L'Editoriale della Domenica. "Umanesimo del lavoro": una risposta all'Intelligenza artificiale
- Marcello Croce
- 1 giorno fa
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di Marcello Croce

L’avvento dell’IA, con il suo carattere epocale, apre la prospettiva di un mutamento radicale di civiltà. Per vedere più a fondo, dovremmo prima di tutto mettere in discussione il paradigma del progresso storico, sia nella forma evolutiva della tecnica che in quella più sofisticata del destino temporale. Ingenua la prima, perché ne ignora la tragica ambivalenza (di cui facciamo l’esperienza anche in questi anni), e arbitraria la seconda, che ha la presunzione di conoscere il senso del tempo.
L’introduzione della IA rappresenta comunque una svolta, quella di una mutazione antropologica, ossia un fenomeno straordinario di dimenticanza (mi riferisco all’esperienza, non all’informazione) in vista di approdi ancora ignoti, ma certo inquietanti.
Gli effetti sull'occupazione
Tra gli aspetti imponenti di questo mutamento di civiltà vi è il lavoro, tema più volter affrontato su questo sito da Savino Pezzotta. Andando al cuore del problema, si profila un effetto generale di dissesto e scompaginazione del già precario sistema lavorativo della civiltà post-industriale, e non di quella soltanto: certamente non compensato dall’attività produttiva che ne è la causa. Infatti le applicazioni dell’IA investono in modo sostitutivo altre infinite attività. Se ne temono anzitutto gli effetti sull’occupazione.
Lo stesso Ministero del Lavoro – certamente non sospettabile di diffondere allarmismi – sottolinea che l’IA “sta trasformando il lavoro più rapidamente dell’evoluzione normativa”. Ciò significa che l’attuale legislazione del lavoro è inadeguata ad affrontare il problema della perdita di posti di lavoro. Ma la politica sembra limitarsi a diffondere appelli di massa, raccomandazioni per l’aggiornamento delle competenze e per la riqualificazione professionale.
Così le istituzioni, con i loro appelli, restano pateticamente ai margini del problema, che sta ben più a fondo, e consiste nell’assenza di eticità propria della concezione neo-liberista del lavoro, esclusivamente fondata sulle leggi del mercato e sulla logica del profitto.
Il lavoro è considerato uno strumento, non un soggetto. Ed è chiaro che là dove cinque minuti di funzionamento della macchina artificiale siano in grado di sostituire l’intera giornata di lavoro di tre zelanti impiegate, la logica del lavoro – ovvero del profitto – deciderà il futuro di queste ultime.
La possibilità di crollo dell’occupazione si profila nell’assenza di un principio che non solo tuteli la preservazione del posto di lavoro, ma ne riconosca un interesse sociale e comunitario preminente – distante mille miglia dalla sua riduzione a merce di scambio, prona alle leggi della cosiddetta economia. La dichiarazione del primo principio della nostra Costituzione (quello che “fonda” la repubblica sul lavoro) diviene perciò pura retorica, e forse lo è sempre stata, se la si confronta con la sua storia.
Contrasto al consumismo
Il secolo che ha preceduto questo, il XX, ha visto dominare una concezione solo strumentale del lavoro, parallelo alla meccanizzazione dei processi produttivi. Da opposti fronti, proprietà e rappresentanze dei lavoratori hanno sostenuto un’identica concezione del valore del lavoro, puramente economica.
Ciò voleva dire che nel lavoro svolto nelle fabbriche e negli uffici (e, da un certo momento in poi, nelle campagne e ovunque si manifestasse la fatica dell’uomo) la sua misura – la misura del suo valore – era comunque sempre in altro: nello stipendio e nel salario, in una maggiore possibilità di comprare e spendere, nel consumo – e nel consolidamento del capitale. Si trattava, in ogni caso, di valore esclusivamente economico.
La civiltà che prese il nome di consumismo consiste proprio nell’esasperazione di questa dialettica, in cui era in gioco il consolidamento del rispettivo interesse economico, ove il consumo era la chiave del processo.
L’avvento della IA esige ora un ripensamento radicale del significato del lavoro umano, nell’ambito della comunità. Si impone una concezione etica – dicevo - per salvaguardarne prima di tutto la dignità, cioè la dimensione finalistica che il lavoro in sé stesso possiede: non solo in quanto produttore di beni sociali, ma anzitutto come realizzazione della persona nella sua socialità. Si tratta di un finalismo immanente e non estrinseco.
Una radicale alternativa alle tendenze neoliberiste
È urgente dunque ripensare a fondo i significati del lavoro umano, allo scopo di trascriverli nei principi fondamentali della nostra Costituzione e, soprattutto e di conseguenza, nelle leggi. Chiamo umanesimo del lavoro una concezione che innanzitutto non distingue più il lavoro dagli ambiti di ordine culturale (come l’insegnare, il dirigere un’orchestra, il fare televisione, lo scrivere giornalistico ecc.). Il concetto di lavoro deve investire tutte le attività umane, nella misura in cui l’uomo è impegnato a costruire, da solo o con il concorso di molti, un bene comunitario, virtualmente destinato a tutti.
Molti passi certo già furono fatti in questa direzione, nel corso del XX secolo. Ma adesso è urgente rivalutare il lavoro in quanto soggetto dei rapporti economico-sociali della comunità. Questo vuol dire che il lavoro non è più definito dalle cosiddette leggi di mercato, ma dalla personalità di chi lavora.
Questa aspirazione presuppone altresì il recupero di una concezione comunitaria del senso del lavoro, anteriore alle leggi di mercato. Essa costituisce un’esigenza fondamentale per realizzare una concezione del lavoro che abbia come fine l’uomo, che certo si scontra con le forti resistenze delle tendenze neo-liberiste.
Fino a quando il valore sociale continuerà a significare solo compenso e profitto, e la relazione sociale ne resti subordinata e condizionata, l’avvento della IA non potrà che aumentarne e irrigidirne la dimensione conflittuale, sotto il dominio di chi ha il potere, cioè del più forte.
Un problema politico è anche sociale ed etico
Il problema perciò è squisitamente politico. E ciò che è politico è anche, in senso sociale, etico. Questo non vuol dire che lo Stato si debba impadronire del mezzi di produzione. Ma
è necessario e urgente che il governo e il parlamento riconoscano il significato etico del lavoro, come espressione primaria di socialità.
Se il lavoro è l’atto sociale per eccellenza, è compito della politica sostenere la preminenza del posto di lavoro. Questa difesa non può essere considerata una questione di parte. Alla dialettica delle parti – capitale e lavoro – è tempo di sostituire il principio unificante di comunità, ove lavoro sia inteso come originario e onnicomprensivo: umanesimo del lavoro.
Non bastano proclami o raccomandazioni autorevoli ma sempre stando fuori da un fenomeno considerato indipendente e intoccabile, e di pertinenza di altri. Occorre avviare una rivoluzione etica, prima che sia troppo tardi. Perché politica vuol dire pensare il futuro (a partire dal presente), soprattutto pensare in nome delle generazioni che verranno.











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