L'Editoriale della Domenica. Giovani prime vittime delle nostre fragilità
di Domenico Cravero

«Non ce lo saremmo mai aspettato». È stato questo il commento spontaneo dei compagni di scuola di uno dei due studenti della Capitale, coinvolti in uno dei tanti episodi di violenza gratuita, che quotidianamente ci sconvolgono. «Lui negava e io gli ho creduto, che altro poteva fare», ha affermato a caldo una delle madri dei due ragazzi coinvolti nello stesso grave episodio, oggi accusati di tentato omicidio a bordo di un minicar. E i diretti interessati, alla inevitabile domanda sul perché, hanno risposto «Per noia». Si potrebbe allargare il discorso anche ai minorenni implicati nelle violenze di piazza che si sono registrate ieri in alcune grandi città, tra cui Torino, Milano, Bologna, a patto di non parcellizzare un ragionamento che all'opposto deve rimanere unito.
Abituati, infatti, a considerare le cose come oggetti da consumare, ottimizzare e controllare, impegnati ad accrescere ciò di cui disporre, abbiamo dimenticato che non siamo padroni neppure di noi stessi, che siamo imprevedibili. Abbiamo una mente che dovrebbe guidarci, ma essa non si riduce al nostro cervello poiché è data dalla sinergia delle nostre capacità cognitive ed emozionali con il mondo vitale delle nostre relazioni e il rapporto con la natura.
I fatti più importanti della nostra vita (gli affetti, l’innamoramento, ma anche le intuizioni, le scoperte) non sono a disposizione, non possono essere forzati né impediti. Sono eventi di grazia. Non possiamo controllare del tutto il nostro desiderio, né la nostra libido. Non finiamo mai di conoscerci. La Modernità si basa sulla volontà di rendere il mondo disponibile ma questo potere, nell’individualismo indifferente di oggi, si è rovesciato in un paradosso: la realtà non ci risponde più, siamo stati espropriati della nostra esperienza (G. Agamben). Davanti ai fatti del mondo abbiamo spesso l’impressione di non capire che cosa avviene. Ci viene insistentemente ribadito che dobbiamo correre, crescere, competere per adattarci al mondo e non precipitare nell’abisso. Non ci sollecita tanto l’avidità di ingrandirci ma la paura di condizioni peggiori. Ci sentiamo obbligati a una crescita permanente per non regredire. Abbiamo perso il futuro.
Ne deriva un atteggiamento impaurito e quindi aggressivo verso la realtà, per renderla disponibile e controllabile. Si diffonde un senso crescente di disincanto e di alienazione (come quella degli studenti, quando percepiscono la scuola, il suo metodo e i suoi contenuti come freddi, estranei, minacciosi o puramente utilitaristici: studiare "per il voto").
Non avendo parole più precise, ci limitiamo a definirci “fragili” e a riportare a questa condizione i nostri comportamenti e le nostre angosce. È evidente la fragilità degli adulti, innanzitutto nelle loro vite affettive che ricade sui figli. La comunità educante è venuta meno, poiché valori egemoni sono diventati la realizzazione di sé e la gratificazione immediata. Il tempo a disposizione per gestire delle regole e conflitti si è ridotto; i genitori lavorano e hanno sempre più interessi propri da coltivare. I figli sono sollecitati sin dalla prima età a cavarsela da soli. Molti spazi per il gioco e la socializzazione sono stati chiusi, spingendo i ragazzi alla digitalizzazione come spazio residuo di incontro e di divertimento. I ragazzi diventano spettatori e vittime dell’impoverimento relazionale, particolarmente drammatico nella loro fase evolutiva. Non si riescono più a vivere esperienze di sana dipendenza affettiva (anzi, essa è sempre più considerata “tossica”). Non avendo legami consistenti (che sono il bello e il buono della vita) rimanere virtualmente connessi ed essere visti diventano tutto. La società della visibilità e del corpo performante esige che si cresca in fretta. Dove rielaborare però i forti sentimenti di tristezza, paura, rabbia, così frequenti nella cupa realtà del mondo? Oggi “non si cresce più per trasgressione ma per delusione” (M. Lancini).
D’altra parte, è questa la fascinazione del capitalismo: per far girare l’economia bisogna consumare, ma anche rimanere presto “delusi” per fare spazio ad altro, mai però al punto da smettere di desiderare e acquistare, in un circolo costante di piacere e delusione, senza trovare il modo di gustare e vivere le cose. Immersi in flusso continuo di stimoli, senza riuscire a costruire relazioni autentiche, né con gli altri, né con le cose, ci ritroviamo con una vita “piena” ma povera di incontri vitali. La velocità tecnica, sociale ed esistenziale dei ritmi quotidiani accresce la nostra solitudine. Senza un rapporto integro con il mondo, infatti, non c’è buon rapporto con sé.
Dobbiamo uscire dal frenetico immobilismo in cui ci troviamo e cercare altre modalità di relazione con la vita, il cosmo, la natura. Dobbiamo far nascere nuove occasioni di incontro e di dialogo, che non cerchino il vantaggio o l’uniformità ma la coesistenza feconda. Si sono aperti nuovi orizzonti: nel mondo pluralista e frammentato non c’è più egemonia, né religiosa né laica. È andata perduta la capacità delle istituzioni democratiche e delle fedi religiose di interpellare l'individuo, di toccarlo intimamente e di farlo sentire parte di un legame collettivo significativo. Le relazioni umane, libere dalla gratificazione utilitarista, contengono però sempre un inaspettato, un inaudito (F. Jullien).
Gli incontri sono la vera novità della vita. Non solo non ci lasciano mai indifferenti ma ci rendono ogni volta differenti. La struttura fondamentale dell’umano è il “desiderio dell’Altro” (J. Lacan). Ogni relazione responsiva apre un modo diverso di vivere. All’IA manca un’energia propulsiva decisiva, sulla quale si basa la dinamica della vita sociale. Ci vogliono spazi sociali e materiali adeguati in cui ricordarci che esiste un altro modo possibile di relazionarsi al mondo, non orientato alla sola crescita e al controllo ma all’umano: la relazione.
Il mondo è diventato totalmente disponibile, eppure ci sentiamo impotenti, determinati dai mercati, dai processi di globalizzazione, dalla competizione. Il mondo appare ingovernabile: non c’è più un legame forte tra causa ed effetto: un piccolo incidente può scatenare reazioni imprevedibili, mentre faticose elaborazioni politiche rimangono senza effetti. Ci vogliono quindi forme diverse di rapporto alla politica. Una democrazia vitale presuppone cittadini capaci di parlare e ascoltare, di sostenere i propri valori e di esporsi alla voce altrui. C’è bisogno di strutture sociali ed economiche che favoriscano il senso del discutere: ascoltare, riflettere, pensare, dubitare, riconoscere la pluralità, non denigrare o stigmatizzare le opinioni altrui. La democrazia non funziona in modalità aggressive, come quelle di oggi, ma ha bisogno dell’incontro e dell’ascolto: sentirsi realmente connessi, coinvolti, interpellati. Si può partire di qui, per non rassegnarci al presente.











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