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La Festa dell'Unità, ritorno al Parco Ruffini

di Beppe Borgogno


Quanti sanno, o ricordano, che nel 1988 persino Papa Giovanni Paolo II passò per la Festa de l’Unità di Torino al Parco Ruffini?

Il ritorno della Festa in un luogo in qualche modo storico, e una passeggiata nel parco, sono bastati a sbloccare in me un bel po’ di ricordi. A proposito del Papa, accadde che al Palasport fosse, proprio il giorno dell’apertura della Festa, in calendario un incontro con i cresimandi in occasione di una visita di Papa Wojtyla in città. Così, in accordo con la Curia, si decise di posticipare di un giorno l’apertura, e Giovanni Paolo II percorse i viali della Festa tra gli stand già montati, ma senza insegne e bandiere, sulla Papamobile. A fargli ala, oltre alle tante associazioni cattoliche, anche i volontari della Festa ancora impegnati negli ultimi ritocchi. Un evento, senza dubbio.

In quegli anni così diversi da oggi, perché erano profondamente diversi la città, la politica e i partiti, era la Festa de l’Unità di settembre ad essere in realtà un evento che coinvolgeva un po’ tutta Torino. Un mix di politica, cultura, spettacolo, occasioni di incontro senza concorrenza alla fine dell’estate. A me è capitato di occuparmene tra il 1986 e il 1992, cioè negli anni, forti dell’esperienza della Festa Nazionale del 1981 ad Italia '61, in cui si tentava di trasformarla da semplice strumento di propaganda a un vero e proprio “media” a disposizione del pezzo di società con cui volevamo dialogare e che tentavamo di rappresentare. Di renderla cioè un contenitore, piuttosto ambito, in cui i visitatori della Festa potevano incontrare  quelle che pensavamo fossero le proposte più avanzate e innovative che da vari ambiti della città, ma anche del paese, si affacciavano.

Non solo i leader politici e i grandi concerti, dunque, ma anche i gruppi musicali emergenti e le nuove tendenze teatrali, il mondo delle associazioni e del volontariato, le espressioni culturali in cerca di uno spazio, e persino qualche esperienza gastronomica meno tradizionale per il circuito delle Feste.

Insomma, negli anni dell’esplosione del marketing che tendeva a “plastificare” e rendere la politica sempre più simile allo spettacolo, il nostro modo di “mediatizzare” la Festa era piuttosto quello di metterla a disposizione della realtà, del bisogno di confrontarsi e di esprimersi. Credo, alla fine, con un certo successo.

Nessun paragone con oggi:  quello, e quelli, erano i partiti sostenuti ancora da veri “apparati” in un mondo oggi irripetibile, almeno politicamente.

Ma anche allora, come oggi, uno sforzo così grande aveva bisogno, ad esempio, di tanto impegno e tanti volontari: compagne e compagni che lì spendevano le loro ferie, giovani ed anziani, iscritti e non. Ma anche, naturalmente, i dirigenti di allora, poi protagonisti della scena politica degli anni successivi. E allora poteva capitare di incontrare Piero Fassino, allora Segretario del PCI torinese, in striminziti pantaloncini corti sulle gambe lunghe magrissime, e maglietta stinta, aiutare a montare i pannelli dell’ingresso, in quei tempi di ”grandeur” alto come una palazzina di 2 o 3 piani, su Corso Trapani.

Oppure Giorgio Ardito e Sergio Chiamparino, segretari dopo di lui in quegli anni, verniciare tubi o servire ai tavoli di qualche ristorante. O ancora Livia Turco, non più nell’apparato torinese ma in quello nazionale, dare una mano a tagliare buonissime fette di torta all'interno dell'area donne del PCI torinese.

Ma la Festa era contagiosa. E allora capitò di vedere James Taylor, nel 1987 quando i concerti per un anno si trasferirono al “vascone” della Pellerina e la Festa a Italia ’61, tra le prove e il concerto, aiutare a scaricare un camion di bibite per il bar.

