Guerra Russia-Ucraina: chi risolve il problema Zelensky?
di Michele Corrado

Passano i mesi, si parla sempre di un auspicabile o possibile accordo, ma le operazioni in Ucraina continuano. È quindi lecito domandarsi quali siano le cause che non consentono di concludere il conflitto in corso e passare ad una fase successiva di maggior dettaglio nella definizione di uno stato di stabilità permanente in funzione di una definitiva composizione della questione russo-ucraina.
I punti sono svariati e con il passare del tempo si sono moltiplicati gli interessi in gioco. Il conflitto ucraino è diventato nel tempo un laboratorio complesso di ricerca avanzata dove si posso sperimentare, produrre, promuovere, molti apparati tecnologicamente avanzati (si pensi ai droni ed ai sistemi di difesa nei loro confronti ed a tutto il collegato tecnologico che può essere riversato sul mercato globale), che per effetto dell’impiego immediato comprimono i tempi di sviluppo in maniera drammatica; impensabile al di fuori di un contesto di conflitto ad alta intensità quale è quello ucraino. Questi elementi muovono risorse finanziarie difficili da quantificare, ma con ritorni di utili e di conoscenze tecnico-scientifiche altrimenti non realizzabili in tempi normali.
Molte di queste risorse passano per l’Ucraina che vive e prospera, almeno in una quota delle classi dirigenti e ceti abbienti, grazie alla "eternizzazione" della guerra che così presenta il volto della sua ambivalenza: un dramma per molti, un vantaggio per pochi. Poi vi è la situazione sul terreno, che ci racconta della impossibilità ucraina di contenere l’avanzata (lenta, ma inesorabile) russa. Di conseguenza, una eventuale riconquista dei territori perduti, contrariamente alle dichiarazioni dei vertici di Kiev, appare sempre più un'utopia.
In questo contesto, a nessuno sfugge la ragione per cui Putin e lo Stato maggiore delle Forze armate russe siano riluttanti a siglare un qualsiasi accordo. Perché dovrebbero? Con l'esercito è in progressione sul terreno e con un altro inverno di guerra che si prospetta gravido di sacrifici più per Kiev che per Mosca, il futuro è pari a una cambiale pronta all'incasso; all'opposto, per gli ucraini, ed in particolare per Zelensky, la fine delle operazioni sul proprio territorio avrebbe come immediata conseguenza l’avvio delle procedure per le elezioni presidenziali, sospese a causa del conflitto.
A quel punto, non sarebbero in molti a scommettere sulle possibilità di riconferma dell'attuale Presidente. La storia, in proposito, è di grande aiuto e ci soccorre con un parallelo. Nel 1945, Winston Churchill, un gigante sul proscenio internazionale, fu sconfitto nelle elezioni in Gran Bretagna, nonostante fosse uno dei vincitori della II guerra mondiale e il primo ad avere resistito in perfetta solitudine ai nazisti. Da parte sua, Zelensky, penalizzato anche dai numerosi scandali per corruzione (ultimo quello che coinvolge il procuratore generale Ruslan Kravchenko) che hanno minato la credibilità del suo cerchio magico e del governo, e da controverse misure adottate di recente, rischia di essere apprezzato più all'estero che in patria. Del resto, non è un mistero che il suo consenso sia sceso ai minimi storici e che i suoi connazionali lo vedano come colui che dopo cinque anni di guerra presenta il bilancio di un Paese semi distrutto e con il venti per cento in meno di territorio. Troppo, anche per chi ha dimostrato di sapere recitare in più circostanze difficili.
Con queste premesse non si vedono motivazioni plausibili che possano indurre il Presidente Zelensky e i gruppi di potere interni ed esterni che lo sostengono, a firmare un qualsiasi accordo che chiude uno scontro diventato una carneficina. Mentre per l'Unione Europea, al fianco senza riserve dall'inizio della guerra, si profila il rischio di recitare un copione da “utili idioti”, che molto si impegnano, ma non comprendono le regole che governano queste situazioni.
Confidando strenuamente nelle sanzioni e nelle iniziative diplomatiche, peraltro destinate al fallimento se non ricevono un verdetto dal campo di battaglia, Bruxelles e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen non hanno fatto altro che sostenere una guerra che doveva essere chiusa già da tempo. Con tutte le implicazioni che quotidianamente si è costretti a constatare sul piano - inclinato - dei rapporti con la Russia, anziché ridurre le situazioni di attrito e ripensare a una comune politica difensiva, quanto distensiva in un quadro di relazioni internazionali di pace in cui l'Europa ritorni ad essere protagonista e non subalterna. In più campi.
Non a caso Washington, dopo aver praticamente impedito la caduta del Presidente Zelensky, con l’amministrazione Trump si è resa conto che non c’era molto da guadagnare a livello geopolitico ed ha messo nelle mani degli europei l’Ucraina. Cioè uno scaricabarile con la furbizia di proseguire nella politica economica di forniture militari attraverso la UE, che ne paga i costi... Che in un futuro prossimo saranno anche quelli per la ricostruzione del Paese.











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