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PIANETA SICUREZZA. Torino, sportello immigrazione: il merito della Curia e di chi taglia il nastro...

L'inaugurazione al Santo Volto


di Nicola Rossiello


Allo sportello immigrazione del Santo Volto, la chiesa della Curia torinese costruita agli inizi del Duemila lungo la Spina3, vi arriva chi taglia il nastro. Nel senso che il lavoro, per dieci anni, lo hanno fatto altri... E ora che lo sportello immigrazione spalanca le sue porte e i giornali ne parlano, i comunicati si susseguono, e l'evento non si può non accogliere come la buona novella di un servizio che funziona, dopo anni di attesa, per chiunque abbia a cuore la dignità delle persone. Prima di unirmi al coro degli applausi, però, vale la pena ricordare come ci si è arrivati, perché la memoria di questi dieci anni conta almeno quanto l'inaugurazione.

Per anni la comunità torinese ha segnalato indignata quelle file chilometriche. Ore in piedi, sotto il sole d'agosto o sotto la pioggia di novembre, il gelo invernale. Lo si è scritto in decine e decine di documenti sindacali e di associazioni, in cui si è distinto - apro e chiuso rapidamente una parentesi personale - il sindacato di polizia Silp Cgil che rappresento. Negli anni sono stati chiesti gazebi, protocolli, turni organizzati, un minimo di igiene nell'attesa. E i racconti sono noti: genitori con bambini piccoli, zaini scolastici in spalla, che aspettavano dalle cinque del mattino al freddo seduti sui davanzali dei seminterrati del palazzo di fronte alla Questura, in via Grattoni, una via dedicata all'ingegnere che seppe aprire con la sua opera, il traforo del Frejus, una luce dall'altra parte... Accenno appena, a proposito di metaforiche luci, un degno e pronto Funzionario del Gabinetto del Questore, al quale segnalammo una mamma e un bambino straniero con il viso dietro le transenne nel cortile della Questura, in attesa di identificazione. E ancora, l'umanità di tanti colleghi, riferimento sicuro di tanti utenti, capaci di venire incontro a chi era in fila in nome di uno straordinario senso del dovere, non solo episodi critici giustamente sottolineati. E la fatica, quella sì va detta, di chi dopo anni di questo impegno si è ritrovato schiacciato dal burnout di un servizio che non si può reggere a lungo. Sono episodi che chi ha vissuto quella trincea sociale conosce bene, e non hanno bisogno di essere romanzati per pesare. Per anni, però, quelle segnalazioni sono rimaste sostanzialmente lettera morta. Non per cattiva volontà dei singoli, ma per l'inerzia di un'Amministrazione che considerava il problema uno dei tanti, gestibile con soluzioni tampone, rinviabile alla prossima estate, poi alla prossima ancora.

Ora che il problema è stato in parte risolto, la narrazione cambia rotta. Chi ha ignorato l'allarme per un decennio diventa, nei comunicati, chi lo ha ascoltato. Chi ha lasciato che la situazione si incancrenisse si presenta come chi l'ha sanata. Non è la prima volta che accade qualcosa del genere in questo ambito, e forse è proprio per questo che, ogni volta, lascia un retrogusto più amaro: la sensazione che l'unico modo per ottenere un cambiamento sia lasciare marcire un problema fino a renderlo ingombrante dal punto di vista mediatico, e poi presentarsi a risolverlo quando la soluzione è pronta, costruita da altri.

C'è un dettaglio che nessun comunicato riporta, e non è un dettaglio secondario. Lo sportello oggi è ospitato nei locali della Curia, non in una sede propria dell'Amministrazione, non con risorse messe a disposizione da chi di quel servizio è responsabile per legge. È stato qualcun altro ad aprire le porte per rimediare a un vuoto che non aveva creato. La Curia ha fatto, con i propri spazi e nei propri tempi, quello che l'amministrazione avrebbe dovuto fare da tempo con mezzi ordinari, propri. E va sottolineato anche la volontà e l’impegno degli Amministratori locali che si sono impegnati ad offrire una soluzione a supporto, spesso mettendo da parte un ruolo che è diverso, per assicurare un servizio ai cittadini del territorio.

Generare un problema e poi intestarsene la soluzione trovata da altri è il racconto di una storia incoerente, anche quando lo fa in buona fede, anche quando il servizio reso ai cittadini stranieri è concreto e utile. C’è un merito che appartiene prioritariamente a chi ha continuato a segnalare senza microfoni puntati addosso, ai delegati sindacali che hanno scritto documenti letti distrattamente e avviato iniziative apparentemente estemporanee, alle associazioni che hanno accompagnato le persone in fila portando acqua e informazioni quando non c'era nient'altro, agli avvocati delle associazioni specializzate nel settore dell’immigrazione, ai cittadini indignati e solidali, agli stranieri che hanno rinunciato, a tutti coloro che ho dimenticato, e ora appartiene alla Curia, che ha messo a disposizione ciò che mancava.

C'è poi una questione di rispetto verso chi ha lavorato in condizioni difficili per anni. I poliziotti dello sportello immigrazione non hanno scelto loro di gestire file interminabili in spazi inadeguati. Hanno fatto il proprio lavoro con i mezzi che avevano, spesso supplendo con la buona volontà a carenze organizzative che non dipendevano da loro. Hanno operato per molto tempo in una sede inospitale, quella di corso Verona, puntualmente documentata come un luogo gravemente inadeguato sotto ogni profilo, soprattutto dal punto di vista della salute e sicurezza degli utenti e dei lavoratori. Sono anche questi ultimi, insieme agli utenti stranieri, le prime vittime di un ritardo di dieci anni, non i protagonisti di un successo improvviso. Riconoscere questo non è un attacco alle Istituzioni, è la distinzione, che dovrebbe essere ovvia, tra la critica a scelte amministrative sbagliate e il rispetto per chi quelle scelte le ha subite sul campo, in divisa, ogni giorno.

Da chi si occupa di sicurezza pubblica con un'ottica garantista ci si aspetta proprio questo: la capacità di distinguere tra l'Istituzione e le persone che la fanno funzionare nonostante l'Istituzione stessa, tra l'Amministrazione che decide e i lavoratori che eseguono, spesso pagando in prima persona il costo delle decisioni mancate. È una distinzione scomoda, perché non permette applausi, né indignazioni facili, ma è l'unica coerente.

Tra un anno sapremo se lo sportello del Santo Volto avrà mantenuto la dignità raccontata oggi, o se sarà tornato, complice un'attenzione mediatica ormai spenta, un problema di cui nessuno vuole più occuparsi. Il tempo, in questi casi, è l'unico giudice che non si lascia intervistare. Tutto questo manca tra le righe dei media che celebrano la nuova soluzione, ma non potrà essere dimenticato al momento di tagliare il nastro.

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