Già, le bizze degli artisti. In una di quelle edizioni ospitammo il concerto di Billy Bragg, cantautore e attivista britannico, che ci chiese per la sua scenografia solo una grande bandiera del PCI, la più grande che avevamo. E poi, senza dirlo,  se ne andò con la bandiera, che naturalmente non recuperammo mai.

E i Deep Purple, che tornavano in tour dopo anni, e che ci fecero impazzire perché per raffreddare le bibite volevano grandi mastelli pieni di ghiaccio e non semplici frigoriferi. Toccò litigare con il loro manager, mescolando più lingue e idiomi, ma finì bene.

E i “vizi” dei visitatori, anche i più piccoli.  Nel 1986, dentro la Festa dedicata all’Europa, allestimmo grazie alle scenografie realizzate apposta da Lele Luzzati, un bellissimo “Angolo delle Fiabe”. Da cui si dovette far sparire dopo un po’ la sontuosa bancarella dei dolci per evitare di doverlo ribattezzare, per abuso dei medesimi, Angolo dell’ Acetone.

E ancora: negli anni successivi le bellissime scenografie di Richi Ferrero nel prato lungo viale Hugues, l’emozione dei cabarettisti allora “emergenti” e dopo poco tempo addirittura in TV. Ma anche i ragazzi dei Licei Artistici torinesi e le loro realizzazioni, gli spazi offerti a tante associazioni del volontariato. E naturalmente la politica locale e nazionale, l’editoria e gli autori, anche quelli più noti, al Caffè Letterario.

Tutto ciò, e molto altro, con la regia e il lavoro puntiglioso di Giuseppe Garelli, l'ex gappista, vero uomo-macchina della Festa, che entrava nel parco a giugno, con la sua bici Graziella di colore verde,  e ne usciva a ottobre, a smontaggio completato delle migliaia di metri quadri di superficie coperta dagli stand.

Ma soprattutto, come ho detto, grazie al tanto lavoro di tanti volontari, come credo anche oggi, agitati dal timore continuo di non riuscire a concludere gli allestimenti o a completare gli acquisti per far funzionare tutto. E l’ansia per le condizioni del tempo: anche ora è così, ma con in più la consapevolezza del cambiamento climatico che fa persino sentire un tantino in colpa di fronte al desiderio che non piova, come confessa chi organizza oggi. Per il resto, nonostante le assolute differenze, sono certo che i crucci siano gli stessi di un tempo.

Gli aneddoti raccontati, una minuta frazione di ciò che tanti noi hanno nel loro cassetto dei ricordi, appartengono ad anni politicamente molto particolari, quelli che precedettero lo scioglimento del PCI e la nascita del PDS, e poi le premesse per la lunga stagione del governo di centrosinistra a Torino iniziato nel 1993 con Valentino Castellani.

Se volessimo sfogliare i programmi delle Feste di quegli anni troveremmo tracce amplissime di questo percorso. Ma oltre i programmi, nelle esperienze vissute, troveremmo soprattutto il desiderio e l’impegno per il dialogo con la città, la voglia di costruire occasioni per guardarsi in faccia e parlarsi. E capire, correggere gli errori, spiegare quando è necessario.

Spero davvero che sia questa l’intenzione, anche oggi che la Festa torna dopo tanti anni al parco Ruffini, ovvero che di quegli anni sopravviva lo spirito, che è poi quello che conta davvero. Oggi è più difficile, probabilmente, in una città così diversa, forse più divisa e attraversata da tensioni. E allora è ancora più necessario trovare luoghi per unire. Forse, serve essere consapevoli di quanto sia importante, persino come fatto “in sé’”, costruire oggi occasioni di incontro in un’epoca segnata dalla tendenza all’isolamento, dalla difficoltà a fidarsi e dalla paura di farlo.

Perciò, in bocca al lupo a chi oggi è impegnato nella Festa, ma in fondo un po’ anche a tutti noi.

 

 

 

 

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