Salute mentale, il coraggio di cambiare ciò che non funziona
- Chiara Laura Riccardo
- 21 ore fa
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di Chiara Laura Riccardo

“Investire nella salute mentale significa investire nelle persone, nelle comunità e nelle economie. La trasformazione dei servizi di salute mentale è una delle sfide più urgenti di sanità pubblica”. Sono queste le parole pronunciate dal Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in occasione della pubblicazione del report “World Mental Health Today” che sottolinea la responsabilità dei governi nel trattare la salute mentale non come un privilegio ma come un diritto fondamentale. Il rapporto evidenzia come nel mondo i bisogni di salute mentale siano in costante aumento, ma le risposte messe in campo spesso insufficienti e inadeguate, con importanti carenze nei sistemi pubblici di cura.
Aumentano le richieste di assistenza
Se guardiamo ai dati nazionali, il Rapporto sulla Salute Mentale 2024 del Ministero della Salute, pubblicato nell’aprile 2026, indica in 845.516 le persone assistite dai servizi di salute mentale in Italia nel 2024, con 272.497 nuovi utenti, dei quali circa il 95% ha avuto per la prima volta nella vita un contatto con i servizi.
Stiamo parlando di una popolazione assistita di dimensioni rilevanti, che rende la salute mentale una componente strutturale e non più marginale del nostro Sistema Sanitario Nazionale. Non possiamo dunque non interrogarci sulla qualità e sull'appropriatezza degli interventi che i servizi di salute mentale offrono alla popolazione.
Oggi entrare in contatto con i servizi di salute mentale significa confrontarsi con una realtà complessa, caratterizzata da importanti risorse, ma anche da fragilità e criticità che interrogano il modo stesso in cui viene concepita e organizzata la cura e la riabilitazione. Una realtà nella quale, nonostante l’impegno quotidiano degli operatori, le difficoltà organizzative e la pressione sui servizi rischiano talvolta di mettere in secondo piano la complessità e l’unicità delle persone. Da qui nasce una riflessione che riguarda il significato più profondo del prendersi cura del disagio psichico: non soltanto intervenire sul problema quando la persona si presenta ai servizi, ma creare le condizioni per intercettarlo in fase precoce.
È ormai sotto gli occhi di tutti come la salute mentale stia attraversando una fase di profonda trasformazione. Negli ultimi anni, a fronte del progressivo aumento dei bisogni di intervento e della loro diversificazione, la ricerca ha messo a disposizione un patrimonio sempre più ampio di conoscenze, strumenti, modelli e interventi di comprovata efficacia. Questo sta imponendo ai professionisti e ai servizi di salute mentale di attenzionare le proprie pratiche, i modelli organizzativi adottati e, soprattutto, gli esiti che riescono concretamente a produrre.
È riconosciuta la necessità di ridurre la distanza tra ciò che la ricerca dimostra efficace e ciò che quotidianamente viene realizzato nei contesti di cura. Una distanza che non può essere ricondotta esclusivamente alle scelte o alle competenze del singolo professionista, ma all’intero sistema: modelli organizzativi adottati nei servizi, la formazione, le risorse umane ed economiche disponibili, la leadership, i sistemi di valutazione e, più in generale, la cultura attraverso cui viene pensata e realizzata l’assistenza.
Solo attraverso una lettura concreta della realtà, capace di mettere in dialogo professionisti, utenti, familiari e organizzazioni, è possibile individuare le criticità, riconoscere ciò che funziona e costruire percorsi di miglioramento realmente sostenibili.
