Inquinamento marino: interazioni tra plastiche e polveri di coralli
di Andrea Mucedola

Nel 2012, quando incominciai ad interessarmi al problema dell'inquinamento di plastiche in mare, fui attaccato da molti di coloro che oggi ne fanno una bandiera.[1] Qualcuno arrivò a dirmi che stavo ingigantendo un fenomeno ancora poco chiaro. Per fortuna, o sfortuna, la gravità dell'inquinamento da plastica è oggi sotto gli occhi di tutti. Di quel periodo ricordo un incontro con un valente ricercatore italiano che, incominciando a raccogliere dati nel Mediterraneo, con una certa rassegnazione mi fece capire che la natura alla fine si sarebbe adeguata. Una prospettiva non certo piacevole, ma realistica in considerazione del fatto che quotidianamente incameriamo nano plastiche nel nostro corpo senza rendercene conto, nascoste nel cibo e nelle acque che beviamo.
Al di là della necessità di diminuire il flusso di questi materiali nell'ambiente - con politiche di sempre maggiore controllo sulle catene di riciclaggio e di produzione nonché e - non mi stancherò mai di ripeterlo - con un'educazione continua per ridurre l'abbandono delle plastiche nell'ambiente, ritengo sia necessario continuare a studiare possibili soluzioni palliative sia sui materiali (che dovranno sostituirle) sia sulle procedure di smaltimento. Di fatto, l'inquinamento da plastica è diventato un'emergenza significativa per tutti gli ambienti, in particolare quelli marini e fluviali; ci troviamo di fronte ad una delle principali sfide ambientali del III millennio.
Mari, fiumi e laghi sotto attacco
I rifiuti plastici, sia di dimensioni macro che micro (senza citare le invisibili nano-plastiche), sono ormai onnipresenti in tutti gli ecosistemi marini e fluviali; spiagge, barriere coralline, fondali marini profondi (ad esempio nella fossa delle Marianne, ma anche nelle profondità dello stretto di Messina), praterie di fanerogame e mangrovieti, nonché laghi e fiumi non sono esenti da questa piaga. Le plastiche, riducendosi per effetti fisici e chimici in dimensioni sempre minori, vengono ingeriti da una biodiversità marina diversificata, di fatto entrando a far parte della nostra catena alimentare. Ne abbiamo già parlato ma repetita iuvant. Gli organismi marini, che ingeriscono micro e nano plastiche, entrano nell'alimentazione di pesci e molluschi che, a loro volta, arrivano sulle nostre tavole, trasportando in maniera invisibile queste nanoparticelle nei nostri tessuti. Per comprendere la magnitudine del fenomeno, si stima che il fondale oceanico contenga da 3 a 11 milioni di tonnellate metriche di plastiche e da 10−4 a 104 particelle di microplastica per metro cubo. La variabilità è legata alla vicinanza delle aree urbane, ma anche lungo le rotte marittime che subiscono inquinamenti legati alla perdita di materiali come container e reti da pesca da parte delle attività umane. Ma c'è qualcosa di nuovo.
Secondo uno studio pubblicato da ScienceDirect, i rifiuti di plastica, dopo una lunga permanenza nell'ambiente, stanno subendo una trasformazione inaspettata interagendo con materiali organici e inorganici. Questi agglomerati non hanno nulla a che vedere con altri composti scoperti in precedenza, formati prevalentemente da substrati plastici e abiogenici, ma mostrano una interazione con materiali biologici e vengono definiti plasticoral. Essi sono stato scoperti incidentalmente su tre spiagge dell'isola di Okinawa, in Giappone, durante delle indagini di routine sulla presenza sul litorale di rifiuti marini.
L'incidenza dell'esposizione al calore
I componenti plastici di questi ammassi di materiali minuti consolidati, esaminati con spettroscopia Raman, hanno mostrato consistenze spettrali di polietilene e polipropilene. Essendo le plastiche porose si prestano a raccogliere nelle loro porosità batteri e virus per cui, aspetti di inquinamento paesaggistico, puramente estetici, divengono trascurabili a fronte di quelli eco-tossicologici, quando associati alla presenza di plastiche, più o meno modificate, che possono influire sia sulla biodiversità marina locale che sulla salute umana. Microbead plastici (quelle perline colorate che si ritrovano tra il sedimento sulle spiagge) sono infatti ritenuti altamente tossici e non dovrebbero essere mai toccati a mani nude.
