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Carcere e sanità: ecco le "proposte" del machismo vannacciano

di Andrea Ciattaglia 


Dell’improponibile cosiddetto programma di Futuro Nazionale, un misto di liberismo mascherato, discriminazione a più livelli verso categorie di sacrificabili contro cui indirizzare il malcontento generale (con la minuscola) e distrarre dalle ingiustizie e diseguaglianze aggravate da questa classe politica, vale la pena soffermarsi su cinque righe che aiutano a capire l’approccio profondo dei sostenitori del nuovo partito al tema sanitario, per il resto completamente assente nel documento.

Il paragrafo è quello intitolato «equità nella sanità penitenziaria», verso il fondo del testo, una delle tante “pecette”, è una nostra personale interpretazione, applicate evidentemente da suggeritori vari senza un coordinamento redazionale. Questo il testo: «I detenuti sono oggi esclusi da qualsiasi compartecipazione alla spesa sanitaria, anche quando economicamente abbienti: un’ingiustizia sostanziale che scarica interamente il costo sui cittadini liberi. Introduzione di un sistema di compartecipazione parametrato alle reali condizioni economiche del singolo detenuto, in analogia con quanto previsto per la popolazione libera. La piena gratuità resta garantita esclusivamente per i soggetti indigenti».

I detenuti in Italia non pagano il ticket sanitario su visite, esami e farmaci: il codice F01 garantisce loro una totale esenzione dalla compartecipazione alla spesa per le prestazioni sanitarie, specialistiche e farmaceutiche prescritte dal medico all'interno del sistema penitenziario, erogate dal Servizio sanitario. Non è l’unica esenzione che lo Stato prevede rispetto al ticket, ve ne sono numerose: per reddito, per patologia…

Visto lo stato del Servizio sanitario e delle assolutamente insufficienti prese in carico sanitarie in carcere, molti detenuti – e le loro famiglie – se potessero, si farebbero volentieri curare pagando visite ed esami privati, cosa che è loro consentita sulla carta, ma di difficilissima applicazione, riservata ai detenuti definitivi e dopo la sottoscrizione di vari accordi tra azienda sanitaria e direzione del carcere.

Per i cittadini liberi, si tratta di una pratica oggi normalissima in Italia, anche se frutto di un arretramento del Servizio sanitario e di una mancata garanzia dei Livelli essenziali di prestazione da condannare fermamente: se la prenotazione del Servizio sanitario fissa l’esecuzione dell’esame prescritto dal medico di medicina generale tra un anno, moltissimi cittadini liberi lo eseguono in forma privata, con pagamento diretto o indiretto (almeno di parte della somma) attraverso polizze assicurative sanitarie ormai facenti parte di ogni contratto collettivo nazionale. Molti nemmeno passano più dalla prescrizione del medico di medicina generale, convinti che con il Servizio sanitario non si ottengano le prestazioni nei tempi della prescrizione e che pertanto la via privata immediata sia l’unica percorribile.

Che si tratti di una convinzione fondata sulla non conoscenza di percorsi di tutela che le stesse Aziende sanitarie sono obbligate a mettere in campo per garantire molte prestazioni entro il tempo della prescrizione (e sono percorsi che funzionano) è argomento valido, ma che qui non approfondiamo. Ciò che ci preme sottolineare è che l’obiettivo, per l'europarlamentare Roberto Vannacci, non è evidentemente migliorare le tutele del Servizio sanitario, estendendo la gratuità delle prestazioni a tutti e nemmeno quello di una presunta equità di trattamento dei detenuti con chi detenuto non è, cosa che presupporrebbe la libertà per i reclusi di ricorrere anche alle visite private. L’obiettivo è costringere al pagamento come forma punitiva.

Lo schema che trasforma i “malati” in “colpevoli” (e quindi soggetti che legittimamente devono pagare per almeno in parte espiare la colpa grave di pesare sulle finanze generali) è ben noto a chi si occupa di sanità, specialmente territoriale e di lungodegenza/assistenza. Negli ultimi 25 anni, questo approccio è stato progettato e poi realizzato a livello istituzionale e dei servizi almeno dalla riforma costituzionale del Titolo V, anno 2001 e dagli appena successivi Livelli essenziali di assistenza sanitaria e socio-sanitaria.

Lo schema vannacciano ricalca talmente questa impostazione non universalistica della sanità, da prevedere «la piena gratuità (…) per i soggetti indigenti». Riproposto su larga scala – cioè su tutta la gamma delle cure, non solo su visite ed esami – il modello non è più quello della sanità che interviene per chiunque gratuitamente (schema di funzionamento che ancora sopravvive in ospedale per le acuzie e che era alla base della legge 833 del 1978, addirittura più estensiva della Costituzione, articolo 32). Ma quello di una sanità di fatto affare privato del malato e della sua famiglia in cui lo Stato interviene semmai come “aiuto”, erogato però solo alla fine dell’“espiazione”, per chi è ancora vivo, a chi non può permettersi di pagarsela da sé. Attenzione: questo schema, che ormai è completamente accettato dalla popolazione in tema di compartecipazione, tanto da accettare di pagare di tasca propria non solo i ticket, ma anche prestazioni ben più corpose come le quote a carico degli utenti nei ricoveri di lungo-assistenza (Rsa) o interi cicli di fisioterapia o percorsi abilitanti per le persone con autismo e grave disabilità, non si ferma al contributo alle prestazioni. Chi tratta la materia dell’effettiva erogazione delle cure sanitarie (sia pagate al 100% dal Servizio sanitario, sia compartecipate) sa bene che lo strumento della selezione in base al reddito, molto spesso, filtra l’accesso stesso alla prestazione sanitaria e non solo la capacità o meno del soggetto di integrarla. È il passaggio da una sanità universalistica, che deve intervenire per tutti, indipendentemente da redditi e patrimoni, garantendo una globale presa in carico, a una cura fatta di singole prestazioni, come prodotti sugli scaffali di un supermercato, intese in senso “sociale”, cioè lasciate alla disponibilità economica di “clienti” finché possono pagarle, e poi fornite ad “utenti” quando non hanno modo di pagarsele da sé, avendo attinto a risparmi e patrimoni personali e famigliari.

Per precisione: questo sviluppo concettuale nel programma vannacciano non c’è (per la sua complessità, ci saremmo stupiti di trovarlo, in effetti), ma la prospettiva appena accennata della sanità penitenziaria porta a dipingere questo quadro d’insieme che, per inciso, è esattamente quello che sta qualificando in modo assolutamente bipartisan l’arretramento delle tutele pubbliche sanitarie di cui tanto soffre proprio la base che segue Roberto Vannacci. Non c’è reazione alle invettive dell'ex generale contro gli immigrati, per esempio, che non sia giustificata dai suoi sostenitori con l’accusa agli “stranieri” di consumare illegittimamente risorse pubbliche, mentre i cittadini italiani patiscono “una sanità che non funziona”. È il tipico meccanismo del capro espiatorio, che nasconde sempre le vere cause dell’ingiustizia senza davvero affrontarle, per indirizzare la rabbia sociale verso altri obiettivi, per interesse e a beneficio dei manovratori, non certo dei manovrati.


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