L'applicazione della evidence-based practice
Sappiamo che il passaggio dall’evidenza alla pratica è un processo complesso, caratterizzato spesso da ostacoli sia di tipo organizzativo che professionale: risorse insufficienti, finanziamenti inadeguati, atteggiamenti ostili verso l’innovazione e difficoltà operative nell’integrare le pratiche evidence-based nella realtà quotidiana. Al contrario, leadership, formazione, risorse dedicate e organizzazioni disponibili all’innovazione rappresentano degli importanti fattori facilitanti. Questo ci indica che non basta introdurre una nuova pratica se il sistema nel quale dovrebbe essere applicata non è pronto a sostenerla. L’evidence-based practice non è una mera applicazione di un protocollo, bensì il saper integrare la migliore evidenza scientifica disponibile con l’esperienza professionale, le caratteristiche e le preferenze della persona e il contesto nel quale l’intervento viene realizzato. E questo diventa possibile solo se vi è una direzione che supporta apertamente il cambiamento, fornisce obiettivi definiti e garantisce tempo protetto e risorse dedicate per la programmazione e l’analisi dei dati di esito garantendo così la possibilità di trasformare i numeri in scelte terapeutico-riabilitative efficaci.
Appare dunque sempre meno sostenibile una concezione dei servizi di salute mentale e della pratica riabilitativa fondata prevalentemente sull’abitudine, sulla tradizione del servizio o sull’esperienza individuale non sottoposta a verifica. Occuparsi di riabilitazione psichiatrica, in scienza e coscienza, significa chiedersi costantemente non solo che cosa facciamo nei nostri servizi, ma anche perché lo facciamo, quali evidenze ne sostengono l'efficacia, per quali persone è indicato, quali risultati produce e come possiamo misurarli. Domande in apparenza semplici, ma che in realtà implicano un cambiamento culturale profondo, e lo sforzo di passare da una logica centrata sulle attività a una logica centrata sugli esiti. Erogare molte prestazioni, infatti, non equivale necessariamente a produrre evidenza e buoni risultati. Un servizio realmente orientato alla qualità deve essere in grado di dimostrare, attraverso indicatori appropriati e valutazioni sistematiche, se gli interventi proposti migliorano realmente la vita delle persone: funzionamento, autonomia, partecipazione sociale, qualità della vita, inclusione lavorativa, capacità di autodeterminazione e recovery.
L'esigenza di una maggiore determinazione politica
In questa cornice cambia anche il ruolo del singolo professionista. Perché come sostiene lo psichiatra Michele Risso “non abbiamo bisogno di una psichiatria che faccia sempre meglio, ma di una psichiatria che si faccia continuamente domande sul senso del fare” e dunque non è più sufficiente essere solo dei buoni esecutori di pratiche consolidate. Il professionista deve diventare anche promotore di cambiamento, capace di interrogarsi e interrogare costruttivamente il proprio contesto di lavoro e valutare il proprio operato, sapendo che, per sviluppare il nuovo, bisogna formarsi in modo sistemico e non episodico.
Il nodo centrale dei prossimi anni sarà ripensare in profondità la governance dei servizi e questo richiede una leadership aziendale capace di investire nella qualità professionale, nella formazione, nella supervisione e nella valutazione degli esiti. Richiede sistemi informativi in grado non soltanto di contabilizzare prestazioni, ma anche di aiutare a comprendere quali interventi funzionano davvero. E richiede soprattutto professionisti capaci di mantenere un atteggiamento scientificamente curioso e organizzazioni disposte a mettere in discussione le proprie consuetudini. Occorrono dunque determinazione politica e una visione progettuale lungimirante.
Questo è anche l’invito che il Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 rivolge ai servizi: migliorare l'assistenza tramite percorsi di cura integrati, basati sulle evidenze scientifiche e sui valori della persona per promuovere la salute mentale in ogni contesto di vita.
Il punto è avere il coraggio di smettere di fare ciò che non è più sufficientemente giustificato dall'evidenza e investire, con metodo e responsabilità, in ciò che può realmente migliorare la vita delle persone. Solo così l'evidence-based practice potrà smettere di essere un obiettivo dichiarato e diventare una caratteristica ordinaria dei servizi di salute mentale.











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