Il nuoto operativo entri a scuola prima che sia troppo tardi
- Alberto Scafella
- 20 ore fa
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di Alberto Scafella

In Italia abbiamo una curiosa abitudine: ci ricordiamo della prevenzione quasi sempre dopo una tragedia. Succede sulle strade, in montagna, nei luoghi di lavoro. E succede anche nell’acqua. Ogni estate assistiamo alla stessa sequenza: un bagno che diventa un’emergenza, un tuffo che finisce male, una corrente sottovalutata, un fiume apparentemente tranquillo che si trasforma in una trappola. Poi arrivano i soccorsi, il dolore, le polemiche. E qualche giorno dopo tutto ricomincia. Come se la memoria dell’acqua durasse quanto una stagione balneare.
Le morti nelle piscine, le tragedie nei fiumi, il dramma di Andora, con la morte il 25 agosto scorso di un bagnino di 62 anni e di una delle persone soccorse, e il salvataggio di un uomo nelle acque di Trieste raccontano, pur nella loro diversità, una stessa verità: non basta saper nuotare. Bisogna saper affrontare l’acqua. Questa non è una riflessione da bordo piscina Lo dico con la consapevolezza dell'esperienza personale nell’Esercito, come pilota di elicotteri e ufficiale impegnato in attività operative e addestrative. Da quell'esperienza ho appreso che in ogni ambiente potenzialmente ostile esiste una regola che viene prima di tutte le altre: la sicurezza nasce dalla preparazione. È una regola che vale in volo, in montagna e, naturalmente, nell’acqua, che mi porta oggi ad affermare una cosa con assoluta convinzione: sapere nuotare e sapere operare in acqua sono due cose completamente diverse.
Quando una persona è in difficoltà, l’acqua modifica tutto. La paura altera il comportamento, la fatica riduce rapidamente le capacità fisiche, una corrente può rendere inutile la forza di un buon nuotatore. E chi tenta un salvataggio senza preparazione può diventare, in pochi secondi, la seconda vittima. Per questo motivo, il soccorso non può essere affidato all’improvvisazione.

La tecnica si insegna, la lucidità si allena, la gestione dello stress si prepara
Questa è la differenza tra il gesto istintivo e l’intervento professionale. Ed è questa consapevolezza che ci ha portato a costruire un percorso formativo strutturato. Insieme a Marco, Barbara, Paolo e Piero, sono tra i primi istruttori ed esaminatori dei nuovi corsi di Nuoto Operativo riconosciuti dalla CEDIP SIAS internazionale.
È un passaggio importante, perché significa portare questa disciplina dentro un sistema di formazione e valutazione riconoscibile e verificabile. Ma soprattutto significa assumersi una responsabilità: formare persone che sappiano affrontare l’acqua con competenza, non con incoscienza. E la scuola deve essere il punto di partenza. Infatti, se accettiamo che l’acqua possa trasformarsi in pochi secondi da ambiente ricreativo ad ambiente di pericolo, allora non possiamo limitarci a insegnare ai ragazzi a fare qualche vasca. Dobbiamo insegnare loro a conoscere l’acqua. A riconoscere una corrente. A capire quando un tuffo è pericoloso. A non sottovalutare un fiume. A gestire una situazione di emergenza. A chiamare correttamente i soccorsi. E soprattutto a comprendere una delle regole fondamentali del soccorso: non mettere in pericolo la propria vita per un intervento che non si è preparati a compiere. Questo non significa trasformare gli studenti in soccorritori professionisti. Significa creare una vera cultura della sicurezza acquatica. Come facciamo con l’educazione stradale. Come dovremmo fare con la protezione civile. Perché un ragazzo può dimenticare una formula matematica o una data storica. Ma conoscere il comportamento corretto davanti a una persona che sta annegando può, un giorno, fare la differenza tra la vita e la morte.
Dalla cronaca alla prevenzione
Il problema è che continuiamo ad affrontare queste tragedie come episodi separati. Ma dietro storie diverse c’è spesso lo stesso deficit: la scarsa cultura del rischio acquatico. E allora serve una scelta politica. Il Governo e il Ministero dell’Istruzione dovrebbero introdurre un percorso nazionale di educazione alla sicurezza acquatica e al nuoto operativo, graduato per età e affidato a personale adeguatamente formato e qualificato. Non l’ennesimo progetto scolastico destinato a produrre qualche fotografia istituzionale. Una formazione concreta. Pratica. Ripetuta. Verificata. Perché la prevenzione si costruisce attraverso l’addestramento.
Vogliamo continuare a contare le vittime o vogliamo cominciare a prevenirle? Io credo che una società moderna debba scegliere la seconda strada. Perché sapere nuotare è una capacità. Sapere come comportarsi quando l’acqua diventa pericolosa è una responsabilità. E insegnarlo ai nostri ragazzi non è un lusso. È un dovere.











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