La recente notizia che rifiuti di plastica marina subiscano una trasformazione dopo una prolungata esposizione alle alte temperature, dovute alla combustione causale ed a successive alterazioni causate dai raggi UV, oltre che da altri fattori ambientali come l'azione idrodinamica delle onde, le correnti oceaniche e l'interazione con materiali biotici e abiotici, è sicuramente una notizia grave. Di fatto queste inaspettate trasformazioni alterano le proprietà fisico-chimiche delle plastiche, favorendone la persistenza nell'ambiente sotto forma di materiali simili a ciottoli che si inseriscono nei registri stratigrafici come testimonianze del Plastocene.
Le osservazioni dell'ocenografo Charles Moore
Ma non sono soli, oltre ai plasticoral sono state individuate altre forme di interazione tra le plastiche e l'ambiente organico e inorganico, tra cui i plasti-glomerati, piro-plastiche, ed i plastitari. In particolare, i plasti-glomerati furono descritti per la prima volta nel 2014, osservando sedimenti come rocce, ciottoli e sabbie - e detriti organici cementati da plastica fusa, da Charles Moore, oceanografo presso l'Algalita Marine Research Institute di Long Beach, California, lungo la spiaggia di Kamilo Beach, sull'isola di Hawaii. Moore è sicuramente noto per aver scoperto la 'Grande Macchia di Rifiuti del Pacifico" di cui ho parlato in diversi articoli precedenti.
Nel maggio 2020, Charles Moore, ha fondato il Moore Institute for Plastic Pollution Research e ricopre il ruolo di Direttore della Ricerca sfruttando la sua indubbia ventennale esperienza in questo campo, concentrando la ricerca sulle micro- e nano-plastiche nell'ambiente. Lo studio sui campioni raccolti a Kamilo Beach rivelò che circa un quinto dei plasti-glomerati era costituito da detriti provenienti da attività di pesca, mentre circa la metà era composta da materiali granulari plastici destinati alla produzione industriale. La cementificazione delle particelle plastiche e dei sedimenti ha dato luogo a questi agglomerati.
Questi non devono essere confusi con i pyro-plastici, rifiuti di plastica deformati dall'esposizione alle alte temperature (ad esempio nei falò sulle spiagge in cui, criminalmente, erano stati buttati generando anche delle diossine). Questi agglomerati, che sembrano dei ciottoli di materiale fuso furono segnalati per la prima volta a Whitsand Bay, Regno Unito, ma sono ormai comuni in ogni spiaggia frequentata dall'Uomo. Non ultimo il plastitar che si forma quando particelle di catrame, provenienti da versamenti di petrolio spiaggiamo lungo le coste. A seguito dell'evaporazione, il catrame si indurisce, lasciando una superficie appiccicosa sui sedimenti con cui viene in contatto. Il successivo contatto con materiali microplastici galleggianti ed altri detriti ne causa l'intrappolamento in masse corpose che tendono ad indurirsi.
Nuovi rischi eco-tossicologici
Il plastitar fu osservato per la prima volta nell'arcipelago delle Canarie, sulle rocce intertidali che intrappolavano materiali plastici di tutte le dimensioni. Secondo lo studio citato, queste formazioni di "roccia plastica" presentano nuovi rischi eco-tossicologici per gli ecosistemi marini e potrebbero diventare potenziali marcatori stratigrafici della plastica, specialmente in ecosistemi critici come le barriere coralline. I rischi potenziali includono l'aumento del rilascio e dell'esposizione di organismi marini a microplastiche e ad additivi plastici pericolosi associati agendo quindi come dei vettori per inquinanti organici persistenti.

In sintesi, i plasticoralli sono degli agglomerati composti da sedimenti e materiali plastici che si stanno generando, nelle barriere coralline, attraverso l'interazione tra il materiale carbonatico biogenico, derivato dalla frammentazione delle colonie di corallo, e le micro o nano-plastiche di derivazione antropica. I ricercatori ritengono che i plasticoralli rappresentino un cambiamento eco-geologico in cui l'inquinamento marino da plastica non costituisce più un semplice fattore di stress esterno, bensì una componente permanente negli ambienti geologici delle barriere coralline.
È importante comprendere che il fenomeno di integrazione tra elementi plastici ed i sedimenti si sta diffondendo anche in altri ambienti marini e fluviali ed il loro impatto sulla salute umana, ancora non definito, non dovrebbe essere sottovalutato. Chiudo con una proposta, indirizzata principalmente ai lettori che si occupano di ecologia: perchè non iniziare delle campagne di Citizen science lungo le coste e i fiumi italiani, per censire queste neoformazioni del "Plastocene"? Ci torneremo.
Note
[1]L'articolo è apparso su https://www.ocean4future.org/savetheocean/archives/97391.
Ringraziamo l'autore per la concessione.











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