tendono a votare Lula, i secondi la destra, e la partita si gioca su chi riesce a erodere il serbatoio dell'altro.

I recenti sondaggi fotografano bene la spaccatura: Lula in netto vantaggio con l’elettorato cattolico, Bolsonaro con quello evangelico Sull’entità di questa frattura, molto ci sarebbe da scrivere e, spesso, la realtà è più complessa di quanto i sondaggi possano dire. I cattolici praticanti, ricordano gli esperti, si avvicinano molto agli evangelici sul terreno dei valori, e in un paese conservatore Lula tende a essere più rifiutato proprio lì. E qui entra in scena Nossa Senhora.

Negli ultimi giorni sui social è circolata una fake news virale secondo cui Flávio Bolsonaro, se eletto, avrebbe tolto alla patrona del Brasile il suo titolo. La notizia ha scatenato una guerra di decreti e contro decreti tra giudici dell'STF vicini alle diverse fazioni politiche, mentre Lula e la moglie Janja hanno cavalcato la polemica, nel tentativo di blindare il voto cattolico nell'ultimo miglio.

Al di là della farsa, il punto è serio. In Brasile la giustizia elettorale ha poteri molto ampi di intervento sui contenuti online: ogni sua decisione viene letta, a seconda dei casi, come tutela della democrazia o come censura. E non è un dettaglio che si tratti dello stesso paese in cui, fino a ieri, le fake news sulle urne elettroniche hanno alimentato il progetto golpista di cui parlavamo in precedenza. Insomma, dopo esserne stata vittima per anni, la sinistra sembra aver imparato a “giocare” la partita delle notizie false… ma a quale costo, per la democrazia?


Cosa dicono i sondaggi (e perché fidarsi poco)

E il voto? Le ultime rilevazioni danno Lula in vantaggio di cinque punti al primo turno, ma praticamente appaiato a Flávio in un eventuale ballottaggio. Il presidente uscente, che a 80 anni cerca il quarto mandato, parte avanti. Ma il dato più significativo è quello legato al “rifiuto” verso i due contendenti, altissimo e quasi identico, vicino al 50%. In pratica, metà dei Brasiliani non voterebbe in nessun caso per Lula, e un’altra metà non voterebbe in nessun caso per Flavio.

Alcuni precedenti ci obbligano ad essere cauti verso i sondaggi. Sia nel 2018 che nel 2022, il voto Bolsonarista fu sottostimato; il dibattito sul “perché” è ancora aperto, tra chi ritiene che esista una sorta di “vergogna” nel dichiarare voto bolsonarista e chi crede, invece in un rifiuto sistematico di una parte degli elettori di destra nel partecipare ai sondaggi, di cui non si fidano. Al di là delle motivazioni, è più importante capire se questa tendenza si ripresenterà anche oggi; considerando il margine risicato tra i due contendenti, il rischio di sotto-rilevazione rende qualunque previsione poco più affidabile della cartomanzia.

Se nessun candidato supererà il 50% dei voti validi al primo turno il 25 ottobre si tornerà alle urne. È l'ipotesi più probabile, anche perché dal 1989 a oggi, solo due volte le elezioni si sono chiuse al primo turno, con Fernando Henrique Cardoso. Sarà nelle tre settimane tra i due turni che si giocherà la vera partita: alleanze con i candidati minori, voti dell'elettorato moderato e, c'è da scommetterci, altre polemiche.

Perché in un Brasile così polarizzato, dove metà del paese non voterebbe mai l'uno e l'altra metà mai l'altro, non vince necessariamente chi convince, ma chi riesce a convincere gli elettori che l'avversario è un pericolo esistenziale. Ed è per questo che, fino all'ultimo voto, perfino Nossa Senhora è diventata un'arma di battaglia politica.

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