Elezioni Israele. Una vittoria di Pirro all'orizzonte per Netanyahu?

Le opposizioni a Netanyahu stringono i tempi in vista della fine del conteggio ufficiale dei voti, che ha raggiunto nel pomeriggio di oggi il 97 per cento. Gadi Eisenkot, presidente del partito Yashar, e Naftali Bennett, presidente di B'Yachad, si sono incontrati nella casa di quest'ultimo a Ra'anana, come scrive The Times of Israel. E in una dichiarazione congiunta, i due leader di partito, accreditati secondo gli ultimi dati rispettivamente di 21 e 12 seggi, ha discusso su una linea comune per dare il più rapidamente possibile un nuovo governo allo Stato di Israele e mettere fine all'era Netanyahu. Naturalmente, si attendono ancora i risultati delle schede a doppia busta, schede che agli aventi diritto, soldati, pazienti ospedalieri, prigionieri e alcuni operatori elettorali, di votare fuori dai loro seggi designati.
Al momento, la ripartizione dei seggi vede il blocco del primo ministro a quota 53 seggi, di cui 27 al Likud, primo partito alla Knesset, Giudaismo Unito della Torah e Otzma Yehudit entrambi con sette seggi, seguiti dal Partito Sionista Religioso e Shas con sei. Dati ufficiosi che comunque scompaginano i sondaggi della vigilia che prevedevano un arretramento del Likud a tutto vantaggio dei suoi alleati radicali e religiosi di estrema destra.
Il blocco di opposizione, composto da Yashar, B'Yachad, Yisrael Beytenu e I Democratici, è accreditato di 48 seggi, così composti: Yashar di Gadi Eisenkot 21 seggi, B'Yachad, guidato da Naftali Bennett 12 seggi, I Democratici di Yair Golan otto seggi, Yisrael Beytenu di Avigdor Liberman sette.
Nel mezzo ci sono i partiti arabi con 19 seggi, al netto delle accuse che il Likud ha lanciato contro di loro per presunte frodi frodi elettorali, corruzione, intimidazione e manipolazione delle schede elettorali, coinvolgendo anche il Qatar, e chiedendo, come scrivono i giornali israeliani, un'indagine immediata da parte delle autorità di polizia, incluso lo Shin Bet (l'intelligence del Paese).
Ora, in attesa dell'ufficializzazione dei risultati, a balzare agli occhi è comunque la sconfitta dei partiti di governo che regrediscono da 68 a 53, cioè quindici in meno. In altre parole, c'è una maggioranza alternativa alle politiche promosse dal governo Netanyahu, cioè esiste in Israele non soltanto l'idea di bocciare le iniziative emerse dalla strage del 7 ottobre con cui il Paese è precipitato in un regime di violenza militare su più fronti, e far emergere anche la parola pace con l'inizio di un'attenzione diversa su Gaza e i palestinesi della Cisgiordania. Di orrori, Israele ne ha già vissuto troppi e non deve farne vivere sull'altrui pelle.
Che lo si voglia o no, è un cambiamento epocale, perché significa la caduta dell'egemonia della destra arroccata sul Likud e difesa o presa in ostaggio, a seconda delle situazioni, dall'estremismo fanatico religioso dei vari Ben Gvir. Oltre al fatto, per nulla secondario o marginale, che la nuova Knesset potrebbbe cancellare le leggi reazionarie votate dal governo in carica, accelerare per l'istituzione di una commissione d'inchiesta sul 7 ottobre, e varare nuove leggi, tra cui quella molto sentita sulla leva militare.
Insomma, per dirla con le parole di Yair Golan, si tratta di avere coraggio. E, per Eisenkot, di mostrare una certa dose di spregiudicatezza nella formazione di una coalizione che lo sostenga. In fondo, non è necessario avere 61 voti, è sufficiente che non sia in minoranza. Le astensioni servono anche a questo. (mi.r.)









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